LE STORIE INDIMENTICABILI DEL CAMPANIA: COPPI, UNA FORATURA, UN "BIDONE" E TRE RAGAZZI

STORIA | 18/09/2026 | 08:14
di Silver Mele
La strada non dimentica. Conserva le fughe, le cadute, le volate mancate, i campioni che l’hanno attraversata e quelli che vi hanno lasciato soltanto una parte dei propri sogni. A volte basta una salita perché il tempo si metta in movimento e riporti davanti agli occhi qualcosa che sembrava perduto.
 
Il Giro di Campania è fatto così. Domenica tornerà nel calendario professionistico dopo venticinque anni e, quando la corsa lascerà la Reggia di Caserta per cominciare il suo viaggio verso Napoli, non porterà con sé soltanto biciclette e corridori. Porterà un secolo abbondante di racconti.
 
Il primo risale al 1911. Poi vennero le grandi firme, le trasformazioni della corsa, le strade diventate teatro di imprese e di sconfitte. Learco Guerra, il recordman delle tre vittorie consecutive. Bartali. Coppi. Bitossi. De Vlaeminck. Saronni. Moser. E uomini che magari non vinsero, ma che dentro questa corsa trovarono una giornata capace di restare per sempre. È questa la differenza tra una gara e una storia. La gara finisce. La storia no.

Coppi, quando l'Agerola diventò leggenda

Il 3 aprile 1955 Fausto Coppi salì verso Agerola e decise che quel giorno il gruppo avrebbe dovuto fare a meno di lui. Accelerò. Magni, Astrua, Minardi e Coletto rimasero dietro. Il Campionissimo continuò da solo, trasformando quattordici chilometri di salita in una distanza enorme fra sé e gli altri. Al traguardo il vantaggio sui primi inseguitori sarebbe stato di 4 minuti e 46 secondi.
L’Agerola non aveva le pendenze impossibili delle montagne che sarebbero diventate celebri molti anni dopo. Aveva però qualcosa che nessuna percentuale può misurare: la possibilità di diventare leggenda. Coppi gliela regalò. Da allora quella salita non è più soltanto una salita. È il punto esatto nel quale una strada campana entrò nella mitologia del ciclismo.
Domenica i corridori torneranno a passarci. Quattordici chilometri al 6 per cento, lo scollinamento a 49 chilometri dall’arrivo e quella stele che ricorda l’uomo che nel 1955 fece della solitudine una forma di dominio. Mentre l'anno prima l'airone di Castellania in maglia iridata l'aveva vinta con uno sprint a ranghi ristretti, mandando in visibilio le migliaia di persone corse ad acclamarlo sulla pista dell'Albricci.
 
Ma la memoria del Campania non appartiene soltanto a chi ha alzato le braccia. A volte appartiene soprattutto a chi è rimasto senza fiato mentre inseguiva il proprio giorno.

Gigi Mele e quel sogno che sembrava già scritto

Nel 1963 Gigi Mele partì per il Giro della Campania in maglia Gazzola con una cosa che può essere più pesante di qualsiasi bicicletta: l’attesa di un paese intero. A Calvi Risorta, paesino del casertano dal quale era partito ragazzino con la famiglia verso Torino per cercare fortuna, avevano organizzato un pullman per seguirlo. Lungo la corsa trovava gente che urlava il suo nome. Per chi aveva sempre messo la gloria davanti ai soldi, quella era benzina.
La notte prima aveva persino sognato la sua corsa. Una lunga fuga. L’attacco. Il sogno che si spegneva a pochi chilometri dall’arrivo. Al risveglio non ricordava il motivo. Poi il Campania cominciò davvero. Mele si ritrovò davanti, vinse perfino a braccia alzate il traguardo volante di Caivano e andò oltre. Superò la fatica, tenne sulle rampe di Dentecane, affrontò il Chiunzi scollinando a 25 secondi da Adriano Durante e arrivò all’Agerola. La montagna di Coppi diventò anche la sua montagna. Quel giorno pedalò con una leggerezza che gli sembrava quasi irreale. Riuscì ad accodarsi a Pierino Baffi e Durante, alfiere della Legnano. Per qualche chilometro pensò persino che avrebbe potuto batterli.
Il sogno era lì. A portata di mano. Poi arrivò Castellammare. Una foratura alla ruota anteriore.  L’ammiraglia era rimasta indietro. E allora un uomo qualsiasi, uno spettatore, fece una cosa che racconta forse meglio di cento vittorie cosa sia il ciclismo: prese la ruota dalla propria bicicletta e gliela consegnò. Mele ripartì. Inseguì. Lottò. Ma il sogno della notte, quello che aveva dimenticato al risveglio, aveva trovato la sua risposta. Chiuse decimo, senza disputare la volata per il quarto posto che fu del grande Ercole Baldini. E tornò a casa da eroe. Perché nel ciclismo il risultato non sempre coincide con il valore di una giornata.  

E quel giorno Nencini si ricordò di essere il leone

C'è poi Gastone Nencini. Il Leone del Mugello. Un Giro d’Italia e un Tour de France nel palmarès, gambe che avevano conosciuto la gloria e, come accade a tutti i campioni, gli anni che lentamente cominciavano a presentare il conto. Un giorno, durante il Giro di Campania, Nencini finì attardato con una trentina di corridori. La corsa era ormai lontana. La fatica aveva tolto entusiasmo al gruppo e anche Gastone masticava amaro. Per uomini abituati a vincere, la parte più difficile non è sempre la salita. A volte è accettare di non essere più davanti. Fu allora che dalla strada arrivò un insulto. Si transitava all'altezza di Marcianise.
 
