L'ORA DEL PASTO. MALA BROCCA, QUANDO GLI ULTIMI HANNO TANTO DA RACCONTARE

LIBRI | 14/06/2026 | 08:24
di Marco Pastonesi

Primo Coppi e secondo Bartali. O primo Bartali e secondo Coppi. Poi gli altri. Piuttosto che arrivare quinto o quindicesimo o cinquantacinquesimo, il Luisìn preferiva arrivare ultimo. Almeno così sarebbe stato ricordato, forse cercato, certamente premiato. Quel che c’era c’era: zollette di zucchero, tavolette di cioccolata, pane nero, sigarette, addirittura qualche soldo, anche se allora, Italia del secondo dopoguerra, di soldi ce n’erano pochi o niente, soprattutto fra la gente che andava a veder passare corse e corridori. Per arrivare ultimo si era specializzato in fughe dalla parte sbagliata, cioè indietro, ma anche in autoforature e in nascondigli. Tra l’altro, scrive Valerio Monteventi, “aveva un cognome molto adatto al ruolo dello sconfitto. Si dà il caso che la sorte avesse realizzato il più efficace dei legami tra due vocaboli negativi: ‘mala’ e ‘brocca’. A fare il resto ci pensarono la fantasia popolare e la penna di qualche arguto cronista sportivo, abbinando la maglia nera a quel ‘broccaccio’ di Malabrocca”.


S’intitola “Mala brocca” (Pendragon, 160 pagine, 14 euro) il libro che Monteventi ha dedicato agli ultimi e alle loro storie povere di mezzi ma ricche di dignità. La pubblicazione risale al 2019, ma certe storie, soprattutto queste storie, restano, forse si moltiplicano e s’ingigantiscono, la redenzione non è mai economica ma etica. Storie esemplari – l’unica ciclistica è quella del Luisìn -, storie nascoste, trascurate, respinte, cancellate, storie che non fanno notizia né scandalo, storie che faticano a trovare voci e parole, storie dannatamente e maledettamente umane. “Al libro – spiega Monteventi – ho dato il titolo di ‘Mala brocca’ perché quelle che vengono raccontate in queste pagine sono storie di ultimi, di baracche, di acque, di fiumi e canali, di fughe ed espedienti per difendersi dalla miseria, ma anche di intellettuali, giornalisti e reporter che hanno puntato il loro sguardo ai margini della società”.


Monteventi è uno di questi. Bolognese, 72 anni, per 25 rugbista nel ruolo di pilone (e i piloni, i sa, vanno in paradiso perché l’inferno lo hanno già sperimentato nelle mischie), ha fatto un po’ di tutto, dall’operaio al preparatore atletico, dal consigliere comunale all’astronauta russo (in una serie tv), e molto si è occupato di libri, da autore a editore, e di giornali, da “Mongolfiera” a “Zero in condotta”. Della squadra di Malabrocca, anzi, di “Mala brocca”, qui fanno parte il critico, saggista e giornalista Goffredo Fofi, l’avvocato degli zingari Mario Giulio, il prete dei nomadi don Giovanni, il fotografo dei rom Mario, Bruno Carmini che abitava in una capanna lungo il Reno, il marocchino Hicham che voleva giocare a calcio e invece divenne pugile finché giunse in Italia e trovò il suo inferno, il romeno Argetran che qui da noi si fece forza e strada da bracciante…

“Nel ciclismo, come nella vita, essere ultimo è una dimensione morale difficile – scrive Monteventi -; il ritiro, però, non è mai la cosa più adeguata: bisogna andare avanti, tirare fuori i denti e non mollare. Anche perché, è bene saperlo, la sensazione di esclusione fa molto più male dell’acido lattico che ti indolenzisce i muscoli e ti blocca le gambe”. Tant’è vero che il Luisìn non era quel genere di corridore che abbandonava la corsa.


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