L'ORA DEL PASTO. I RACCONTI DELLA MAGLIA NERA: FRANCO ONGARATO - 6

STORIA | 23/05/2026 | 08:30
di Marco Pastonesi

Le maglie nere: gli ultimi della classifica generale, i primi della classifica sentimentale. Perché le maglie nere appartengono ai gregari, in perenne lotta con il tempo massimo e le energie minime. I più umani e i più umili. I più simili a noi. Questa è la sesta puntata, dedicata a Franco Ongarato, ultimo al Giro del 1973.


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Colpa di un’insalata. “Giro d’Italia del 1973, la dodicesima tappa, la Lanciano-Benevento di 230 km, sette ore, primo Roger De Vlaeminck, io in gruppo a più di mezz’ora. La sera, in un hotel che ospitava più squadre, l’insalata avariata. Fu una strage intestinale. Chi abbandonò la corsa, chi, come me, nonostante tutto, continuò. Era il mio primo Giro e non mi sarei mai ritirato”. Franco Ongarato, maglia Dreher Forte, dorsale 39, il giorno prima aveva compiuto 24 anni.

Che cosa successe?

“Dovetti stringere i denti, e non solo quelli. Prosciugato, disidratato dalla dissenteria, dovevo bere continuamente e fermarmi saltuariamente. E certo il gruppo non mi aspettava. Ci vollero cinque o sei tappe prima di riprendermi. Fu così che scivolai all’ultimo posto. Ultimo, penultimo, terzultimo, non faceva differenza, non me ne importava nulla, l’importante era riuscire ad arrivare al traguardo finale di Trieste. E c’erano ancora tutte le montagne da scalare. E le montagne non erano il mio forte”.

Passista veloce?

“Di più da dilettante. In maglia azzurra vinsi due tappe al Giro di Bulgaria, era l’anno in cui non si corse il Tour de l’Avenir e quella era diventata la più importante, poi vinsi due tappe alla Corsa della Pace, la Varsavia-Berlino-Praga, fui terzo alla preolimpica di Monaco, vinsi una tappa anche al Tour de l’Avenir e una al Giro d’Italia, settimo nella generale. Altra musica, da professionista. Non vincevo, ma mi piazzavo. Terzo alla Sassari-Cagliari, tre volte terzo alla Tirreno-Adriatico, ottavo alla Milano-Sanremo, quinto alla Milano-Vignola. Mi piazzavo anche in quel Giro: quattro volte nei primi 10, con un terzo posto ad Alba Adriatica. La diarrea mi stese”.

Poi?

“Mi ripresi. Quinto a Verona. Ma a quel punto, l’ultimo posto mi conveniva. Nella tappa dolomitica, con Valles, Santa Lucia, Giau e Tre Croci, ero nel gruppetto con Dancelli e Bitossi, quando il massaggiatore della Dreher Forte mi ordinò di andare più piano, rallentare, aspettare. ‘Tu devi arrivare ultimo a tutti i costi’. Obbedii. Il manager della Dreher Forte ci aveva promesso che, per ogni secondo di apparizione televisiva, purché indossando cappellino o maglia, avremmo ricevuto 10mila lire. Quando finivo le tappe in gruppo, mollavo la bici, tornavo al palco delle premiazioni, costruito con tubi Innocenti e mi arrampicavo per essere il primo corridore da intervistare. In più, l’ultimo posto era un’occasione d’oro: sapevo che prima o poi Adriano De Zan sarebbe venuto da me”.

Venne?

“L’ultimo giorno. Mi intervistò in corsa, dalla moto. Disse che mi avrebbe fatto due domande, la prima ‘come ti senti a quattro ore e mezzo da Eddy Merckx?’, la seconda ‘cosa pensi del tuo primo Giro?’, e volle conoscere in anticipo le risposte, era il periodo delle Brigate Rosse e in Rai si temevano dichiarazioni rivoluzionarie”.

Le sue risposte?

“Alla prima domanda, dissi che non avevo fretta e che comunque a Trieste avrei vinto io. Alla seconda, spiegai che il Giro d’Italia era un po’ come il servizio militare, all’inizio ti sembra una cosa da matti e che hai paura di diventare matto anche tu e che non vedi l’ora di tornare a casa, ma alla fine ti dispiace che finisca e non vedi l’ora di ritrovare i commilitoni. Tirando un po’ per le lunghe, l’intervista durò 47 secondi e fruttò 470mila lire. Una bella botta di soldi, soprattutto pensando che Italo Zilioli, il nostro capitano per la classifica, in quel Giro guadagnò poco più di me”.

Centotredicesimo, e ultimo, con 13’17” su Walter Avogadri.

“Un buon margine di sicurezza. Avogadri era un altro che in salita faticava come me, anzi, più di me”.

E’ vero che il Giro era un po’ come la naja?

“Feci il servizio militare nella Compagna atleti, la mia spina – io del 1949, lui del 1951 - era Francesco Moser. Ci ritrovammo a Milano sulla pista del Palazzetto dello sport. E di pista non sapeva niente. Gli dissi di alzare la sella, abbassare il manubrio, spostare le tacchette. Gli insegnai a girare alto nelle curve. Imparava in fretta. Ci chiesero di partecipare a un’americana, una corsa a coppie, ci si dà il cambio lanciandosi a mano. Lui, imbranato e terrorizzato, continuò per un’ora da solo, a 60 all’ora. Questo è un campione, dissi fra me e me. Non mi sbagliavo”.


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