SEMPRE E SOLO CICLISMO

TUTTOBICI | 29/07/2018 | 07:34
di Gian Paolo Ormezzano

Un tempo facevo il giornalista vero, di quelli che stanno molto in tipografia e però sono anche inviati speciali, fanno di tutto e talora fanno anche carriera. Poi è cambiato il mondo, e intendo il mondo tutto e quindi anche il mondo mio. Me lo hanno sfilato da sotto senza che me ne accorgessi e adesso, parlando del mio giornalismo, rischio di fare an­tiquariato povero e tarlato dai dub­bi di quelli che amorevolmente o diabolicamente fanno finta di spartire le mie bellissime cosacce che estraggo dalla memoria  e am­mollo.


Più volte ho sognato di mettere in­sieme, per me e magari per tut­toBICI che mi vuole tanto bene, una sorta di antologia dei ricordi miei più speciali. Poi mi accorgo che mi manca un criterio univoco di scelta, e conseguentemente an­che di offerta a chi eventualmente è interessato a questa mia acrobazia. Di questa mia riserva mentale comunque mi rendo conto, ed è già un progresso rispetto a quando semplicemente sbatto contro una autodomanda tanto aulica quanto severa: ma di queste cose mie può fregare qualcosa a qualcuno?


A questo punto devo però rassicurare l’eventuale lettore ignoto, giunto sin qui sulla strada impervia e rugosa della mia esposizione/confessione, Non voglio assolutamente procedere, qui e adesso, alla raccolta di cui sopra, e dunque men che mai ho in progetto di rifilarla ad altri, ma­gari approfittando dell’eccessiva democrazia di questa testata. No, mica voglio am­mol­larvi la storia di quella volta che…, la memoria di quella sera in cui…, l’onanismo ad­dirittura di giocare al gioco di come sarebbero finite le cose se in­vece… No, ho soltanto l’intenzione di sbattere ad­dosso a chi mi leg­ge (così impara…) la domanda insieme spicciola, assoluta, cosmica, grave e gre­ve nonché senza ri­sposta. Eccola: come mai in questo giocaccio - in­centrato su memorie di lavoro semplicemente perché la mia vita è stata essenzialmente di lavoro - mi vengono in mente soltanto storie di ciclismo, e non an­che di calcio, di atletica, di nuoto, di sci, di automobilismo, di basket, di pugilato, sport importantissimi che ho se­guito in venticinque Olim­piadi e molti Mondiali, tanto per dire anzi per strafare? Come mai pressoché tutto il giornalismo mio da ricordare, sanguigno e af­fannoso, benedetto e maledetto, è di natura ciclistica?

Come mai ho seguito da Cap Canaveral e da Houston l’avventura spaziale dal­l’A­pollo 11 che nel 1969 ha portato il primo uomo, Neil Armstrong, sulla Luna (scrissi di primato mondiale di salto in alto!), e però quando penso ad Armstrong pen­so all’altro, Lance, quello “no­stro”, quello che che sapete, bypassando Louis il cantante jazz? Co­me mai ho fatto soltanto cento me­tri di una gara ciclistica prima di cadere, lussarmi una spalla e smetterla con ogni ulteriore velleità ago­nistica di quel tipo, eppure quando - spesso - mi sogno trionfatore in una grande prova sportiva sono in bicicletta al Parc des Prin­ces, che neppure i parigini san­no più dove è? Mi rendo conto che in altre occasioni, e spesso su queste pagine, ho cavalcato la domanda, però non così direttamente, e allora la sminuzzo per darle un gusto nuo­vo, così: come mai in trent’anni di tipografia ho fatto migliaia di titoli di un quotidiano sportivo persino importante e ricordo soltanto quel­li ciclistici, e casomai uno calcistico ma legato alla bicicletta? Dico “Din-don-Dancelli” della Mi­lano-Sanremo 1970, quando suonarono a festa le campane per il ciclismo italiano tornato alla vittoria nella Classicissima dopo 17 an­ni di dominazione straniera, dico “L’uomo è andato sulla Luna ma il ciclismo ha un campione mondiale che si chiama Ottenbros”, dico “Og­gi Zandegù vince il Giro delle Fiandre” (e lo vinse, massì).

Nel calcio lo scudetto del mio Torino 1976 venne celebrato dal direttore di Tuttosport, che ero io, con il titolone “Toro, lassù qualcuno ti ama”, sopra i grossi caratteri c’era la fo­tografia dei caduti di Superga. Fu un mio “furto” al ciclismo: quella scritta, con Gianni al posto di To­ro, stava nella mia memoria dal 1966, per dieci anni l’avevo conservata in freezer, era su uno striscione dedicato a Gianni Motta vittorioso nel Giro che si concludeva a Trieste, ed echeggiava il ti­tolo di un favoloso film di boxe, con Paul Newman nella parte di Rocky Graziano, pugile italoamericano davvero esistito, e grandissimo.

E come mai l’altro giorno, ritrovato Domenico Qui­ri­co, il giornalista mio amico e collega in tanti anni La Stampa, nel 2013 vittima in Siria di un lun­go rapimento che ha fatto epoca, ci siamo messi immediatamente a parlare di ciclismo? Lui maratoneta (anche) mi aveva spinto a correre la maratona, da me fatta e finita due volte: e se io magari, scrivendo dal Tour, l’avessi spinto a scalare, a 67 anni, l’Izoard? Non ho osato chiederglielo, troppo bella l’ipotesi per rischiare un “ma va là”. O forse Quirico mi avrebbe detto di non fargli perdere tempo a parlare d’altro, lui voleva raccontarmi tutto il suo Izoard, avevo letto il suo articolone su a La Stampa ma era chiaro che teneva altri particolari magari proprio per me, e allora pedalando col pensiero proprio di un inedito Izoard gli ho raccontato, quella volta che Balma­mion…

P.S.: Balmamion non è un cognome di fantasia, c’è una vicenda sua, molto umana, che non ho mai scritto e che penso non scriverò mai, a Domenico l’ho narrata a vo­ce, isolati noi due nel mezzo di una affollatissima piazzetta di paesello del suo Astigiano.

da tuttoBICI di luglio

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