MOSCON, L'UOMO DI DOMANI

PROFESSIONISTI | 29/11/2017 | 07:17
Vasche su vasche, nel silenzio di una piscina. Una di fila all’altra, per tenersi in movimento, per sollecitare anche i muscoli che generalmente un ciclista utilizza di meno, ma anche e soprattutto per liberare la testa dalle tossine ac­cumulate al termine di una stagione in­tensa come quella appena andata in ar­chivio. Vasche su vasche, per ritrovare pace, dopo un’annata piena di soddisfazioni e aspetti positivi, ma che a Gianni Moscon non ha risparmiato anche qualche amarezza.

Come le sue mele, quelle prodotte dal­la sua famiglia a Livo, nella Val di Non: ce ne sono di dolcissime, ma possono capitare anche quelle un po’ più dure e aspre.
«Fa parte del gioco, non tutto può andare per il verso giusto, come si vorrebbe», mi spiega Gianni con la sua consueta tranquillità.

Gianni, cominciamo proprio da quei mo­menti aspri di cui parli. Quest’anno più d’uno. Alcuni davvero indigesti.
«Guarda, se ti riferisci alla vicenda con Kevin Reza, non posso che ripetere il mio mea culpa: quel giorno, al termine della terza tappa del Giro di Roman­dia, ho sbagliato. Dopo aver tirato la volata ad Elia (Viviani, che quella tappa poi ha vinto, ndr), ho avuto un duro contrasto con Kevin. Tensione, adrenalina e poi sono volate parole grosse, che non do­vrebbero essere mai dette, so­prattutto tra colleghi, tra professionisti. Quel giorno ho sbagliato, non c’è mol­to da dire. Mi so­no saltati i nervi e ho detto quello che non pensavo e non andrebbe mai detto. Ho fatto valutazioni sulla pelle di Kevin, ma non sarebbe stato me­glio se me la fossi presa con sua mamma o la sua famiglia. Mi sono reso conto subito di aver sbagliato. Ho chiesto scusa, abbiamo chiuso la questione sin dalla sera, poi il mio team ha voluto sapere e mi ha sospeso dall’attività per sei settimane: la lezione è servita. Ed è stata una lezione più che giusta».

Poi alla Tre Valli Varesine le accuse e la de­nuncia dello svizzero Sebastian Reichenbach (lui pure della Fdj, compagno di Reza, ndr), che ti accusa non solo di averlo buttato per terra, ma di averlo fatto apposta. Il movente? Una sorta di regolamento di conti, visto che proprio lo svizzero aveva confermato le accuse di razzismo al Romandia.
«Cosa posso dirti? Io non sono abituato a buttar giù nessuno. Posso averlo toccato involontariamente, con il gluteo, come accade tantissime vol­te in corsa. Lui mi accusa? E io mi difenderò senza problemi, con tutti i mezzi a mia disposizione. Io come tanti posso sbagliare, ma sono solito anche assumermi la responsabilità e chiedere scusa. In questo caso non pos­so scusarmi perché non ho fatto nulla di male. O meglio, non c’è stata pre­meditazione, perché se sono stato io a farlo cadere è chiaro che mi scu­so. Ma non c’è dolo, non c’è malafede».

Poi le accuse di un altro francese, Vuil­lermoz, questa volta al Lombardia.
«Mi sembra ormai chiaro che basta che mi muova è c’è sempre qualcuno pronto ad accusarmi di qualche cosa. La giuria ha valutato la volata e ha deciso di lasciarmi il terzo posto: più di così».

L’Equipe ha titolato «Moscon l’ennemi public n° 1». Moscon il nemico pubblico nu­mero uno. Potremmo parlare di accanimento francese?
«Se c’è accanimento non lo so, ma si­curamente corro per una squadra fortissima, molto ammirata, ma anche molto invisa. Probabile che dentro ci finisca tutto, anche il sottoscritto».

