L'ORA DEL PASTO. GIOVANNI, GINO E DIALLO, QUESTIONE DI EREDITA' CICLISTICA. GALLERY

NEWS | 12/07/2026 | 08:15
di Marco Pastonesi

Bolzano, via Firenze 30. Due vetrine, fogli di quotidiani appiccicati per coprire, mascherare, criptare. Ma da fessure e spifferi qualcosa s’intravvede. Maglie, borracce. Telai, ruote. Biciclette.


Era il regno di Cicli G. Turci. G. come Gino, del 1912, da Carpi: il padre, il primo dei Turci. E G. come Giovanni (ma Gianni per gli amici), del 1943, da Carpi: il figlio, il secondo dei Turci. A Carpi, non solo una ciclofficina, fra le due guerre mondiali, dove le bici venivano pulite e custodite, ma anche riparate e vendute, e siccome di bici non si campava, si vendevano anche fuochi di artificio, gabbie per uccelli, orologi… A Bolzano, solo una ciclofficina, dopo la Seconda guerra mondiale, nel 1946. E qui non soltanto riparazioni e vendita, ma anche creazioni, ché chiamarle fabbricazioni sembra troppo poco. Bici per panettieri, bici per garzoni, bici da città, bici – tricicli - per donne con il cestino fra le due ruote posteriori. Dagli anni Settanta – fu Giovanni a convincere Gino, che era talentuoso telaista – anche bici firmate. Giovanni scelse il meglio: Cinelli, Colnago e Masi. Nel mondo delle corse i Cicli G. Turci si erano avventurati negli anni Sessanta grazie alla manualità di Gino: era il 1962 quando il velocista bolzanino Bruno Brasolin passò professionista (il primo professionista altoatesino) nella San Pellegrino diretta da Gino Bartali, la sua bici era una Cicli G. Turci dipinta di arancione con la scritta S. Pellegrino. Quello dei professionisti non era il suo ambiente: Brasolin corse metà stagione, poi lasciò perdere.


Giovanni ereditò da Gino la passione e la genialità, non il carattere: Gino era spettacolare, cantava, suonava (il violino), ballava, Giovanni è ancora un uomo di poche parole e lunghi silenzi, i clienti li chiamava tutti, o quasi, “signor Ciclista”. Nel 2009 Corey Sar Fox fece un magnifico reportage, testo e foto, nel 2009 per Pez Cycling News: invece di porre domande, preferì aspettare risposte, e le risposte di Giovanni Turci giunsero come racconti, monologhi, riflessioni. Nelle foto pubblicate, rigorosamente in tuta da operaio azzurra, Giovanni appare serio, concentrato, imperturbabile. Come se ci fossero soltanto lui e la bicicletta, anzi, la bicicletta e lui, o forse la bicicletta e basta, o forse quella bicicletta e basta. Tant’è che quando Ernesto Colnago lanciò le biciclette al carbonio, Giovanni Turci si tirò indietro: non conosceva quel materiale, dunque non lo capiva, e dunque non lo trattava. E si dedicò alle sue biciclette, quelle che conosceva, capiva e trattava, quelle in acciaio, quelle da città, quelle storiche, quelle d’epoca.

Finché due anni fa, Giovanni Turci abbassò la saracinesca e addio bici. Per Bolzano, un lutto cittadino. “Descrivere Cicli Turci come ‘un negozio di biciclette’ – Corey Sar Fox scrive nell’introduzione al reportage – è come definire il Ventoux ‘una salita’”. Meglio dire “una Mecca del ciclismo” e “un patrimonio di storia e bici (e polvere)”.

Ma la vita è una staffetta. E dall’altra parte della strada, in via Napoli 11, da qualche tempo c’è una nuova bottega. Una sola vetrina, un solo locale. Tant’è che le bici – un viavai fra malate e guarite, affollato come un pronto soccorso – sono parcheggiate contro la vetrina e occupano il marciapiede. Il meccanico si chiama Diallo, viene dalla Guinea, è a Bolzano da 12 anni, parla l’italiano meglio di un italiano, è svelto di mani e modi, pedala a piedi fra una coppia di freni da sostituire e un paio di tacchette da estrarre dalle scarpe, un parafango che cigola e un cambio che non cambia, un portapacchi nuovo e un copertone vecchio. Mentre lavora, Diallo ascolta musica della Guinea dal telefonino. A me è sembrato che abbia già ereditato qualcosa da Gino e qualcosa da Giovanni, e da entrambi ha adottato l’orario pressoché illimitato. Le bici compiono miracoli.


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