L'ORA DEL PASTO. CASARIN E QUEL LIBRO SUL CALCIO CHE HA TANTO PROFUMO DI CICLISMO

LIBRI | 21/01/2026 | 08:15
di Marco Pastonesi

“In molti paesi c’è un bar che si chiama Bar Sport (variante: Bar degli Sportivi), con un’insegna che fa un po’ tenerezza, un reperto d’archeologia sociale. Non esiste, che si sappia, un Bar Tifo. Al Bar Sport il calcio non ha oscurato le altre discipline, e quindi (ma dipende dagli anni che ha sul groppone) il locale ha vissuto le gesta di Bartali e Coppi, Gimondi e Motta, Bugno e Chiappucci, ha pianto per Pantani, ha discusso di Mazzinghi e Benvenuti, di Agostini e Pasolini, di Ascari e Fangio, di Lauda e Villeneuve”.


Paolo Casarin è un arbitro. Lo è, continua a esserlo, anche se nel 2000, dopo che l’Associazione italiana arbitri propose la sua radiazione per aver scritto un articolo sul fuorigioco senza l’autorizzazione, e dopo che la punizione era stata ridotta a quattro mesi di squalifica, lui rispose con le dimissioni. Ed erano passati 42 anni di “appassionata e gratuita collaborazione”. Ma lui – è più forte di lui – si dedica al calcio, alla sua osservazione e al suo studio, e dunque ai suoi interventi sulla stampa, alla televisione e ora in un libro, “Vita e pensieri di un arbitro” (Rizzoli, 264 pagine, 18,50 euro, con la prefazione di Gianni Mura), 60 anni dentro e fuori il campo da calcio.


E’ un libro pieno di storie e idee. La storia di Mario Corso, che “capì subito che bastava un solo piede, quello sinistro, per fare sempre gol. Non c’era bisogno di usare la forza. Il piede di Mario si comportava come fosse una mano: disponeva di una sensibilità unica, e il pallone calciato con quella modalità disegnava traiettorie nuove, mai viste prima. Superava la barriera dei difensori schierati e, quando sembrava destinato a oltrepassare la traversa, perdeva forza e precipitava in porta come una foglia morta”. Oppure la storia di Aurelio Scagnellato, che “aveva lavorato da operaio in una vetreria e poi in una fonderia”, finché al Padova “chiese tre milioni di lire all’anno”, il presidente “notando la sua agitazione gli fece un contratto da tre milioni e mezzo all’anno” e subito Scagnellato “corse dalla mamma a gridare: ‘Sono ricco, vieni qua a prendere i soldi con la carriola!’”. E ovviamente le storie di lui, Casarin, fin da quando “conoscevo Dino Panzanato, un calciatore della Mestrina, poi a Vicenza e Napoli, ma che allora lavorava come apprendista tornitore. Fu lui a dirmi che non sarei mai diventato un vero calciatore. Qualche giorno dopo venne da noi ragazzini con un messaggio riparatore: ‘Non sapete giocare ma, visti gli arbitri delle mie partite, potreste diventare bravi arbitri anche voi’”. E poi le idee. Sul calcio, il calcio dei bambini e quello dei professionisti, gli spogliatoi e gli stadi, le regole, la tv, la gestione degli arbitri e dei guardalinee.

Eppure “Vita e pensieri di un arbitro” è, volendo, anche un libro per chi ama il ciclismo. Perché non consideri il calcio un altro sport o un non sport. Perché non consideri il calcio uno sport privo di valori. Perché Casarin ricorda “la feroce volontà di quei ragazzi che arrivavano all’oratorio in bicicletta, puntuali nonostante i venti centimetri di neve e le strade sterrate”. Perché a San Donà di Piave (guardacaso, la cittadina di Moreno Argentin e Simone Cadamuro, per dirne due) “la squadra formata da quella classe era forte: tra quelle facce c’era quella di Angelo Cereser, che per tante stagioni fu il difensore centrale del Torino, nonché Enzo Ferrari, in quel momento promettente ciclista, in seguito convertito al calcio della serie A”. Perché nei bar sport si parla molto più di calcio, ma ancora e sempre di ciclismo. Soprattutto, perché spesso basta sostituire a “pallone” la parola “bicicletta”, alla parola “calcio” quella di “ciclismo”, alla parola “partita” quella di “corsa”, e i conti tornano. “Facciamo giocare tutti i bambini e anche le bambine del mondo con un pallone, le regole necessarie sono già nel loro DNA”, “alla fine della partita ci si stringerà la mano, un semplice gesto di pace”, “aiutiamo il calcio dei bambini a fare squadra appena un pallone rimbalzerà intorno a loro: lo stanno aspettando in tanti Paesi del mondo”, “saranno i bambini a garantire il futuro gioioso del calcio, non dimentichiamolo”.

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