Il manifesto della tua stagione è il Mondiale in linea: gara di altissimo valore tecnico, poi la caduta e il conseguente provvedimento della giuria che ti squalifica per “bidon collé”.
«È proprio così, in certi momenti mi sembrava di essere Paperino. L’errore c’è stato, e ho pagato con l’esclusione dall’ordine di arrivo. Quel giorno so­no andato davvero forte, ero quasi sorpreso da me stesso. Poi Alaphi­lippe mi ha staccato, e alla fine è stato meglio così: ti immagini se fossi andato a medaglia e poi mi avessero squalificato, sai il pandemonio che sarebbe successo. Mamma mia, non ci vo­glio neanche pensare…».

Sai che anche un certo Peter Sagan, all’inizio, stava sugli zebedei a tutto il gruppo. Troppo forte, forse anche troppo sfacciato. Non sei il primo a dover superare questo tipo di prove: il gruppo si ribella, se sarai capace di sopportare tutto questo, vedrai che poi diventerai simpaticissimo. È la legge del branco…
«Non ci avevo pensato, però la tua interpretazione è interessante: mi conforta, ma solo in parte».

Voltiamo pagina Gian­ni, do­po il terzo posto al Lom­bar­dia cosa hai fatto?
«Mi sono riposato. Ho staccato per tre settimane. Niente bicicletta, solo qualche passeggiata a piedi o in mtb. Un po’ di palestra, e anche un po’ di nuoto. L’ho scoperto nelle ultime due stagioni. È molto utile nella fase di riposo attivo, per muoversi un po’, per tenere sollecitati tutti i muscoli. E poi io lo trovo ri­lassante. Mi serve mol­to per la testa, per rilassarmi e liberarmi dalle scorie di una stagione che, come hai detto tu, mi ha riservato tante cose belle, ma non solo».


Vacanze?
«A casa, a Montecarlo. Clima bello, ideale per scaricare un po’. Dopo un anno in giro per il mondo non me la sentivo proprio di andare ancora in giro».

Non voglio fare la carogna, ma il fatto di esserti lasciato con Sofia Bertizzolo dopo tre anni ha influito?
«Anche. Purtroppo è finita, questa estate, poco prima della Vuelta. Non ti nascondo che la cosa mi ha segnato pa­recchio e ho preferito starmene a ca­sa».

Da quando vivi a Montecarlo?
«Dal 1° maggio di quest’anno. Mi tro­vo molto bene, per allenarsi non c’è di meglio: clima ideale, tanti percorsi, molti corridori professionisti per fare qualche volta gruppetto».

Come giudichi il tuo 2017?
«Buono, molto buono. Terzo al Lom­bardia, quinto alla Roubaix, poi tanti altri piazzamenti di prestigio che mi hanno dato convinzione. Buono, molto buono anche il quarto posto nella cro­no mondiale. Pensa che in carriera avrò corso non più di dieci prove contro il tempo. Diciamo che non sono uno specialista. Le prime che ho disputato sono state quelle al Tour de l’Avenir: prima di allora, zero».

Ti senti un corridore da classiche o da corse a tappe?
«Difficile dirlo adesso, sono ancora tutto da scoprire. La Vuelta è stata la mia prima corsa di tre settimane e devo dire che ne sono uscito molto bene. Tut­to dipenderà da come crescerò, migliorerò e se migliorerò».

Come se migliorerai…
«Non si sa mai. In ogni caso mi sento più un corridore da corse di un giorno».

Sulla carta saresti adatto a tutte le Clas­siche Monumen­to.
«Sulla carta sì. Anche se la Rou­baix è quella che più mi intriga».

Dave Brailsford è entusiasta di te, dice un gran bene. Per lui puoi essere anche un uo­mo da Grande Giri.
«Speriamo abbia ragione. Intanto ho un contratto che mi lega a lui e alla sua Sky fino alla fine del 2019, ma Gio­vanni (Lom­bar­di, il suo procuratore, ndr), sta già parlando di prolungamento. Io qui mi trovo a meraviglia e sono felicissimo di come mi stanno crescendo».

Sei una creatura di Maurizio Fondriest, altro noneso come te: è sempre un tuo punto di riferimento?
«Certo che sì, è un caro amico, al quale devo molto. Certo, ci si vede me­no che in passato perché io sono spesso via, ma ci si confronta con continuità. Io so­no uno che ama ascoltare, soprattutto le persone che vogliono il mio bene».

