-3 AL GIORNO DELLA MEMORIA. IL BARTALI DI RENATO GIUSTI

STORIA | 24/01/2026 | 08:20
di Marco Pastonesi

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, che dal 2005 l'Onu ha istituito per commemorare le vittime dell'Olocausto e della persecuzione nazista. Per noi è l'occasione per ricordare, ancora una volta, Gino Bartali.


Fu un’apparizione. Giro d’Italia del 1954, il 6 giugno, la tappa a cronometro da Gardone Riviera a Riva del Garda lunga come una maratona, 42 km, primo Hugo Koblet, maglia rosa Carlo Clerici, viva la Svizzera. “Ero partito da casa, a Bonaldo di Veronella, con due amici, un centinaio di chilometri, in bici. Fu lì a Gardone che mi apparve Bartali. Stava provando il telaio, scaldando le gambe, rompendo il fiato. Non resistetti alla tentazione e osai salutarlo. Gentilissimo, mi rispose. Poi girai la bici e tornai a casa. Esaltato dalla magia di quell’incontro, non sentivo la catena ma un coro di angeli. I miei amici, che già gareggiavano da dilettanti, faticavano a starmi dietro e allora mi dissero che avrei dovuto cominciare a correre. Obbedii. Non avevo neppure 16 anni, ero esordiente. La prima corsa ebbi problemi con il cambio. La seconda la vinsi per distacco”.


Renato Giusti sarebbe diventato corridore, un corridore vero, come dicono – appunto – i corridori, svelto in bici, svelto anche di testa. “Dilettante, entrai nel giro della nazionale, ma quando non fui convocato per i Mondiali di Reims nel 1958, dove tra l’altro abitava mia sorella e quindi ci avrei tenuto tantissimo a correre, andai dai responsabili e dissi chiaro e tondo che ero povero, che correvo per campare e che la maglia azzurra se la tenessero loro”. Professionista dalla fine del 1959, Giusti corse anche alle dipendenze di Bartali: “Era il 1963, la San Pellegrino si era ritirata dal professionismo, la squadra passò alla Firte, dove c’era tanta passione ma non i soldi, tant’è che non fu ammessa al Giro d’Italia, colsi l’occasione e smisi di correre. Non avevo neanche 25 anni”.

Ma il ciclismo era nel destino di Giusti e Giusti sarebbe rimasto nel ciclismo: “Da amico, da sostenitore, da sponsor. E da amico, da sostenitore, da sponsor personale di Bartali. ‘Giustino’, mi chiamava, perché grande e grosso non sono mai stato, ma anche perché l’abbreviativo custodiva affetto, calore, intimità. Siccome Gino era credente ma anche credulone, veniva spesso buggerato per la sua bontà. E quando le cose non gli andavano granché bene, lo ingaggiai: per 10 anni indossò un cappellino con la scritta Club 88, il marchio della maglieria intima che fabbricavo. Lui se lo metteva sempre, in questo era rigoroso e preciso, non c’era occasione ciclistica, dalle corse alle riunioni, dal ‘Processo alla tappa’ alle tappe del Giro d’Italia in cui non si mostrasse senza il cappellino. Una volta accadde anche in Francia, volevano girare un’intervista, gli chiesero di toglierselo, lui fu risoluto: o col cappellino o niente”.

Erano gli anni in cui Bartali italianizzava il Giro e girava l’Italia a bordo della sua macchina (“Guidava sempre lui. Le uniche due persone cui concedeva il volante erano Lino Ciocchetta e me”), arrestando la macchina ma anche la vita di paesi e borghi, distribuendo e autografando cartoline, stringendo mani, subendo pacche, regalando pronostici, sorrisi, brontolii, memorie storiche, immortalato in fotografie che continuano a emergere e lo ritraggono in boutique e officine, tavolate e feste, protagonista popolare e a furore di popolo in quella divina commedia umana che è il ciclismo. “Gino sapeva che, nel cortile della mia casa, c’era sempre una piccolissima casetta pronta per lui. E così mi chiamava, avvertiva, si fermava, mangiava, dormiva, ripartiva. Inarrestabile, instancabile, irriducibile”.

Il Giusto e Giustino: un’amicizia, solida e solidale, senza essere mai sbandierata. Si sapeva, e basta. “L’ultima volta che lo vidi fu pochi giorni prima che morisse – dice Giusti -. Andai a trovarlo a casa sua, a Firenze. Era vittima del fuoco di Sant’Antonio. Non sopportava neanche il contatto con la canottiera. Teneva una spalla scoperta. Gli bruciava la pelle. Aveva quasi 86 anni, mi sembrò ancora forte, ma patito e anche molto stanco”. Poco tempo dopo la morte di Bartali, a casa Giusti arrivò Luigi, uno dei suoi figli. “Gino era stato chiaro: la sua macchina, l’ultima, una Golf, la regalava a me. Chiesi di acquistarla: niente da fare. A Luigi pagai il biglietto del treno e allungai – diciamo così – una mancia”. Conoscendo la proverbiale generosità di Giusti, c’è da pensare che la mancia sia stata pari almeno al costo commerciale (per quello sentimentale sarebbe stato impossibile) della macchina. “Ogni tanto ci faccio un giretto: è come nuova”.

E pensare che Giusti era coppiano: “Tenevo a Coppi per la classe, lo stile, l’eleganza. Poi tenevo anche a Bartali per l’onestà, la bontà, la generosità”. Il giorno della memoria è un giorno bartaliano, non coppiano: “Quando si parlava di guerra, lui tagliava corto. Il bene si fa, ma non si dice. E cambiava argomento”.


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