AGNOLI, IL FEDELISSIMO

PROFESSIONISTI | 28/01/2017 | 07:13
Valerio Agnoli è l’unico fedelissimo compagno rimasto al fianco di Vincenzo Nibali. Se le strade di Vanotti, Scarponi e altri si sono divise da quella dal campione siciliano, il laziale classe ’85 ha trovato posto nella Bahrain Merida modellata dallo Squalo.

Acerrimi rivali nelle categorie giovanili, da quando nel 2008 si sono ritrovati entrambi con la maglia della Liquigas sono amici inseparabili.
«Più che suo gregario mi reputo un amico, abbiamo un rapporto che va ol­tre la bici. Rachele e mia moglie Maria Giovanna sono amiche da sempre e noi ci divertiamo insieme tanto in sella co­me nella vita di tutti i giorni. Con­di­vi­diamo la vita al di là del ciclismo, infatti anche se quest’anno non dovessi correre le gare che affronterà lui, per me non sarà un problema. Lo stimo così tanto che per me l’importante è che stia bene e sia sereno» inizia a raccontare Valerio durante la seduta di massaggi successiva a un lungo allenamento “pancia a terra”. Per le risate con i compagni più che per l’andatura, come ci spiega meglio in questa intervista.

Da quando vi conoscete?
«Da juniores ci “infamavamo” (ride, ndr). Eravamo avversari e non potevamo vederci. Quando eravamo giovani l’ho battuto due volte, quando vinsi la crono della Coppa delle Nazioni e in una gara con arrivo a Prataccio, queste due sconfitte ancora gli bruciano. Ogni tanto, per scherzo, gliele ricordo. Quando ci siamo ritrovati da professionisti alla Liquigas abbiamo imparato ad apprezzarci e a volerci bene. Ora che però in squadra abbiamo anche Giovanni Visconti, i ricordi di quando eravamo ragazzi e le prese in giro si spre­cano. Oggi abbiamo pedalato per cinque ore e alla fine avevo mal di pancia dal ridere...».

Che amico è Vincenzo?
«È una persona normalissima, di sani principi e valori che possono vantare in pochi. Quando va in giro non sembra Vincenzo Nibali, intendo dire che non se la tira e non fa lo “sborone” perché è un campione, per quello che ha vinto o per quanto guadagna. È disponibilissimo, ci puoi andare a cena, pranzo e colazione senza problemi, e parlarci di tutto. È un ragazzo semplice, che viene dal Sud come me, affabile, si fa voler bene, non è finto. Tutto quello che ha raggiunto se l’è costruito affrontando grandi sacrifici. Gli straordinari risultati che ha ottenuto sono il frutto di un duro lavoro che inizia da lontano».

Il momento più bello vissuto insieme?
«Quando vinse alle Tre Cime di La­va­redo sotto la neve al Giro d’Italia 2013. Un momento emozionante ed epico che ha coronato il lavoro di tutta la squadra».

Quello che ha rischiato di incrinato il vostro rapporto?
«In tutte le amicizie ci sono screzi e incomprensioni, ma il bello del suo carattere è che se c’è qualcosa che non va, la affronta senza peli sulla lingua e senza tanti giri di parole. Se qualcosa non gli torna te lo dice in faccia e ti fa nero, ma dialogando poi con il buon senso si risolve in fretta qualunque problema».

Una sua fissa?
«La tecnologia. Qualsiasi problema io abbia mi rivolgo a lui, sia che si tratti del cellulare in palla o di una tacchetta della scarpa da raddrizzare. Sono fortunato, ho a disposizione un tecnico in­formatico e il meccanico di fiducia che molti mi potrebbero invidiare (sorride, ndr)».

Come è cambiato in questi anni?
«Diventare campione non l’ha cambiato, è sempre stato esigente, con il tem­po è forse diventato più metodico. Guarda tutto al millimetro e non lascia nulla al caso. In ritiro si è presentato già magro, io l’avevo lasciato poche settimane prima quando in vacanza ci eravamo giustamente un po’ rilassati e l’ho ritrovato bello tirato. Un altro aspetto che ammiro di lui è che non si sente mai arrivato. E poi è sempre in competizione, questo fa la differenza. In allenamento oggi in salita è scattato Visconti, allora io a Vincenzo ho detto: “andiamo a riprenderlo?”. E lui senza esitazioni e ridacchiando mi ha risposto: “Sì, sì andiamo”. È un professionista vero, che non comanda anche se è il capitano riconosciuto da tutti, prende decisioni condivise, sa farsi voler be­ne».

Che rapporto ha con i fans?
«Chi lo conosce sa che è una persona super alla mano e disponibile, stando con lui ti rendi conto di quanto è ama­to e di come sia impossibile accontentare tutti. Andando al foglio firma se lo fermano in 100, lui almeno fa 80 autografi e altrettante foto. Per il ciclismo al Sud sta facendo cose importanti con la sua ASD, sta dando opportunità preziose a giovani siciliani che vogliono ri­salire lo stivale per cercare di sfondare nel ciclismo, come abbiamo fatto noi. Questo dimostra che uomo eccezionale è vincenzo».

