Piepoli: mi faccio schifo perché mi sono dopato

| 07/01/2009 | 12:00
Piepoli, perché si è dopato? “Giro d’Italia, cado giù dal Falzarego, mi fratturo quattro costole, abbandono. Da corridore sono caduto tanto, fatto male tanto, ripartito sempre. Ma stavolta è diverso: ci rimango da cani. Avvilito. Affranto. Non so perché, ma è così”. E allora? “In programma c’è la Vuelta. Posso riprendere con calma. Fermo due settimane, poi ricomincio ad allenarmi. Riccò mi chiede di andare con lui al Tour. L’idea mi affascina, mi sento adulato. Andrei per fare il mio solito lavoro: aiutare. Mi piace farlo se posso competere e dare il massimo. Mai stato avido: certe vittorie, io le ho regalate ai miei capitani”. Così? “Un attimo di debolezza, follia, incoscienza. In fretta, in silenzio, in colpa. Neanche il tempo di chiedere un parere. Convinto da chi ti fa credere a quello cui di solito non credi: che chi ti batte lo fa, che tanto non ti prendono. Mi giustifico: lo faccio solo per tappare il buco di preparazione”. Poi? “Momenti di normalità e altri di paura, angoscia, panico. Comincio piano, penso di andare in forma verso la fine, per l’Alpe d’Huez. Invece sottovaluto un po’ la mia forma, un po’ l’effetto del doping: i conti non mi tornano. All’Hautacam la combino grossa: vinco. Mi dico: "L’ho rubata". Cerco di difendermi: "Una volta nella vita. E dopo tante sfortune"“. Invece? “Riccò positivo, squadra ritirata. La fine”. Perché non confessa subito? “Mi crolla il mondo addosso. Ho cominciato a correre a 9 anni. Prima divertimento, poi passione. Quello che ti fa andare avanti non sono soldi o gloria, farmaci o chimica: solo passione. Per correre sono andato via di casa da ragazzino. Sono stato junior in Piemonte, abitavo da un marito e una moglie di origini umili ma che ce l’avevano fatta, erano diventati imprenditori, e senza imbrogliare. Con loro ho imparato che il principio è "si può fare"“. Sempre? “L’ambiente è determinante. Da junior, prima di una cronoscalata, una persona mi propone una pastiglia di caffeina. Chiedo al direttore sportivo. Mi fa: "Non prendere niente. Se prendi questa oggi, continuerai a prendere". Non prendo quella, non prendo altro”. Pensa di essere creduto? “Chi non mi conosce potrà sempre credere o sospettare che mi sia sempre dopato. Ho la religione del ciclismo, il culto dell’allenamento, il gusto del sacrificio, il piacere della fatica. Svegliarsi, guardare il tempo, aspettare che finisca di piovere o nevicare e uscire, o uscire lo stesso. Fare, rifare: la salita della Madonna della Guardia del Giro 2007 l’ho provata in 7 uscite, e l’ottava l’ho ripetuta tre volte. Ma non posso chiedere di essere creduto. Ed è quello che mi deprime di più. Dopo il Giro 2007, in un supermercato, una mamma fa al suo bambino: "Vedi, lui è quello che ci ha riempito i pomeriggi alla tv". Mi dispiace, terribilmente, per gente così”. Compagni? Colleghi? “Li ho traditi. Eros Capecchi faceva due ore di macchina da Arezzo a La Spezia per allenarsi con me, perché io gli insegnassi come allenarsi, facevamo 6-7 ore, gli ripetevo che bastano passione e sacrificio, lui in più ha anche talento, lo obbligavo a fare ripetute in salita, poi si faceva altre due ore di macchina per tornare a casa. Eros non si è più fatto vivo, ma lo capisco. Penserà: io mi tiravo il collo e lui si dopava. Non è così, ma non posso pretendere di essere creduto”. Alla Procura antidoping? “Quello che dovevo dire era già nelle analisi. Bastava presentare una memoria scritta. Mi hanno chiesto chi mi avesse dato il Cera. Se fosse servito ad aprire una nuova inchiesta, a fare luce su un traffico, avrei fatto nomi. Ma non era così. Ci sono voluto andare perché rispetto il Coni: da piccolo correvo con una maglia celeste e una bici della Federazione italiana. A casa ho incorniciato un assegno, premio per un piazzamento da allievo, mai incassato: 4500 lire, ma per me un valore inestimabile”. Due anni di squalifica. “Meglio che me ne avessero dati 4 o 6. O la radiazione. A 37 anni, con una moglie e un figlio, quello che ho fatto è ingiustificabile”. Morale? “Dire "non dopatevi perché non serve" è inutile, non funziona, non ha mai funzionato. Io dico: "Non dopatevi perché calpestate la vostra coscienza e dignità. Per sempre"“. Piepoli, chi è oggi? “Un giorno ricevo una telefonata. "Dove sei?". Rispondo: "Mi sto allenando". Mi correggo: "No, vado in bici". Sono un ex ciclista. Sono un uomo che ha sbagliato, che non può più inseguire i suoi sogni di corridore né di futuro allenatore di ragazzi. Anche se, con tutto quello che ho fatto, sofferto e capito, potrei essere un insegnante più vero, più leale, più convincente”. da La Gazzetta dello Sport a firma di Marco Pastonesi
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COMMENTI
Mi spiace...
7 gennaio 2009 13:32 Camenzind
...mi spiace dirlo ma è troppo comodo ora...ragazzi, cercate di capire che con le vostre forze potrete vincere e diventare forti...lasciate stare queste scorciatoie ridicole!

...
7 gennaio 2009 13:34 mikybikers
per me lo si può perdonare purkè resti d'ora in poi fuori dal mondo del ciclismo

Fuori i nomi!!!
7 gennaio 2009 13:41 wtutti
Se veramente crede in un ciclismo fatto di cuore e non di stregoni e omertà, allora fuori i nomi, dal primo all'altimo. Lo faccia per quei bambini a cui vuole insegnare. Un giorno potrebbe capitare anche ad uno di loro. Essere giovani e con la disperazione di chi non riesce a strappare un cotratto, ti fa diventare un bersaglio facile.

........
7 gennaio 2009 14:38 poeta
Una prece.

Non illudetevi ...
7 gennaio 2009 15:44 maulot
Non illudetevi ... non è il problema che Piepoli si faccia schifo, il problema è che ce ne sono ancora tanti in circolazione che dovrebbero farsi schifo ...

wtutti
7 gennaio 2009 19:13 claudino
cosa vuol dire fuori i nomi ma che nomi. non e come dei suoi colleghi bambocci che in procura hanno detto me la data il mio compagno di squadra...bravo.

7 gennaio 2009 23:43 adriano
Come si fa ancora ad intervistare certi personaggi?

Mi dispiace
8 gennaio 2009 14:14 under23
ma non credo a quello che dice Piepoli. Uno come lui che per anni ha vinto corse a tappe minori in spagna non può da un giorno all'altro diventare un fenomeno per di + a 35 anni. Dal 2006 ha iniziato a "sfiammare" in salita e a rischiare di vincere tutte le tappe di montagna + impegnative e ha avuto un salto di qualità impressionante.
La storia, intesa come percorso professionale di Piepoli, mi è sempre piaciuta. Lui che da ragazzino ha lasciato la famiglia per andare a inseguire il sogno, ma Leo come tutti i corridori devono capire che si può raggiungere il proprio sogno e sentirsi realizzati anche non essendo dei vincenti. La vittoria per ognuno di noi deve essere superare il proprio limite sapendo di averlo fatto in modo pulito e con la coscienza a posto.

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