Sarà un Mondiale più aperto, per via dell’assenza di Pogacar, dominatore delle ultime due edizioni: che poi qualcuno sia più favorito di altri è nella natura delle corse. Sarà un Mondiale impegnativo quello che Montreal vivrà come il secondo evento sportivo di sempre dopo le Olimpiadi: dei quasi 274 chilometri di gara, la maggior parte si correrà su un circuito cittadino di 13 chilometri da ripetere dodici volte, con tre strappi impegnativi e l’arrivo all’insù. E’ il quinto Mondiale americano, il terzo in Canada: il primo fu nel 1974, sempre a Montreal (vittoria di Merckx, al terzo centro iridato), il secondo nel 2003 a Hamilton (successo di Astarloa). Oltre a Pogacar, non ci sarà Vingegaard, che ha chiuso anzitempo la stagione dopo la caduta al Tour. Alla prima Italia del ct Amadio il difficile compito di interrompere un paio di digiuni: non vinciamo l’iride da 18 anni (Ballan l’ultimo nel 2008 a Varese) e non saliamo sul podio da sette (Trentin nel 2019 a Harrogate in Gran Bretagna). Ecco le dieci facce che si candidano a raccogliere l’eredità di Pogacar.
Remco Evenepoel. Vince perché arriva nelle condizioni migliori, perché ha l’occasione di fare doppietta crono-strada al mondiale come già ai Giochi, perché non c’è la sua bestia nera Pogacar. Non vince perché faranno di tutto per innervosirlo, sapendo che quello è il suo vero limite.
Wout Van Aert. Vince perché arriva da una Vuelta in grande spolvero, perché quest’anno è riuscito a battere anche la sua proverbiale sfortuna, perché su un percorso del genere ha più soluzioni per riuscirci. Non vince perché la concorrenza più agguerrita ce l’ha proprio in casa.
Isaac Del Toro. Vince perché arriva da una stagione da primattore, perché sul percorso canadese ha già dettato legge un paio di settimane fa, perché quando è libero di fare la sua corsa è bravo a farla fino in fondo. Non vince perché correre senza squadra su un tracciato così lungo pesa.
Paul Seixas. Vince perché i predestinati non guardano la carta d’identità, perché in Canada si è ripresentato tirato a lucido, perché ha già dimostrato di saper reggere l’urto delle classiche più dure. Non vince perché a vent’anni un peccato d’inesperienza si commette sempre.
Mathieu Van der Poel. Vince perché i percorsi meno adatti lo stuzzicano, perché dopo la parentesi in mountain bike si è rimesso a vincere su strada, perché non ha bisogno di avere accanto una grande nazionale. Non vince perché anche i fenomeni come lui ogni tanto hanno la luna storta.
Tom Pidcock. Vince perché si presenta pronto e determinato come mai prima, perché dopo l’iride nella mtb è stato subito protagonista su strada, perché Adam Yates e Onley gli garantiscono appoggio e strategia. Non vince perché rispetto ai grandi favoriti gli manca ancora qualcosa.
Giulio Ciccone. Vince perché si è avvicinato al Mondiale col passo giusto, perché nelle classiche più toste è salito sul podio, perché nella buona Nazionale che lo affianca c’è una buona alternativa come Giulio Pellizzari. Non vince perché in una corsa così anche esser perfetti a volte non basta.
Quinn Simmons. Vince perché in questa corsa può lavorare per sé e non per gli altri, perché questo è il genere di percorsi che lo esalta, perché nelle prove generali è sempre stato in prima fila. Non vince perché per riuscirci deve staccare tutti e al Mondiale non è così semplice.
Juan Ayuso. Vince perché ha la fiducia della sua Nazionale, perché anche a lui un tracciato così strizza l’occhio, perché può contare sull'importante appoggio di Mas. Non vince perché i risultati migliori li ha ottenuti nelle corse a tappe e non ha esperienza nelle classiche.
Ben Healy. Vince perché i percorsi come quello canadese lo stimolano, perché dopo il Tour ha avuto il tempo di ricaricare le pile, perché un anno fa è salito sul podio e quello prima ha chiuso settimo. Non vince perché in una prova così lunga bisogna saper dosare al meglio le energie.
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