Philippe Brunel: «Non ho verità, ma solo domande...»

| 27/10/2007 | 00:00
«Nel mio libro non ci sono 'altre verita', ma solo domande. Non faccio ipotesi, mi sono solo posto dei dubbi». Philippe Brunel, inviato di punta del quotidiano francese «L'Equipe», spiega così il senso del suo libro su Marco Pantani 'Vit et Mort de Marco Pantani' con il quale prova a riaprire il caso sulla morte del Pirata. A più di tre anni dalla tragedia Brunel spiega che la sua non è una contro-inchiesta giudiziaria: «Ci sono zone d'ombra, tante cose contraddittorie: ho solo voluto far vedere altre possibilità, quali per esempio che Marco in quel residence di Rimini non fosse solo, anche perché ci sono testimonianze in merito molto precise - dice il giornalista all'Ansa - Pantani in quei giorni non era solo 'chiuso, solo e delirante', così come ci vogliono far credere, lo contesto. Però nello stesso tempo non ho mai scritto che che è stato ammazzato», chiarisce l'inviato di L'Equipe. La molla che ha spinto Brunel ad occuparsi della morte di Pantani non è solo professionale: «Credo si tratti di una 'nostalgia del possibile' - spiega - se non fosse morto saremmo diventati amici. Ho rispetto nei suoi confronti, vorrei almeno provare a difendere la sua morte. Non sono un giudice, ma ho assistito a tutte le udienze del processo, alle quali erano presenti solo i giornalisti locali, non quelli dei grandi media italiani. Non faccio ipotesi, mi pongo dei dubbi e faccio delle domande alle quali devono rispondere soprattutto polizia e magistratura italiana. Credo però che l'Italia si sia voluta dimenticare della figura di Marco, rimuoverla». Secondo Brunel il declino del Pirata nasce con Madonna di Campiglio, quando Pantani fu escluso per ematocrito alto nel 1999: «Il ciclismo in quanto tale e il doping nel libro non ci sono, ma è chiaro che con Madonna di Campiglio inizia la morte professionale di Pantani - afferma - da quel momento per Marco inizia un meccanismo di autodistruzione. La vità un po' gliel'hanno rubata...».
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