Adorni, i settant'anni di un signore del ciclismo

| 13/11/2007 | 00:00
Festeggerà domani 70 anni Vittorio Adorni, il ‘ciclista gentiluomo’, campione tra i più amati dello sport italiano degli anni ’60. 57 vittorie da professionista, dal 1961 al 1970, negli anni a seguire è stato opinionista televisivo, direttore sportivo, dirigente federale, presidente del Panathlon internazionale ed è oggi autorevole consulente dell’UCI…Tra i suoi successi, il Giro d’Italia nel ’65 ed il Mondiale conquistato ad Imola nel 1968, dopo aver già ottenuto un posto d’onore a Sallanches, nel ’64. Fu prezioso compagno di squadra, tra gli altri, di Bahamontes, Gimondi e Merckx. Buoni settant’anni, Adorni… «Eh sì, mi sono piombati addosso così, come un traguardo che appare all’orizzonte d’ improvviso, grazie. Ma guardi che ho ancora tanto da pedalare, in senso figurato, almeno. Ed ai miei di famiglia ho già dato appuntamento per gli ottanta. Questo qui è un traguardo volante, quello me lo vedo invece come l’arrivo di un Giro…». Un grande amore, il ciclismo, visto che non ha mai smesso di viverci dentro, anche dopo corsa… «Un amore infinito, che mi folgorò da ragazzino, ricordo ancora l’episodio. Era la primavera del ’55, una gita con due amici in bici, ed io per la prima volta a provare la bicicletta, quella da città che mio padre usava per recarsi al lavoro… Ce ne andammo sul Passo della Cisa, una fatica ed uno spettacolo che mi è ancora impresso. E sulla via del ritorno a casa, mi convinsi che non l’avrei abbandonata più. Detto fatto». Tanti successi, tanti ricordi… «Certamente. Anche se c’è una emozione che domina sulle altre per distacco, anche sul Giro, ed è il Mondiale conquistato ad Imola, 1968: partenza ed arrivo sull’Autodromo, sul circuito dei Tre Monti, che fu un poco come vincere nel parco sotto casa, io che mi allenavo sempre, anzi ‘spesse volte’, lì. Ma al di là del coinvolgimento personale, resta incredibile la sequenza di quel Mondiale, una giornata di estate luminosa, con una fuga che iniziamo a 200 chilometri dal traguardo, con Van Looy, il povero Agostinho ed un altro italiano, Carletto, e con quell’attacco mio, quando mi accorsi che gli altri, Van Looy per primo, erano alla frutta, sulla rampa di Frassineto, con novanta chilometri ancora da fare… E chi se lo aspettava, che sarebbe stata una apoteosi, con il pubblico che mi dave le ali, una cavalcata alla Wagner, proprio io che ero, da buon habituè del Teatro Regio di Parma, un patito della musica di Verdi… E vinsi con nove minuti ed oltre sul secondo, Van Springel, il che resta il distacco massimo, nella storia dei Mondiali su strada, dal dopoguerra almeno. Con le campane di Imola a suonare, in festa». E l’ amarezza maggiore, invece «Vede, è tutta una amarezza, anzi una doppia amarezza, in tinta ‘orange’… La prima, a Sallanches, quando persi il Mondiale da Jan Janssen allo sprint. Lì, nel ’64, peccai di ingenuità, quando in fuga da solo con il francese Anglade non ebbi la determinazione di insistere. E mi ritrovai, in volata senza molte chances contro il veloce Janssen, uno di quegli olandesi del ciclismo che correvano con gli occhiali ma che per i Mondiali avevano la vista buona. Eppure, nel momento in cui, ad un paio di chilometri dall’arrivo, Janssen buttò via gli occhiali da miope, che gli davano fastidio per la pioggia battente, mi illusi ancora :‘spero che non si accorga del traguardo….’. Niente, arrivai secondo. Con l’amarezza, sul podio, di chi non poteva sapere mica che sarebbe poi arrivato il sole di Imola… Ed il secondo dispiacere, forse maggiore, fu quando un altro olandese, Arie Den Hartog, mi superò in volata nella ‘Sanremo’ del ’65, quella corsa stregata che noi italiani non vincevamo da una dozzina di anni. Da allora, e non è una battuta, avrei vietato a mia moglie di piantare tulipani in giardino ! Anche se con Janssen e Den Hartog saremmo naturalmente diventati amici». Lei è stato campione negli anni di Gimondi e Merckx.. «Sì, e mi reputo un fortunato ad aver fatto ciclismo, un ciclismo vittorioso per giunta, in quegli anni. Di non essere stato una comparsa, nel periodo migliore del ciclismo. Ed in tutta semplicità, sono orgoglioso di aver accompagnato Felice Gimondi nelle prime giornate del suo Tour vittorioso, di avergli battuto la strada, nel ’65. E con Merckx, poi, credo di aver svolto nel ’68, nella Faema, la stagione del suo primo trionfo al Giro, un ruolo di compagno, di alter-ego prezioso. Diventai il consigliere a lato, giorno dopo giorno, di quel giovane novizio belga, un talento straniero che doveva ancora essere adottato, senza sospetto, dal pubblico italiano. Credetemi, sono felice per quello che ho fatto per loro. Anche