Alfredo Martini: i furbetti del plotoncino ci saranno sempre

| 09/05/2007 | 00:00
«Il Basso che collabora mi piace di più». Alfredo Martini, il grande nume tutelare del ciclismo italiano, scuote un po' la testa dopo aver letto i giornali del giorno dopo la conferenza milanese del corridore varesino. Quando dice collabora si riferisce alle quattro ore di interrogatorio di Basso con la Procura Antidoping del Coni. «Ho sentito parlare di omertà nel ciclismo, di paura di parlare, di corridori che hanno paura di finire nel fosso se dovessero rivelare qualcosa... i furbetti del plotoncino ci sono sempre - continua l'ex ct azzurro -. Ma omertà no. Non vedo il ciclismo come un ambiente mafioso, c'è tanta gente per bene. Qui c'è da capire che Ivan sul piano umano va rispettato comunque, perché è stato evidentemente messo di fronte dall'evidenza... La paura di rivelare qualcosa, di confessare, di collaborare va messa da parte: qui bisogna invece evidenziare tutto il negativo che c'è, e se c'è del marcio non possiamo negarlo». Eppure la chiusura del gruppo, quasi un clima impermeabile nel ripulire l'ambiente (i “furbetti del plotoncino”), ha fatto parlare più volte di impossibilità di un rinnovamento interno. «Non parlerei di omertà mafiosa, ma solo di tentativo di salvare il cadreghino - è il parere di Felice Gimondi, che per la prima volta dal 1965 non sarà sabato alla partenza del Giro d'Italia che scatta dalla Sardegna -. Non c'è mafia nel ciclismo, ma solo degli autodidatti. Sei sempre alla ricerca dell'alibi giusto e basta. Basso non poteva dire pubblicamente che era in terapia da Fuentes dal 2004: lui pubblicamente non ha parlato perché tenta sempre di salvare le sue vittorie». Eppure qualche anno fa il gruppo non fece nulla per proteggere Filippo Simeoni quando fu attaccato al Tour da Armstrong, dopo la testimonianza del corridore italiano contro il medico Ferrari. «Fu una brutta cosa, aveva ragione Simeoni», taglia corto Martini. «Se l'ambiente non ha difeso Simeoni ha sbagliato: fu una brutta, bruttissima cosa - dice Gimondi, che fu presidente del team di Pantani - ma il caso di Basso è diverso: lì si è scoperto che c'era una centrale, una struttura». Parlare e raccontare sarebbe utile insomma. «Per questo Ivan ha provato a salvare capra e cavoli - aggredisce Moreno Argentin - ma prima o poi le carte salteranno fuori. Ma io continuo a pensare che sia più bandito chi prende le bustarelle perché se è vero che oggi ci sono sostanze che non si trovano, è anche vero che la sperimentazione sul doping non la fa lo stato, ma le multinazionali farmaceutiche. E in tutti gli sport». Per l'ambiente del ciclismo il caso Basso può anche essere rappresentato come un caso di mala giustizia: «Perché hanno archiviato lo scorso anno? - si chiede rabbioso Gimondi -. Così Basso avrebbe collaborato un anno fa e magari sarebbe andato al Tour di quest'anno. Mi dispiace per lui, che in genere si propone bene, ma è giusto che paghi». «Non basteranno 4 articoli sui giornali a risolvere il problema, perché non c'è solo Basso: è un problema della società nel suo complesso, ma nel ciclismo c'è pressione mediatica e confusione, e pensare che è uno degli sport più tutelati. Se lavorassero sugli altri, altro che Basso...» chiude polemicamente Argentin. Luca Prosperi per l’agenzia Ansa
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