Cinquant’anni fa il primo numero del quotidiano “la Repubblica” e la prima copia dell’album “Hotel California” degli Eagles. Cinquant’anni fa la fondazione della Apple di Steve Jobs e Steve Wozniak e della rock band irlandese U2. Cinquant’anni fa la prima visione del film “Taxi driver” e la prima volta di una donna ministro, la partigiana Tina Anselmi. Cinquant’anni fa l’Olimpiade di Montreal e il trionfo dell’Italia del tennis in Coppa Davis. Cinquant’anni fa la vittoria di Felice Gimondi al Giro d’Italia e cinquant’anni fa anche la nascita di Massimiliano Muraro, che cinquant’anni dopo avrebbe scritto “50 anni da Felice” (Ediciclo, 192 pagine, 16 euro) proprio su quella vittoria.
Il nonno, la tv, i racconti. Muraro fu folgorato dalle corse in bicicletta. Erano gli anni di Bugno e Chiappucci, ma il ciclismo è lo sport della memoria, certe tappe si ripetono all’infinito, certi corridori non scendono mai di sella, certe facce e certe andature, certe fughe e certi inseguimenti non si dimenticano più. Tanto vale ritrovarli, riscoprirli, ricomporli. Fra ordini d’arrivo e classifiche generali, cronache e interviste, pensieri e parole, immaginazioni e considerazioni, eredità e debiti, storie e geografie, dunque fatti e mappe. Fra lettere e letture.
Muraro comincia proprio con una lettera a Felice, in cui spiega da dove nasce questo suo Giro d’Italia del 1976, una macchina (una volta le biciclette venivano chiamate macchine) del tempo, “i motivi che mi hanno spinto a scriverti e a seguirti come un’ombra lungo le strade del Giro che ti appresti a sfidare”. Il primo dei motivi: “Vado in bicicletta perché mi piace, perché mi fa stare bene e perché mi permette di vivere lentamente il mondo”. Il secondo: “Il ciclismo era la passione che” al nonno “faceva ribollire il sangue nelle vene. Il ciclismo e il pugilato, sport che provengono dalla fame e dalla miseria”.
Da venerdì 21 maggio a sabato 12 giugno 1976, da Catania a Milano in 4162 km, dalla morte in volata di Juan Manuel Santisteban alla vittoria in volata di Davide Tinchella, ma anche da Dino Buzzati a Gianni Brera, da Vasco Pratolini a Gianni Mura, da Patrick Sercu a Rik Van Linden, da Fabrizio Fabbri ad Arnaldo Caverzasi, e poi dal Ciocco al Bracco, dal Passo della Futa ai Monti Pallidi, da Eddy Merckx a Francesco Moser, da Ercole Gualazzini a Gigi Sgarbozza. Un caleidoscopio di colori e suoni, un labirinto di strade secondarie e silenziose, una centrifuga di emozioni e sentimenti. Per chi sa, un risorgimento. Per chi non sa, una rivelazione. Per chi sa e non sa, un lungometraggio da pedalare con gli occhi e il cuore.
Lettere e letture. Le lettere sono quelle di Muraro, tre, prima, durante e dopo il Giro, e anche quella di Norma Gimondi, la figlia di Felice, come affettuosa e grata postfazione. Le letture sono quelle che Muraro ha recuperato negli archivi, compresi Gianni Rodari e Carlo Levi. E poi c’è anche l’immaginazione, appunto, in dialoghi registrati secondo coscienza. “Arrivederci Felice Gimondi da Sedrina – conclude Muraro -, per me è stato un onore accompagnarti”.
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