OSS: PETER & IO? ROCK&ROLL

PROFESSIONISTI | 29/12/2017 | 07:03
Se l’è proprio meritata una bel­la vacanza nella “sua” Zan­zi­bar Daniel Oss, prima di ri­mettersi al lavoro in vista di una nuova avventura. Il trentenne trentino, conclusa la lunga esperienza in BMC, è ora pronto a indossare la ma­glia della Bora Hansgrohe e si ritrova al fianco del campione del mondo, quel Peter Sagan che aveva conosciuto a inizio carriera, quando entrambi difendevano i colori della Liquigas.
Sagan: amico, compagno, campione.

«Peter è tutto questo. L’ho conosciuto ap­pena è arrivato in Italia, ai tempi del­la Liquigas, quando sembrava capitato per caso in un mondo con cui condivideva poco o niente. Tutti da neopro siamo stati spaesati, lui nel 2010 lo era ancora di più. Me lo ricordo ai training camp quando, al momento di mangiare, nel piatto metteva tutto il buffet, dal primo al dolce, e mangiava come un animale. Non aveva idea di come ci si dovesse alimentare e di come fosse la “vita da corridore”, ma già allora si ve­deva che aveva un grande talento. Ap­pena ha raddrizzato il tiro e imparato il mestiere, non ce ne è stata più per nessuno».

Cosa ti ha spinto a cambiare team?
«Di BMC mi restano bei ricordi, negli ul­timi 5 anni questa squadra mi ha dato tanto sia a livello umano che professionale. Insieme abbiamo costruito nove vittorie, tra cui due campionati del mon­do della cronosquadre, e legami im­portanti. Ci lasciamo senza alcun rammarico, fa parte del ciclomercato ritrovarsi avversari dopo tante battaglie insieme. Sono motivato, non vedo l’ora di iniziare questa nuova esperienza. Il gruppo di Peter mi ha motivato non po­co nel fare questa scelta, l’idea di correre al suo fianco è stimolante. Sia­mo legati da un’amicizia nata anni fa, che è continuata e cresciuta vivendo nel­lo stesso ambiente. Sportivamente parlando posso essere una valida spalla per lui, ci piacciono le stesse corse, per le nostre caratteristiche siamo compatibili».

Sai già quali corse disputerai?
«Concluso il Tour of Guan­gxi e tornato dalla Cina, ci siamo ritrovati a Lienz, in Osttirol, per tre giorni di team building per co­noscerci, provare i materiali e definire un programma di mas­sima. Non si di­sco­sterà dal passato, mi ve­drete alle classiche e in al­meno un gran­de giro. Non sarò più al fianco di Greg Van Aver­maet ma del suo rivale più acerrimo, ma il mio lavoro bene o male sarà sempre lo stesso. Mi troverò in un ambiente nuovo, ma di fatto farò le stesse cose e gare di prima. Con Peter mi aspetto di vivere al meglio il ciclismo di alto livello. Lui per me è il campione del mondo, non solo per la maglia che indossa, ma per come è, lo sento, lo vivo. Mi emoziona e sono sicuro che al suo fianco vivrò mo­menti unici».

Dove sei stato in vacanza?
«A Zanzibar, dove ormai ho praticamente casa. Da un paio di anni con amici abbiamo avviato un villaggio, un piccolo re­sort con 17 bun­galow che si chia­ma The LOOP. Questa nuo­va attività sta andando bene, è sta­to un buon investimento e la com­pany è af­fia­tata. Ho trascorso 10 giorni di relax e divertimento con tanti amici tra cui Damia­no Caruso, Fran­ci­sco Ventoso, Alan Marangoni e Ste­fa­no Casagranda. Per goderci appieno le ferie ci siamo portati dietro anche lo chef Massimo Ca­ro­lo, cuoco della BMC».

Quando sei a casa, come trascorri il tem­po libero?
«Vivere sul Lago di Garda è davvero piacevole (risiede a Torbole, ndr), è un posto figo che offre tanti divertimenti. Ogni tanto provo il windsurf, spesso semplicemente trascorro del tempo nei miei due baretti preferiti con gli amici. In genere mi rilasso senza fare niente di speciale, la vita del corridore è già abbastanza frenetica. Quando sono a casa mi piace soprattutto mangiare e bere bene».

Cosa?

«Vuoi che ti faccio l’elenco? (ride, ndr). Siamo sempre in giro e spesso con il mangiare bisogna un po’ arrangiarsi e adeguarsi a quel che passa il convento. Io sono una buona forchetta, il cibo italiano mi piace tutto. Arrivo da una terra di vini, bevo volentieri sia quelli che la birra».

Hai dei fans parecchio folcloristici, tipo il canadese che urla come un pazzo davanti alla tv “Go Danny Oooss... Say it” obbligando chi gli sta attorno a incitarti co­me fa lui.
«Mi fa molto ridere. È un amico che frequenta il Mecki’s coffee and bike shop, un brand creato da alcuni miei amici tra cui l’ex corridore Ivan Bel­trami, ogni tanto mi manda questi vi­deo in un cui urla come un pazzo, un mix tra l’aggressivo e il fan scatenato. Mi fa sbellicare dalle risate».

