LA MOVIDA DELLE CORSE

TUTTOBICI | 24/06/2020 | 08:10
di Cristiano Gatti

È un conto alla rovescia quasi parossistico, ci si avvicina sempre di più al momento della prima corsa, e poi a seguire di tutte le altre. Anche se an­cora sono del partito ci credo quando le vedo, voglio smuovermi dallo scetticismo e fare un passo avanti. Im­maginiamo cioè che davvero le corse post-Covid, o durante, in convivenza, siano un fatto assodato: ecco, ma co­me saranno?

Naturalmente non vo­glio perdermi nei vi­coli chiusi dei protocolli che incomberanno su squadre e organizzatori, tra tamponi e test sierologici, ri­tiri sotto campane di vetro e pronto intervento in caso di contagi dentro la carovana. Su questo si sono già spesi e ancora si spenderanno oceani di parole, più o meno fondate, più o meno attendibili: d’altra parte, si tratta di da­re retta a sette miliardi (uno più, uno meno) di virologi.

Personalmente, vorrei spostare lo zoom e soffermarmi un se­condo sulla visione laterale della corsa: sul pubblico. Non so come mai, ma fantasticando sul ritorno alle gare l'enigma che più mi affascina e più mi angoscia riguarda proprio la gente. In altri sport la fanno facile: porte chiuse e avanti con gli incassi televisivi. Per ovvi motivi, il ciclismo può solo scimmiottare l’ipotesi, parlando di porte chiuse. Ma è un tale controsenso, un tale ossimoro, una tale bestialità, che nessuno può davvero credere all’idea di una grande corsa a porte chiuse.

Non c’è bisogno che i soliti solerti si affrettino a spiegarmi del­le partenze e degli arrivi con villaggi blindati eccetera ec­cetera. Io intendo il ciclismo sport da strada, da borghi e contrade, per cui intendo la corsa quando è in giro per i territori delle nazioni. A quel punto, in quelle fasi, cosa significa porte chiuse? E una volta che ce l’hanno spiegato, chi le controlla?

Necessariamente, bisogna subito precisare i termini del ragionamento: inutile sprecare tem­po parlando del pubblico ci­vile e responsabile. Questa gente non ha bisogno di al­cun protocollo: lo sa da sola come affacciarsi alla corsa senza generare rischi. Tra pa­rentesi, possiamo ben dire che storicamente il pubblico del ciclismo ha proprio queste prerogative. Ma riconosciuto orgogliosamente questo, non possiamo nasconderci anche una nuova ve­ri­tà: negli ultimi tempi, persino lungo le strade del ciclismo qualcosa è cambiato. Dentro il corpaccione pacioso, mansueto, tollerante, godereccio, rispettoso si è sviluppata la metastasi de­primente del cretinismo

Occupandoci tutti di tragedie Covid, a me viene spontanea una similitudine: vedo un certo tifoso emergente del ciclismo, che si manifesta sempre più spesso in  questi strani flash-mob a favore di telecamera, flash-mob di ubriaconi seminudi, di esibizionisti in costume da coniglio rosa, di selfie-dipendenti girati di spalle, tutti eccitati all’idea di correre al fianco del corridore, o di abbatterlo con go­mitate e colpi di obiettivo, vedo questa nuova frangia e subito la abbino all’umanità fuori controllo delle movide post lock-down. Senza escludere che in definitiva siano proprio gli stessi individui, di notte a far danni in piazza, di giorno a far danni sui tornanti del Pordoi, le manifestazioni di deficienza pura, ma soprattutto di pericolosità sociale, sono esattamente le stesse. Come è difficile controllare le movide, così è difficile arginare i mentecatti ad alto tasso alcolico che sempre più di frequente in­quinano le gare. Ora, con un rischio enormemente più al­to: prima rovinavano soltanto il risultato, da qui in avanti possono rovinare la salute.

E allora, tirando le som­me: cosa si intende per porte chiuse pensando a questa deriva del tifo incontrollabile? Ancora minoritaria, per fortuna, ma comunque invadente e po­ten­zialmente ad altissimo rischio? Chi e come riuscirà a garantire la sicurezza della carovana e del pubblico sano dagli assalti di queste bestie decerebrate? Se qualcuno è già in grado adesso di dare risposte precise e garanzie as­solute, io sarei proprio fe­lice di aggiornarmi e mettermi tranquillo. In caso contrario, se cioè ci affidiamo allo Spirito Santo, aspettando di vedere come andrà alla prova dei fatti, mi metto in modalità ansia e faccio gli auguri a tutti.

da tuttoBICI di giugno

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COMMENTI
...non ci rsta che sperare...
24 giugno 2020 11:13 pietrogiuliani
La realtà sta nel fatto che ci resta davvero soltato che sperare nello "Spirito Santo" e vedere come andrà...certezze - ad oggi - non ce ne sono. Aveva proprio ragione Fanini quando a Marzo dichiarava che la stagione ciclistica 2020 doveva finire per pensare ad una migliore e più sicura ripartenza nel 2021, contando su aiuti concreti da parte delle istituzioni, dalle federazioni e dall'UCI e dai diritti TV...

Stagione 2021?
24 giugno 2020 12:30 lupin3
Il ciclismo su strada é incompatibile con la nuova societa terapeutica

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