PUCCIO. «LA MIA VITA DA GREGARIO E LA VOGLIA DI RESTARE NEL CICLISMO»

INTERVISTA | 28/10/2025 | 10:00
di Giulia De Maio

Salvatore Puccio, una vita da gregario. In occasione del suo 36° compleanno ha an­nunciato l'addio alle corse ed è stato subissato da messaggi di affetto. 


Salvatore Puc­cio è molto amato in gruppo, ha fatto del suo meglio per farsi ben volere su e giù dalla sella e, dopo una vita da gregario è pronto a nuove sfide in un ciclismo che nei suoi 14 anni di carriera professionistica è cambiato totalmente. Il siciliano uomo bandiera del Team Sky/Ineos Grena­diers è stato un compagno prezioso per Bradley Wiggins, Rigoberto Uran, Ge­raint Thomas, Mark Cavendish, Egan Bernal, Michal Kwiatkowski, Elia Vi­viani, Tao Geo­ghe­gan Hart e Filippo Ganna, solo per citare alcuni dei capitani che lo hanno voluto al loro fianco nei grandi giri e nelle classiche, e ora vuole mettere a frutto tutta la sua esperienza in ammiraglia. Prima però di iniziare questa nuova avventura da direttore sportivo, ci sono le ultime corse da disputare, in Italia, come da sua richiesta. Perché tutte le strade portano a casa e una bella storia me­rita il migliore dei finali.


Come stai vivendo questo ultimo capitolo?
«Bene, perché ho scelto io di mettere un punto. Dopo tanti anni ho sentito il bisogno di dire basta. Negli ultimi allenamenti ho avvertito anche un po’ di malinconia, ma in gara sento la fatica e allora mi dico che ho preso la decisione corretta. È il momento giusto per smettere».

La tua prima gara da prof risale ad agosto 2011.
«È passata una vita. Ho indossato sempre la stessa maglia perché mi sono trovato bene in questo gruppo. Ho visto passare tanti compagni, cambiare lo staff. Non sono l’unico, ma tra i pochi rimasti del progetto originario. Non mi piace molto cambiare, prediligo stabilità e tranquillità. L’unica maglia diversa da quella di club che ho indossato è stata quella azzurra, con Elia Viviani oltre a tappe al Giro e alla Vuelta abbiamo vinto il Campionato Europeo nel 2019».

Cosa ti resta di questa parte di vita?
«Rispondere a questo domandone è difficilissimo. Ho tantissimi ricordi e chissà quanti al momento ho rimosso. Sono stati anni intensi e ricchi di soddisfazioni. Vestire la maglia rosa nel 2013, al mio primo Giro d’Italia, è stata una piacevole sorpresa, e sento mia ogni vittoria di un mio compagno. Ho sempre avuto la fortuna di correre con campioni veri che a fine gara portavano a casa il risultato. Per un gregario è importantissimo perché puoi lavorare quanto vuoi, ma se poi il capitano non vince, il tuo lavoro vale zero».

Accanto alle gioie ci sarà stato anche qualche dolore.
«Fortunatamente non ho mai avuto grandi problemi, il primo vero infortunio mi è capitato quest’anno, poco prima del Tour of the Alps ho rotto il polso. Avrei voluto disputare ancora una volta il Giro d’Italia, invece per due mesi sono stato costretto a stare lontano dalle gare. Pazienza. Ora, do­po le corse in Canada, ho chiesto di disputare le ultime gare in Italia: Giro dell’Emilia, Tre Valli Varesine e Il Lombardia. Gli amici si stanno preparando, organizzeranno una bella fe­sta...».

Hai disputato 17 grandi giri e 29 classiche, la casella delle vittorie è rimasta a zero.
«Ho corso tanto, spesso a fine anno ero il primo della squadra per numero di gare, iniziavo a gennaio e finivo ad ottobre, come voleva la vecchia mentalità old school. Ho avuto poche occasioni personali perché ho sempre aiutato gli altri. Quando ho centrato qualche buona fuga, all’interno mi sono regolarmente trovato specialisti come Ales­sandro De Marchi che mi ha battuto alla Vuelta e Steve Cummings alla Tir­re­no-Adriatico, insomma i peggiori con­tro cui giocarsela...».