Cosa lo fa sorridere?
«Emma. Quando sta con sua figlia o la vede anche solo in foto cambia espressione, è felice e sereno. Avere un figlio è un riparo da tutto e tutti. Rachele e la bimba gli fanno scivolare di dosso tutte le pressioni che la sua figura pubblica deve subire».

Cosa gli dà sui nervi?
«Vuole sempre avere ragione, quando qualcuno non la pensa come lui fa di tutto per convincerlo che si sbaglia. In questo è un po’ pignolo e testone, ma devo ammettere che il 99% delle volte ha ragione lui, anche perché parla sempre con cognizione di causa. Sia che si tratti di una applicazione internet o di una metodologia di allenamento ne sa più della media, per informarsi magari sta fino a mezzanotte o l’una in piedi a cercare informazioni. Quando si fis­sa...».

Alle corse siete sempre in camera assieme?
«Bene o male sì, ma non è una regola fissa. Abbiamo però dei riti sacrosanti. Io cascasse il mondo mi porto sempre da casa la macchinetta del caffè con le cialde. Quando mi sveglio accendo il diffusore di aroma, attacco un po’ di musica rilassante tipo quella di Einaudi che risuona in una piccola cassa della Bose, faccio qualche esercizio sulla fit ball, quindi lo chiamo (gli piace dormire!), ci prendiamo un bel caffè insieme e, in ritiro, prima del risveglio muscolare con gli altri compagni andiamo in pa­lestra. Lui è molto metodico, dai granelli di zucchero che mette nel caffè ai minuti che impiega per decidere come vestirsi per uscire in bici, d’altronde sono le piccole attenzioni che fanno la differenza tra un fuoriclasse e un corridore nelle media».

Siete stati insieme in Bahrain per le va­can­ze. Come sono andate?
«Bene. Siamo stati con mogli e figli, ci siamo rilassati e divertiti. Ci siamo an­che sfidati sui go kart e mi ha battuto, o meglio nelle prove ho fatto registrare io il miglior tempo, in gara ha vinto lui grazie a una scorrettezza ma gliela devo abbonare (ride, ndr). Tra noi è sempre una sfida continua, ma vince quasi sempre lui. Battute a parte, è bello perché ci stimoliamo a vicenda».

Ora è di nuovo tempo di pedalare...
«Esatto, concluso il primo vero e proprio ritiro con il team, abbiamo pedalato insieme anche durante le feste visto che Vincenzo ha passato il Natale a Fiuggi con i parenti di Rachele. Tor­nan­do al training camp, ho avuto una bellissima impressione del gruppo che si sta creando, abbiamo già un ottimo feeling tanto che sembra di essere tutti compagni da 10 anni, si respira una bellissima aria. Ridiamo un sacco sia con gli italiani che con gli stranieri, non so se andremo forte ma di certo po­trebbero prenderci a Zelig per la simpatia e il tasso di “ignoranza”. Anche con il personale siamo in sintonia, tutti uniti per lo stesso scopo».

Dopo l’esperienza in Astana, avevate bi­sogno di nuovi stimoli?
«Sì (sospira, ndr). Nella vita bisogna sempre mettersi in gioco e far sì che il cambiamento porti prospettive di no­vità migliori. Alla Bahrain Merida mi sembra di essere tornato ai tempi della Liquigas, in un gruppo altamente professionale che si diverte lavorando al meglio. A volte capita nelle squadre che si creino dei clan, c’è chi lega con uno e si unisce contro un altro, invece qui ho trovato un clima ottimo. Si sta bene, siamo partiti tutti con il piede giusto».

Tu personalmente cosa chiedi a questa nuova avventura?
«Fissando obiettivi precisi ci si crea troppe aspettative e pressioni, il che può essere controproducente. Penso a svolgere al meglio il mio lavoro, se tutti ci impegniamo in questo senso il resto viene relativamente facile. Il ciclismo ha una forte componente mentale, se ti senti libero di esprimerti al meglio co­me in questa squadra, ogni giorno ti alzi con la voglia di fare perché ami quello che fai. Siamo tornati ad allenarci con la voglia di farlo e non solo perché dobbiamo andare a correre».

Com’è il compagno ideale di Vincenzo Nibali?
«Deve essere se stesso e non deve assecondarlo in tutto. Odia i leccapiedi. Non ha bisogno di chi gli dice sempre sì, ma di chi sposa la sua causa sinceramente ed è in grado di dargli i giusti consigli quando ne ha bisogno. Io nel mio piccolo sono così. Se c’è qualcosa che non va, ci mandiamo a quel paese come persone normali, affrontiamo la cosa, sciogliamo il problema, e poi ci ridiamo su. Come quando gli ricordo delle due volte che da junior mi arrivò alle spalle».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di gennaio
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