per quando, ad esempio, con Merckx litigai, perché, lui che doveva vincere sempre, voleva per forza raggiungere un gregario modesto, Emilio Casalini, in fuga nella frazione del Giro ’68 che arrivava sul glorioso Monte Grappa… Quella volta, solo secondo, dopo il vittorioso Casalini, un Eddy imbronciato arricchì il suo patrimonio di un briciolo di umiltà». Merckx l’ ha mai ringraziata ? «In corsa, forse mai. Ma è stato molto gratificante, di recente, in un incontro pubblico, che abbia dichiarato: ‘senza Adorni al fianco, sarei stato molto meno Merckx’». Come vive, nel suo ruolo di Presidente dell’ Associazione UCI-Pro Tour, la tensione che si è creata fra l’UCI di Pat Mc Quaid e gli organizzatori dei grandi Giri, Giro d’Italia compreso ? «E’ una diatriba sgradevole, frutto innanzitutto di interpretazioni non corrette. L’Uci ha sempre avuto a sua finalità lo sviluppo e la crescita del ciclismo, ed il sistema Pro-Tour ne era la prova. L’Uci non ha mai ambito a sottrarre immagine né ai Grandi giri, tantomeno ai loro organizzatori, sarebbe stato un karakiri: ha solo cercato di dettare regole ed articolare meccanismi di partecipazione alle corse. Purtroppo, il problema doping, che resta il cardine negativo di tutte le nostre problematiche, dallo scandalo Festina del ’98 in poi, ha creato, tra squalifiche e ricorsi, un conflitto trasversale tra Uci, organizzatori, gruppi sportivi, atleti, manager, dal quale veramente è difficile venir fuori. Se non con la buona volontà, ed un passo indietro, di tutti». Il doping, appunto … «Una vergogna che è colpa, appunto, di tutti. Ma innanzitutto degli atleti, che devono capire, e credo se ne siano resi conto in questi ultimi mesi, che il doping potrebbe sancire la fine del loro lavoro, mica solo del loro sport, perché gli sponsor non ne vogliono più sapere di investire pubblicità e denaro su un prodotto e su valori fasulli. Basta con le classifiche scritte, o corrette, dall’antidoping. E severità massima, con radiazione, per i colpevoli: con pene pecuniarie idonee. Chiedendo anche la collaborazione proficua della giustizia ordinaria. Ma sono ammissibili i ricorsi di figure come Landis e Vinokurov, o il giudizio assurdo intentato all’Uci da Kascheckin, che ha denunciato i controlli antidoping come violazione del diritto dell’uomo? Bisogna dire basta a questo versante del ciclismo in ostaggio di avvocati e vizi di forma, di soli diritti, senza alcun rispetto dei doveri insiti nella pratica di uno sport che è pure professione a tutti gli effetti». Lei, Adorni, campione di charme, atleta vincente e suadente, testimonial di ‘bon ton’ al Processo alla Tappa di Sergio Zavoli, è stato anche il primo sportivo a cimentarsi , ben prima di Cipollini e Rosolino, sul palcoscenico televisivo.. «Sì, condussi, in coppia con Liana Orfei, ‘Ciao, mama’, con una sola “m”, appunto, provocatoriamente, un programma di intrattenimento serale, scritto da Paolini e Silvestri, gli autori di Baudo. E lo feci però da atleta ancora in attività, mica a carriera finita. Registravo e poi mi andavo ad allenare. Per giunta, proprio nell’anno del Mondiale di Imola, 1968. Non era mica il tempo di ballare con le stelle…». C’è un ciclista dell’attualità che le piace, in cui ritrova un po’ del suo spirito? «Certo, Paolo Bettini è una gran bella figura, e la sua vocazione all’attacco in qualche modo me lo rende congeniale. Ed anche Pozzato, che però forse si nasconde troppo. Ma chi, in prospettiva, potrebbe rappresentare qualcosa di nuovo è per me Diego Ulissi, il campione del mondo juniores, che come Bettini ha bissato il successo dell’anno scorso, e che è un gran bell’atleta. E poi, a leggere bene la storia, è nato anche lui il 14 novembre, un riferimento ciclistico mica male, visto che oltre ad Adorni è il compleanno anche di Davide Boifava e di un certo Bernard Hinault…». Ed il futuro ? «Sono convinto che il ciclismo si riprenderà da questa crisi di credibilità. D’altra parte, il pubblico che affolla ancora le strade e la passione, ad esempio, con cui in questi giorni la gente è accorsa a Milano, per assistere alla Quattro Giorni su pista organizzata al Salone del Ciclo, ne è la riprova più concreta. In Italia, come nel mondo, amano tutti questo sport. Che per me ha la potenzialità enorme del passato. E che ha in sè tanta fantasia. Certo, sarebbe tutto più semplice se spuntasse un Merckx italiano, in grado di catalizzare l’attenzione dello sport...ı. Ma anche un nuovo gentile Adorni, siamo sinceri, con la sua interpretazione senza scadenza di un ciclismo radioso, sarebbe oltremodo benvenuto. Gian Paolo Porreca da il Mattino del 13 novembre 2007
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