E’ la classica più belga, forse la più bella, una specie di Pasqua del ciclismo anche quando non coincide come quest’anno con la festività cristiana. Primo atto della campagna del Nord, la Ronde propone il tradizionale percorso che su 271 chilometri distribuisce 16 muri, la maggior parte in pavé e nella seconda parte di gara. Di questi, il più iconico resta il Vecchio Kwaremont, da affrontare tre volte, la prima a metà strada, le altre due in abbinamento col terribile Paterberg, a 50 e 13 chilometri dal traguardo. Stavolta si parte da Anversa, si arriva a Oudenaarde come accade da oltre un decennio, dopo aver percorso stradine rese ancor più strette dalla folla straripante, che nei punti strategici della corsa paga centinaia di euro per gustarsi il passaggio dei corridori bevendo birra e mangiando patatine fritte. Nell’albo d’oro a pesante impronta belga (69 successi in 109 edizioni), nessuno è mai andato oltre i tre successi: ci sono riusciti in sette, i locali Buysse, Leman, Museeuw e Boonen, lo svizzero Cancellara, l’olandese Van der Poel e il nostro Fiorenzo Magni, unico a farlo in edizioni consecutive. Undici le vittorie italiane, l’ultima con Bettiol nel 2019. Ecco le dieci facce che si candidano per la cima del podio.
Tadej Pogacar. Vince perché vuol entrare nell’élite di chi è riuscito a fare tris, perché punta a conquistare tutte le classiche monumento nella stessa stagione, perché quest’anno è ancora imbattuto. Non vince perché su questo terreno Van der Poel non è inferiore a lui.
Mathieu Van der Poel. Vince perché in questa classica non è mai uscito dai primi quattro, perché far poker è uno dei suoi grandi obiettivi, perché le ultime tre volte negli anni pari ha sempre fatto centro. Non vince perché fin qui nei finali delle corse più lunghe non è apparso irresistibile.
Wout Van Aert. Vince perché sembra esser di nuovo quello di qualche anno fa, perché nelle ultime due settimane è sembrato tra i più in palla, perché nella classica di casa può far benissimo dopo aver sempre fatto bene. Non vince perché serve anche fortuna e a lui manca da un po’.
Remco Evenepoel. Vince perché nelle corse di un giorno riesce a dare il meglio di sé, perché di debuttare in questa corsa l’ha in testa da mesi, perché si sente in forma come nei giorni migliori. Non vince perché la prima volta sul pavé può sempre riservare imprevisti.
Mads Pedersen. Vince perché a Sanremo si è ripresentato alla grande, perché le classiche più dure sono quelle che lo stuzzicano di più, perché i tre podi conquistati in otto partecipazioni gli vanno stretti. Non vince perché il malanno che l’ha fermato una settimana fa potrebbe pesargli.
Jesper Stuyven. Vince perché è la classica che conosce meglio, perché nessuno lo considera ma alla fine davanti c’è sempre, perché nell’ultimo mese si è regolarmente piazzato fra i migliori. Non vince perché la regolarità e il fondo non bastano contro i marziani in circolazione.
Matteo Trentin. Vince perché tra gli underdog è uno dei più navigati, perché in queste corse è ancora uno degli italiani più affidabili, perché nell’ultimo mese ha puntualmente concluso nelle zone alte. Non vince perché piazzarsi con costanza non è garanzia di successo.
Jonas Abrahamsen. Vince perché è nel momento di forma migliore, perché ha puntato la sua stagione sulle classiche del pavé, perché sulle strade del Nord ha dimostrato di saper andar forte. Non vince perché rispetto ai più forti gli manca ancora qualcosa.
Florian Vermeersch. Vince perché su queste strade si sente a casa, perché nella marcia di avvicinamento si è rivelato tra i più forti, perché se Pogacar dovesse aver problemi da spalla può trasformarsi in primattore. Non vince perché proteggere Pogacar gli toglierà comunque energie.
Christophe Laporte. Vince perché in questa stagione ha fatto bene in tutte le corse al Nord, perché sulle pietre sa andar forte, perché la sfortuna che accompagna Van Aert potrebbe lasciargli spazio. Non vince perché nelle prove monumento non è mai apparso irresistibile.