E un filo che parte da lontano, e che adesso vive una stagione nuova. Quella di padre, alle prese con un figlio, Enrico, 20 anni e la decisione - dopo il diploma di scuola superiore - di essere corridore al cento per cento.
«È sicuramente più difficile per lui che per me - ci racconta il due volte vincitore del Giro d’Italia - io ero figlio di contadini e non avevo pressioni, anzi. Enrico (che ieri ha compiuyto 20 anni e corre nella Campana Imballagi - Morbiato - Trentino, ndr) invece ha inevitabilmente a che fare con il confronto con me. Ma siamo diversi, soprattutto come carattere: lui tranquillo, buon ragazzo. Uguali però nell’impegno».
La fatica, quella che non hai mai temuto.
«Non mi sono mai tirato indietro, ed è questa esperienza che cerco di trasferire ai ragazzi che incontro: quelli ungheresi della MBH Bank, quelli dai 5 ai 18 anni dell’Unione Sportiva Montecorona (la società storica, con i suoi 75 anni, che ha visto tra i suoi “figli” Aldo e Francesco Moser, poi il sottoscritto e Moreno) della quale sono consigliere, poi da organizzatore della cronoscalata Festa dell’uva a Palù e in tutte le occasioni in cui vivo ancora il ciclismo».
A proposito di fatica, si avvicina il Tour de France.
«Ecco, parliamo di fatica quella vera. Ricordo il mio primo Tour, anno 1995. Fummo chiamati (l’Aki era riserva) all’ultimo momento per sostituire la squadra di Luc Leblanc che fallì poco tempo prima. Così a ridosso, i più disponibili a partire fummo noi giovani. Che esperienza tosta..Ero sempre dietro, ho capito lì che non si muore di fatica».
Poi ne sono arrivati altri di Tour, anche una vittoria di tappa, nel 2003 a Loudenvielle sui Pirenei. Quest’anno come la vedi la Grande Boucle?
«Con Pogacar al via, c’è poco da inventarsi. Da tempo dico a chi mi chiede di lui che ha già fatto tutto da giovane, ma fino almeno ai suoi 30 anni resta il più forte. Puo’ succedere che sbagli, e allora bisogna farsi trovare pronti».
È il consiglio, quello di farsi trovare pronto, che dai anche a tuo figlio?
«Sì, che continui con serietà e voglia di fare. E invece a tutti i bambini e ragazzini che si affacciano al ciclismo di divertirsi. Amo rivedere me in loro, con quelle bici che sembrano così grandi. Ripenso alla mia, costruita smontando pezzo per pezzo quella che mio fratello aveva portato a casa da un cantiere e dipinta poi di color rosso Ferrari. Ecco tutto è partito da lì».
Un bel viaggio, Gibo. Un filo che non si spezza, nemmeno dopo due mesi di bici chiusa in garage. Poi si torna in sella e si va..anche a tifare per un figlio che sogna in grande.