Negli ultimi anni hai fatto fatica?
«Sì, il ciclismo è cambiato tanto ed è sempre più esigente. Per restare competitivo lo scorso inverno ho svolto tre allenamenti al giorno. Andavo in palestra alla mattina, in bici, e poi sui rulli, ben vestito per sudare. Un giovane quanto può reggere questi ritmi? A livello alimentare c’è stata una rivoluzione. Una volta dopo un’omelette si facevano cinque ore regolari a digiuno, ora si parte per un allenamento caratterizzato da lavori specifici e personalizzati con le tasche piene di gel, ci si de­ve abituare ad assimilare 120 grammi all’ora, tantissimo. Io con il peso non ho mai avuto problemi, mi conosco, so come gestirmi, ma per tanti la dieta è uno stress ulteriore».

Si va sempre più veloci.
«È pericolosissimo e logorante, siamo rimasti in pochi a frenare e se rallenti in un attimo perdi 40 posizioni, che recuperare poi è dura. Se lasci un po’ di spazio, ti si infilano da tutte le parti. Non è un problema di rapporti, ma di testa. Gli incidenti che vediamo in tv sono l’1% di quello che succede, in gruppo è un continuo fare a spallate e sentire le leve di chi ti sta vicino addosso. Il gruppo è veramente molto compatto, una volta vivevi questa frenesia solo nel finale, ora ci accompagna dal chilometro zero. Di recente in una di­scesa ho toccato gli 84 km/h, ho avu­to paura. Ahimè, temo sarà sempre peggio».

La tua gara preferita?
«La Strade Bianche è stupenda. Forse ultimamente l’hanno resa un po’ troppo dura. Detto questo, quando c’è in gara Tadej Pogacar c’è poco da fare...».

Che rapporto hai con la bici?
«Finito l’allenamento non la voglio ve­dere, non sono uno di quelli maniacali sulla meccanica e le misure e, am­metto, nemmeno sulla pulizia. Sto già tante ore in sella, quando torno sono stanco e ho voglia solo di riposarmi e giocare con mio figlio. Quest’estate ha voluto sempre che lo portassi in bici così do­po aver svolto i miei lavori, mi toccava riuscire con lui. Per fortuna ho una city bike elettrica con il seggiolino, se no sai che mal di gambe. Anche perché Tommaso inizia a pesare. Ha due anni e mezzo ed è scatenato, inizia a parlare e non sta mai fermo. Quando usciamo in bici è felicissimo, anche perché ogni volta lo porto in posti diversi, dove ci sono i cavalli e altre bellezze vicino casa».

Dov’è?
«Ad Assisi. Nel 2002 dalla Sicilia con la famiglia mi sono spostato a Petri­gnano d’Assisi. Poi sono stato dieci an­ni a Monaco e nel settembre 2023 sono tornato ad Assisi con mia moglie Fran­cesca e il nostro piccolo, nato a marzo di quell’anno. Abbiamo avuto la fortuna di comprare un attico con un grande terrazzo che da su Santa Maria degli Angeli, era in costruzione e non ce lo siamo fatti scappare. Con la fine della carriera agonistica avrò più tem­po da dedicare ai miei cari, che sono stati e sempre saranno fondamentali».

Quando non sei in sella?
«Mi ha preso il giardinaggio, mi rilassa tantissimo. Mi ha trasmesso la passione mio suocero Antonio, che in passato ha lavorato in un negozio di fio­ri. Ci ha sempre curato il verde ma ultimamente piace fare tutto a me, dal girare le piante perché prendano il sole da ogni lato e non si curvino fino alla potatura. Al momento sono in lotta con il pitosforo, mi dà un po’ di problemi perché è delicato, viene colpito dai pulcioni, questi maledetti insetti che seccano le piante».

Quindi da grande Salvatore Puccio farà il vivaista?
«No, questo amore per le piante reste­rà un hobby. Mi sono iscritto al corso UCI per diventare direttore sportivo. Vorrei restare in gruppo, mi pia­ce­reb­be molto salire in ammiraglia, anche di un’altra squadra. Dei diesse che ho avuto in carriera mi ispirerò a Matteo Tosat­to, uno che ha grande carisma, ti coinvolge, ti motiva e trasmette grinta, e a Dario David Cioni, al contrario mol­to tranquillo. Idealmente penso di poter diventare una via di mezzo...».

A ripensare alla tua vita da gregario hai qualche rammarico? Magari in qualche occasione saresti potuto essere meno generoso e più egoista...
«No, non ho nessun rimpianto. Sono felicissimo della mia carriera. Fatica a parte, rifarei tutto da zero».

da tuttoBICI di Ottobre


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COMMENTI
Bellissima
28 ottobre 2025 10:27 noel
inervista. Grande Salvatore, tanti auguri.💪🤞🤞

Bella persona
29 ottobre 2025 15:38 Gnikke
Conosciuto alla festa di un fan club! Persona intelligente, bel corridore! Auguroni!

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