È una settimana di ricorrenze mondiali per Paolo Bettini. Due titoli iridati, due date – 24 e 30 settembre – che rimandano alla doppietta 2006-2007.
Giorni speciali che meritano di essere rivissuti.
«Seguo il Mondiale da appassionato e da tifoso dell’Italia. Questa settimana è iniziata bene con medaglie pesanti in discipline che confermano la crescita. Dietro le crono c’è tanto lavoro e Marco Villa è l’artefice di tutto questo. Pensate, è stato lui a convincermi – da campione del mondo – a fare le Sei Giorni. Io non ero mai stato in pista e con lui sono partito per Grenoble e Monaco, là dove c’era la Sei Giorni per antonomasia. Ricordo ancora le sue parole: “gli stradisti devono fare le crono, guarda Zabel. Bisogna ripartire da voi”. Era il 2006, ecco vent’anni dopo la semina è importante».
Hai citato il 2006, trionfo iridato a Salisburgo. Che ricordi hai di quei giorni?
«Il titolo mondiale per me sembrava un tabù. Sono riuscito nell’impresa grazie alla lucidità negli ultimi 500 metri nel sottopassaggio e all’istinto di buttarmi sulla Spagna. Ma è stato un successo che ho potuto assaporare poco, 8 giorni dopo è mancato mio fratello Sauro in un incidente stradale e ho pensato di mollare tutto».
Invece sei ripartito ed è arrivato il bis a Stoccarda.
«Non è stato facile, ma ho sicuramente maturato dentro di me quella cattiveria che mi è servita per il titolo in Germania. La vigilia era stata tesa, bersagliato da polemiche, accuse legate al doping. Io sono rimasto concentrato, ci hanno provato in tutti i modi a farmi sentire ospite non gradito, ma non ce l’hanno fatta. Il mio compagno di camera Andrea Tonti mi domandava: ma come fai? Io ho tirato dritto, non mi sono spostato dall’obiettivo, ho vinto e la mattina dopo – con la maglia di campione del mondo addosso – mi sono fatto interrogare dalla Polizia di Stoccarda e ho depositato tre querele. Avevo un avvocato italiano (parlante tedesco), un altro in loco e un interprete. L’avevo detto in corsa, quasi all’arrivo: vinco e sparo tre colpi».
Due titoli e in mezzo l’incontro con la tua grande passione del volo…
«Alla Base Aeronautica di Grosseto c’erano dopo il mio primo Mondiale le persone giuste, gente appassionata di bici e così mi arrivò l’invito. Sono andato con grandissima gioia, e da quell’incontro sono nate amicizie ancora vive. Come l’amore per la bici e per il volo, le mie passioni».
Torniamo alla settimana del Mondiale, e gli anni da CT cosa ti hanno lasciato?
«Le parole di Scarponi che dopo Firenze 2013 mi ha detto: non pensavo – da vecchietto – di poter essere ancora utile alla squadra. Ecco questo vale una medaglia. E poi un rammarico declinato in tre momenti: la caduta di Marco Pinotti che poteva essere un bronzo a Valkenburg nel 2012, Vincenzo Nibali che cade a Firenze e poi arriva comunque quarto e il podio sfiorato da Pippo Pozzato in Australia 2010».
E domenica a Montreal chi vince?
«Io la vedo così: Pogacar è il più forte sempre, Evenepoel è il più forte quando va tutto come vuole lui. E non sempre succede. Quindi è un Mondiale da giocarsi bene, gli Azzurri negli ultimi tempi si sono abituati ad andare forte. Bisogna crederci».
Per chiudere la settimana così come è cominciata, per tornare a mettere sul calendario una data da ricordare.
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