I BUONI DEL PASTO. QUELLA LEGNANO DEL 1940; BARTALI, COPPI E IO, SUCCI...

STORIA | 11/08/2026 | 08:15
di Marco Pastonesi

Il tempo è tiranno, ma lo è anche lo spazio. Anzi, i due sono complici: il tempo satura lo spazio. E con il Covid o l’estate, arriva il momento del repulisti. Si comincia puntando a liberare la soffitta, ci si accontenta di liquidare uno scatolone. E fra buste, cartelle e faldoni, spuntano ritagli irrinunciabili. Come questo su Luciano Succi: “La Gazzetta dello Sport”, gennaio 2006.


Quei due li conosceva a memoria. Nel 1940 erano compagni nella Legnano: Gino Bartali capitano, Fausto Coppi neoprofessionista, e lui, Luciano Succi, gregario. Che adesso, a quasi 91 anni, ricorda. «O football o bici: da bambini, per divertirsi non c'era altro. Football, me la cavavo. Bici, quando ci provai non mi veniva dietro nessuno. Era la bici del mio babbo, mezza sportiva, senza parafanghi, ci misi sella da corsa, manubrio basso e puntapiedi. Prima gara a San Marino: li seccai tutti. In Romagna ero il più forte, e Guerrino Farolfi, l'eterno secondo dietro di me, per vincere dovette ricorrere a un sotterfugio. Un giorno, prima di correre a San Leo, mi disse: "Ti passo a prendere in macchina". Invece non passò, mi lasciò a piedi, lui corse e vinse. Da dilettante conquistai la Bologna-Raticosa su Mario Vicini. Ma per essere qualcuno dovevi correre in Toscana, con Bartali, Bini, Secondo Magni, i fratelli Cinelli. Così, quando vinsi con quelli lì, pensai di poter fare il corridore».


Professionista dal 1938 al 1941 con la Legnano. Accordo ricco, fiducia illimitata, ma: «Milano-Sanremo 1938, arrivo in fondo, ma tardi, 50°. Vedo Ezio Corlaita, dell'organizzazione, gli chiedo: "Dov' è la Legnano?". E lui: "Ma chi sei?". "Succi". E lui: "Succi, va' via di lì". Trovo l'albergo, faccio le scale, m' imbatto in uno specchio, mi chiedo "Ma chi è quello lì?", e mi spavento, poi mi riconosco, rispondo "Succi", vado in bagno, vasca piena d' acqua e una bottiglia di latte, entro nella vasca vestito ancora da corridore e con i tubolari a tracolla e intanto bevo il latte, bussano, è il massaggiatore, "Chi c' è?", "Ci sono io", e lui "Va' via di lì, è di Gino", e io "Gino o non Gino, io di qui non mi muovo più". Il mio compagno di stanza era Learco Guerra, giunto 58°: "Learco, una rumba tremenda, impossibile stare a ruota". E lui: "Non preoccuparti, solo la Sanremo è così". Non era vero. Giro d' Italia 1938: dopo tre o quattro tappe, Eberardo Pavesi, direttore sportivo della Legnano, mi fa: "Come ti chiami?". "Succi". E sfidandolo, osai chiedergli: "Ma cos' è, ubriaco?". E Pavesi: "Succi, una fregata così non l'ho mai presa in vita mia". Aveva ragione: non andavo neanche a spinta. E per di più guadagnavo 650 lire al mese, contro le 250 di Glauco Servadei, che vinceva tappe al Giro e al Tour».

Succi si abituò a quei ritmi folli, ma: «Giro d' Italia 1939, Firenze-Bologna, discesa dal Pratolino, Diego Marabelli buca e sbanda, e io, per non finire in un burrone, sbatto contro un palo contachilometri, rimbalzo in mezzo alla strada e vengo investito dal gruppo. Una strage. Ci rialziamo. Di chi è questo braccio?, di chi è questa gamba?, io sono così rotto che non mi sento neanche male, recupero una clavicola, chiedo di andare al Rizzoli di Bologna, invece mi portano a Firenze, rischio di rimanere paralizzato, poi torno a casa, sistemo una corda su una trave, e tirando su e giù la carrucola, per due o tre mesi, torno normale». E' il 1940. «Allenamenti in Riviera, mi fermo a una fontana, c' è un altro corridore. Gli chiedo: "Tu chi sei?". E lui: "Tu sei Succi". Finalmente qualcuno che mi riconosce. "Se lo dici tu. Io sono della Legnano". E lui: "Anch' io. Mi chiamo Coppi, Fausto Coppi". Aveva su una maglia di lana e pedalava bene: quando la strada saliva, io cercavo di tenere la sua ruota, ma lui mi andava via. La sera vedo Servadei, che mi fa: "Ieri mi sono allenato con uno...". "Coppi". E lui: "Come fai a saperlo?". E io: "Forte quello lì". Avevo sbagliato: non forte, fortissimo. Giro d' Italia, a Firenze, ristorante Sabatini. Ugo Bianchi, il meccanico della Legnano, chiede a tutti, anche a Bartali, i rapporti da mettere per il giorno dopo. E Coppi: "Te li dico domani". E Bianchi: "Qui sei alla Legnano". E Coppi: "Sì, ma decido io". Il giorno dopo c' è la Firenze-Modena, con l'Abetone, dove Coppi va via, vince con 3' 45" su Bartali e diventa... Coppi. Poi la Modena-Ferrara: Bartali fora, io mi fermo per aiutarlo, non l'ho ancora portato dentro che Coppi mi dice: "Va' da Pavesi, ché la moltiplica non mi va". Vado da Pavesi, Coppi si ferma, il meccanico accomoda la bici, davanti è una guerra, noi della Legnano, tranne Bartali, ci fermiamo e quando ripartiamo, io urlo: "Alè alè alè". E Coppi: "Hai finito di baccagliare?". Neanche il tempo di rispondere, lui ci molla tutti, se ne va da solo e li va a prendere. Coppi domina, Bartali freme. A Fiume entro nelle rotaie del tram, mi rovescio e mi rompo una spalla. Chiamo Pavesi. E lui: "Ma che spalla, piuttosto la ruota". Un male terribile, ma Servadei non mi crede e Raffaele Di Paco canta "Succi fa il lavativo". Al rifornimento allungo un braccio per prendere il sacchetto e mi esce la clavicola. A Trieste arrivo con altri cinque o sei a 20' e Pavesi sbotta: "Mai avuto un corridore arrivato con tanto ritardo". E aggiunge: "Però, se è vero che hai una spalla rotta, ti confermo per altri due anni". "Un momento - gli dico - prima di confermarmi, ci penso io". Ero stufo di fermarmi un momento per Bartali e l'altro per Coppi. Poi ospedale, lastre e diagnosi: frattura. Pavesi: "Ma come hai fatto a finire la tappa?". Da quel giorno mi portò come esempio». Ma Succi non dimenticò: lasciò la Legnano, Bartali e Coppi, cercò fortuna e la trovò, vincendo. Poi la guerra. «Quando si ricominciò, io pensavo che i soldi fossero quelli di prima. Pochi. E smisi. Fu un errore. Avevo finalmente imparato a suonare la rumba».


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