«Nencì, sei un bidone». Una parola piccola, pronunciata da qualcuno che probabilmente non avrebbe mai saputo cosa significasse stare su una bicicletta per centinaia di chilometri, con il corpo svuotato e la testa che continua a ordinare alle gambe di andare. Nencini la sentì. E non la dimenticò. Piano piano si spostò verso il bordo della strada, raggiunse l’uomo e lo afferrò per il bavero.
«Ti fo vedere io chi è il bidone». Quello che seguì fu uno dei tanti episodi incredibili che il ciclismo di quegli anni si è portato dietro: Nencini, furibondo, costrinse il provocatore a fare i conti con la rabbia di un campione ferito nell’orgoglio. Gli altri attardati, compagni di fatica, dovettero intervenire per fermarlo. Oggi quell'episodio appartiene a un'altra epoca e a un altro modo di vivere lo sport. Ma dentro quella scena c'è qualcosa che vale ancora.
Un corridore può perdere una corsa. Non per questo smette di essere un corridore. E soprattutto non smette di sapere quanto gli è costato arrivare fin lì. Il ciclismo ha una memoria spietata con i vincitori e spesso ingiusta con gli uomini. Il Campania, invece, sembra averli conservati tutti.  

Maddaloni e quel filo sottile che arriva fino ad oggi

Per questo non è casuale che la nuova corsa riparta da Maddaloni, sede del via ufficiale della gara. Perché Maddaloni significa Alberto Marzaioli.Marzaioli significa una generazione di corridori campani che provava a stare dentro un ciclismo enorme, popolato dai nomi che oggi pronunciamo quasi sottovoce.
Nel 1963, alla partenza, Gigi Mele scambiò con lui parole e propositi. Erano due ragazzi campani dentro una corsa che apparteneva al mondo. Sessantatré anni dopo, da Maddaloni, il filo non si spezza. Cambiano gli uomini. Non cambia il desiderio.

Tre ragazzi davanti ad una storia enorme

Domenica Ivan Toselli, Michele Pascarella e Giuseppe Sciarra saranno i tre campani al via. Non hanno ancora un posto nell’albo d’oro. Non hanno imprese da tramandare. Hanno qualcosa di molto più fragile e, proprio per questo, più prezioso: la possibilità.
Toselli, classe 2006, è uno scalatore e fu campione italiano allievi nel 2021. L’Agerola gli offrirà una salita vera e, insieme, una domanda difficile: quanto vale oggi quel talento quando la strada si mette a salire?
Pascarella, classe 2007, arriva con i primi segnali concreti di una carriera che prova a prendere forma. Il ventiduesimo posto al Tour of Istanbul, l’ottavo fra i giovani e quei primi tre punti UCI sono numeri che, letti dall'esterno, sembrano minuscoli. Per chi li conquista per la prima volta possono invece avere il peso di una porta che si apre.
Sciarra da Caivano completa il terzetto campano. Tre ragazzi. Tre biciclette. E davanti a loro una corsa che ha visto pedalare Coppi, Bartali, Guerra, Moser, Saronni, Nencini, Mele, Marzaioli. Non devono essere all'altezza di quei nomi. Devono soltanto avere il coraggio di provare a lasciare il proprio.

Perché il Campania non torna indietro ma è una visione

La corsa partirà dalla Reggia di Caserta, attraverserà tutte le province campane e arriverà a Piazza Plebiscito. Ma il vero viaggio sarà quello invisibile. Quello che collega il 1911 al 2026. Una fuga di Coppi alla ruota bucata di Mele. La rabbia di Nencini alla bicicletta di Marzaioli. E da lì, senza soluzione di continuità, alle gambe ancora leggere di tre ragazzi che domenica mattina si troveranno davanti una corsa più grande di loro.
È così che il ciclismo continua. Non attraverso le statistiche. Attraverso le storie che un corridore consegna a quello che viene dopo. Dino Buzzati lo aveva intuito: nella bicicletta c'è qualcosa che sfugge alla misura. Puoi contare i chilometri, i watt, i secondi, le pendenze. Ma non puoi misurare il momento esatto in cui un ragazzo capisce di poter andare più lontano di quanto pensasse.
Forse domenica accadrà sull’Agerola. Forse accadrà altrove. Forse non accadrà affatto. Ed è proprio questo il bello. Perché il ciclismo non garantisce la leggenda. La mette in palio. Il Giro di Campania torna dopo venticinque anni. Torna Coppi attraverso la sua salita. Torna Marzaioli attraverso Maddaloni. Torna Mele attraverso un ricordo che una foratura non è riuscita a spezzare. Torna Nencini attraverso quella rabbia da campione che non voleva essere chiamato bidone. E arrivano Toselli, Pascarella e Sciarra, che ancora non sanno quale storia racconteranno.
Forse è questa la poesia più autentica del Campania. La corsa ricomincia. La memoria è già in fuga. E adesso tocca ai ragazzi di oggi provare a raggiungerla.



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