Sei molto amato anche in Giappone, come mai?
«Forse tutto è partito perché ho un tatuaggio giapponese (un drago posizionato sulla spalla e il braccio sinistro, ndr), ho vissuto un pe­riodo un po’ fusion e mi so­no appassionato alla cultura orientale. I giapponesi sono sempre online e mi seguono spesso, hanno un certo attaccamento verso lo straniero e sono affascinati da tutto ciò che è italiano. Ho iniziato un botta e risposta con una tifosa tra le più attive, Kanae Kitamura, una donna di circa 50 anni che segue molto sia me che la mia squadra, tanto che quando ho creato il mio sito si è resa disponibile a tradurre in giapponese i miei post. Questo piccolo seguito è cresciuto con il passa parola e si è consolidato quando sono stato in Giappone per la Japan Cup cinque anni fa. Dopo la corsa vi sono rimasto per un periodo di vacanza e lì ho conosciuto un po’ di gente, ho im­parato che i giapponesi sono molto riverenti e cu­riosi, insomma ho trovato un po’ di amici dall’altra parte del mondo».

Chi ti ha trasmesso la passione per le due ruote?
«Mio padre, ma è meglio dire che mi ha fatto innamorare dello sport in generale. Da ragazzino ho praticato sci, calcio e vari sport ma non me ne piaceva uno. Con più assiduità pattinaggio su ghiacco, specialità velocità, fino a 13 anni. Ho scelto il ciclismo perché rispetto al pattinaggio poteva offrirmi un futuro più concreto e perché era uno sport più di gruppo. Mamma Anita e papà Ful­vio, che a Pergine Valsugana gestiscono da 35 anni un ristorante-pizzeria, mi han­no sempre sostenuto. Ho una sorellina, Danila, che ha 24 anni. Da bambina ha provato anche lei a correre in bici, ma ha smesso ben presto. Oggi si dedica alla pallavolo ed è alta praticamente come me».

Ricordi la tua prima bici?

«Era piccolina, gialla e blu degli stessi colori della mia prima squadra, l’Unio­ne Sportiva Aurora e del Trento. Non ri­cordo la marca, dovrei far visita al museo di Pergine Valsugana in cui un appassionato raccoglie le bici di tutti i corridori trentini del passato e del presente per rinfrescarmi la memoria e potervi rispondere».

La prima gara?

«Vado in bicicletta da quando sono bam­­bino. Ricordo ancora nitidamente quando, con mio padre, prendevo la mountain bike e lo sfidavo sui sentieri che portano ai laghi vicino casa. Gite di pochi chilometri, immersi in paesaggi stupendi. Momenti rilassanti per mio padre, esaltanti per me. Mi sentivo emo­zionato e felice. Stava nascendo in me una grande passione che si sarebbe trasformata in un grande sogno.
Le stra­de vicino a casa, però, dopo un po’ non mi bastarono più. Volevo far correre altrove la mia bicicletta. Un modo per sentirmi libero, su due ruote sottili. Così, quasi per caso, sono venuto in contatto con una delle so­cietà ci­clistiche più importanti del Trentino e all’età di 7 anni è arrivato il grande giorno: la mia pri­ma, ve­ra, gara. Cer­ca­vo di nascondere l’emozione, ma ero nervoso. Agi­tato e felice. Teso e sereno. Una sensazione strana, che poi avrei provato centinaia di altre volte. La partenza era a Rovereto, città vicina al mio paese. Categoria Gio­va­nis­simi. Ho pedalato forte, divertendomi, come quando andavo con mio padre, ai laghi vicino Pergine. E ho vinto».

Cosa ti ha insegnato il ciclismo?

«Tutto, se sono la persona che sono è soprattutto merito del ciclismo. Sem­brerà una frase fatta, ma lo sport è davvero una scuola di vita, ciò che ti accade pedalando è facilmente paragonabile al­la vita reale. La bici ti dà grandi insegnamenti, ti educa, ti offre degli obiettivi, insegna il rispetto per i compagni e per gli avversari. Oltre al ciclismo mi hanno insegnato molto le persone che ho conosciuto in questo ambiente. Al di là dei miei genitori, che mi hanno aiutato molto per arrivare dove sono arrivato, devo ringraziare Dario Broccardo, che è il mio secondo papà sportivo. L’ho conosciuto da esordiente, quando ha iniziato a seguirmi per gli allenamenti, ci siamo affezionati l’un l’altro stagione dopo stagione, dai dilettanti al professionismo non mi ha mai lasciato. Un grazie lo devo anche a Renzo Bortolotti, presidente della mia prima squadra e a tutte le belle persone che in questi anni ho avuto al mio fianco. Sono tante, so­no stato fortunato».

Cosa chiedi alla tua bici per i prossimi anni?

«Di non lasciarmi mai. Se potessi esprimere un desiderio, utopico me ne ren­do conto, vorrei correre in bici fino a 70 anni. Credo tanto in questo sport, vo­glio arrivare il più avanti possibile, spero mi riservi tante belle cose, tante esperienze preziose, vorrei anche vincere un po’ di più. Il nostro sport ha bisogno di bei personaggi e si merita un po’ di rock&roll. La mia musica preferita. In questo senso sono convinto che con Peter mi divertirò un sacco. Lo show per il 2018 è assicurato».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di dicembre
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