L'ORA DEL PASTO. VIAGGIO NEL MONDO DI POGACAR:GLI SCAVI DI ANDY McGRATH - 2

LIBRI | 04/07/2026 | 08:24
di Marco Pastonesi

Pogacar, in sloveno, significa loquace. Non conosco Tadej Pogacar, non so se sia loquace o riservato, logorroico o silenzioso, discreto come Coppi o vulcanico come Bartali o poliglotta come Merckx. Certo che parla molto – e molto chiaramente - con i fatti, che per lui sono pedalate come le favole di Gianni Rodari, in cielo e in terra. E se Pogacar non fosse loquace, ci sono altri che scrivono di lui, per lui, con lui. Questa è la prima di due puntate per due libri su Pogacar.



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Portogallo, Volta ao Algarve, febbraio 2019. Primo nella seconda delle cinque tappe, poi primo nella classifica generale e primo nella classifica giovani, nonché terzo nella classifica della montagna e sesto nella classifica a punti. “A essere sincero – ammette Andy McGrath nella nota introduttiva al suo “Tadej Pogacar inarrestabile” (pagine alvento, 336 pagine, 23 euro) – non avevo dato molto peso al nostro primo incontro” (e alla sua prima vittoria da professionista) “e non ero tornato a casa convinto che sarebbe diventato un campione di livello mondiale”. Invece “è la giovane eppure dominante forza del ciclismo professionistico”, “invade ogni campo e sfida qualsiasi avversario, migliorando apparentemente di stagione in stagione”.

Piace a tutti, Pogacar. Perché vince, convince, stravince. Perché attacca da solo, da lontano, da remoto. Perché è educato, sorridente, attento. A me piace anche McGrath. E’ un giornalista e scrittore (inglese) preciso, curioso, rispettoso. Di quelli che vanno, vedono e scrivono, di quelli che parlano, registrano e riportano, di quelli che studiano, indagano, collegano. Di quelli da strada. Di quelli che scavano ed estraggono. Sassi o pepite, tufo o diamanti, dipende. Però continuano a scavare ed estrarre. Finché – appunto – collegano.

McGrath si è comportato così - ricordo un suo libro su Tom Simpson, un altro su Franck Vanderbroucke – anche stavolta. Ha scavato, estratto e collegato. Ricomincia dalla ventesima tappa del Tour de France 2020 (una precisazione: Andy usa all’inglese il passato remoto, io preferisco – alla latina – il presente storico, una questione di latitudini). Nella generale Tadej è secondo a 57” di ritardo dal connazionale Primoz Roglic. Al traguardo finale di Parigi mancano due tappe, la ventesima è a crono, 36,2 km, la ventunesima e ultima giunge a Parigi come un carosello, quindi ne manca soltanto una, questa a cronometro, e Roglic, se non è il favorito, non è neanche sfavorito. Pogacar è nel bus, i meccanici nel camion. Lui si sta preparando, concentrando, respirando, loro stanno assemblando una Colnago bianca come la maglia bianca del miglior giovane. “Come mai?”, Tadej chiede al suo staff, “Non hanno fiducia in me?”. Il bello (per Pogacar, non per Roglic) è che Tadej vince, convince, stravince con 1’21” su Tom Doumulin e Richie Porte, 1’31” su Wout van Aert e 1’56” su Roglic. Match, partita, incontro. Il giorno dopo, a Parigi, sfoggia una Colnago gialla, che i meccanici, comunque, avevano già preparato.

Poi McGrath riprende dall’infanzia, dagli anni tra gli juniores a quelli nelle continental, ritorna al debutto nel 2019 e al primo trionfo nel 2020, quindi ripercorre l’ascesa – inarrestabile, appunto – fino a tutto il 2025. Grandi e piccoli giri, classiche del nord, Mondiali ed Europei, a essere pignoli gli manca ancora un’Olimpiade. Eppure non è la quantità né la qualità, a stupire è il modo in cui vince: parte e se ne va. Dove lo dichiara e mantiene, dove lo sente e improvvisa, dove lo vuole e vola. “Lui è uno su un milione”: parole di Matteo Trentin, pagina 317.

“Tadej Pogacar inarrestabile” è un mosaico costruito attraverso corse e corridori, compagni e avversari, tecnici e giornalisti, genitori e familiari, amici e medici. Non è solo un peana o un elogio, ci sono anche questioni delicate e definitive, perché sempre davanti al primo della classe c’è qualcuno – soprattutto nel ciclismo – che si domanda se è solo farina del suo sacco, se va solo a pane e acqua, se insomma c’è da fidarsi. E anche qui McGrath, per quel che può, scava. Fra allenatori e preparatori, metodi e tabelle. Nomi, cognomi, virgolette, dati. Giornalismo.

Quando Pogacar non sarà più inarrestabile? Lui ha firmato fino alla fine del 2030, quando avrà compiuto 32 anni. Ma il giorno verrà, probabilmente prima. Del Toro, Seixas, qualcun altro, ma sì. Solo allora questo libro potrà essere ripreso e aggiornato. Ma fin qui sta alla storiografia di Pogacar come le colonne di Ercole all’antica geografia.

(fine della seconda puntata – fine)


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