Su Tuttosport le verità di Jan Ullrich

| 26/01/2008 | 00:00
Capita di trovarsi in una famosa stazione in­vernale e di incontrare colui che fu uno dei re incontrastati del ciclismo, sport estivo per eccellenza. E capita pure di scam­biare 4 chiacchiere con quello che un tempo era un’icona del­la bici in situazioni quantomeno desuete per non dire imba­razzanti. JAN AL VAPORE. La scena è quella di un bagno turco del­l’Hotel Kaiserhof, a non più di 200 metri dalla mitica Streif. Capita a chi scrive di cercare qualche minuto di assoluto re­lax in un bagno turco, dove tra la nebbia dei vapori e l’inevi­tabile assenza delle lenti tutto appare indistinto, fortunata­mente confuso. Ma chi ci sta di fronte resta inconfondibile. Oibò, pare proprio Ullrich, l’incredibile campione tedesco che vinse tutto quello che scelse di vincere prima di annunciare il ritiro lo scorso 26 febbraio 2007, in seguito al coinvolgimento nell’Operacion Puerto. Noi in costume da bagno, Jan di fron­te, protetto da un asciugamano. Con lui una fanciulla incan­tevole, Sara Steinhauser, sua moglie dal settembre 2006. Tentiamo un’intervista, anche se la totale nudità della signo­ra Ullrich ci distoglie dalle prime intenzioni. MORTE DEL CICLISMO. Jan, è meglio qui che in bici, non crede? «Sì, sono venuto con la mia famiglia per un breve pe­riodo di vacanza sulla neve». Nessun ripensamento dopo la de­cisione di ritirarsi? «No, mi creda, soprattutto perché il cicli­smo tedesco è morto e sepolto. Lo hanno voluto far morire, so­stenendo che il doping regnasse dappertutto. Mah, ho anche pensato che sotto ci fossero altri interessi, magari il desiderio di ammazzare uno sport popolare come il ciclismo per lascia­re più spazio ad altre discipline... No, non risalirò in biciclet­ta, non almeno come prof». PEDALATE BENEFICHE. E in che modo, allora? «Ho due figli e capisco quanto sia bello fare qualcosa per i più giovani. Ho dunque decico di ritornare a pedalare, ma soltanto per be­neficienza a favore dei ragazzi. Mi sento meglio così, perché è bello fare qualcosa per chi ha una vita davanti». ACCANIMENTO. Perché ha deciso di ritirarsi? «Perché non mi era più possibile continuare. Per i giornalisti tedeschi e gli inquirenti ero per forza un dopato. Non avrei mai potuto di­mostrare il contrario. C’è stato un accanimento spaventoso nei miei confronti. Mi sono sentito da solo contro un esercito: impossibile andare avanti, meglio pensare alla mia famiglia e a far del bene per gli altri». Abita sempre in Svizzera? «Sì, sto bene là e il ciclismo professionistico non mi manca, anche se il fisico non è più come una volta». BASSO ONESTO. Sa che cosa si sostiene in Italia? «No, mi dica...». Che siano stati soltanto Basso e Scarponi, oltre a lei, a pagare per tutti, mentre molti altri possibili clienti del dot­tor Fuentes l’abbiano fatta franca... «Non posso dirle molto di più degli altri, ma per quel che riguarda Basso devo ammet­tere che si è comportato onestamente, confermando di essere un ragazzo sensibile. L’Operacion Puerto ha lasciato molte zo­ne oscure. Non credo sia stata fatta giustizia». NON SONO UN CRIMINALE. Lei però qualcosa di poco chiaro avrà pur commesso, no? «Io non credo di essere più col­pevole di tanti altri. E invece in Germania mi hanno additato come il demonio. Si è voluto colpire un personaggio per dimo­strare all’opinione pubblica che si era colto nel segno. Per me non sarebbe più stato possibile continuare a pedalare in mez­zo al gruppo». Più tardi, avremmo incontrato la famiglia Ull­rich al ristorante: Jan, Sara, Sarah Maria, il piccolo Max e una stratosferica giovane baby sitter. L’ex campione appare come un papà perfetto, un uomo rassicurante. Altro che de­monio. da «Tuttosport» del 26 gennaio 2008 a firma Paolo Viberti
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