Chi è il tuo preparatore?
«Mi affido ad uno dei preparatori della squadra, faccio parte del gruppo di Dario David Coni, come Ian Boswell o Michal Golas. Dal prossimo anno en­trerà a farne parte anche Diego Rosa».

Cosa pensi di Chris Froome?
«Che in bicicletta è un fenomeno, ma come uomo è uno di noi. È un vero si­gnore. Un galantuomo, che si mette sempre al nostro livello, nonostante sia di una statura notevole. È un esempio di professionalità. Fa la vita del corridore al 100%. Da uno come lui c’è solo da imparare».

Tu devi fare tante rinunce?
«Guarda, io ho sempre amato mangiare, ma ormai il mio fisico si è adattato e mangio sempre di meno. Anche se mi piacciono le porzioni massicce. Quan­do posso, ci do dentro. Carne, soprattutto alla brace e poi dolce. Il mio preferito? Il tiramisù».

Pesce?
«Meno, anche se naturalmente lo mangio. So che fa molto bene».

Come sei messo con i vini?
«Spumante Trento Doc, su questo non si discute. Mi piace molto il 51.151 del­le cantine di Francesco Moser».

Segui altri sport?
«Poco. Mi piace il basket, quest’anno so­no andato a vedere diverse volte l’Aquila Trento».

Sportivo ideale?
«Valentino Rossi, grande campione. Universale».

Quarto di quattro figli, di cui tre femmine.
«Papà Bruno ed io siamo beati fra le donne. Mamma Luisa, e poi loro, Va­len­tina, Francesca e Federica, che si occupa con Giuseppe Mendini (primo presidente dell’Uc Valle di Non, ndr) del Fans club».

Passione per la bicicletta?
«Ereditata da papà, non ha mai corso ma è un grande appassionato. Ho co­minciato a correre da G2».

Campione del cuore?
«Gilberto Simoni, ho nel cuore ancora la sua vittoria allo Zoncolan».

Prima bicicletta?
«Una Fondriest blu con il nastro del manubrio rosso. Nella mia vita ho sempre avuto biciclette che non ho mai comprato, me le hanno sempre date le squadre. Ne ho avute solo di due marche: Fondriest e Pinarello».

Che tipo di professionista sei, pignolo e precisino?
«Amo mettere le mani sulla mia bicicletta. So fare un po’ di tutto. Però non sono un maniaco e, soprattutto, da quando sono professionista la mia bici è spesso un po’ più sporca di quando ero dilettante».

Segui il cinema?
«Poco».

Libri?
«Nulla. Io sono un falso tranquillo: do­po un po’ mi rompo. Devo fare sempre qualcosa, soprattutto amo stare all’aria aperta».

Quanto dormi?
«Otto/nove ore. Preferisco andare a letto presto e alzarmi alle 7. Sono uno piuttosto inquadrato: come si dice in gergo, faccio la vita. Ma non mi pesa neanche un po’, anche perché sono così».

Quest’anno dove ti sei sentito davvero super?
«Alla Vuelta, lì sono stato davvero mol­to forte. Un giorno? Quando Miguel Angel Lopez ha vinto all’ Osservatorio astronomico di Calar Alto. Ma anche al Mondiale mi sono sentito molto forte».

Cosa chiedi al 2018?
«Di migliorare ancora, di vincere qualcosa di bello, di ritrovarmi tra un anno a parlare con te solo di cose piacevoli. Senza nessun episodio polemico con nessuno. Non voglio passare per santo, perché non lo sono, ma nemmeno per quello che non sono».

Ami il nuoto, sai quindi galleggiare anche con il mare in tempesta…
«Preferisco in mare calmo, per filare via veloce e silenzioso, bracciata dopo bracciata».

Pier Augusto Stagi, da tuttoBICI di novembre
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COMMENTI
29 novembre 2017 09:10 tempesta
Forza Moscon,abbiamo aspettato troppo tempo per avere un corridore come te.

MONTECARLO ?
29 novembre 2017 09:23 ERIO
ma guarda, un altro italiano che ha casa a Montecarlo....

29 novembre 2017 19:56 Line
non e l'unico a Montecarlo
fanno bene ,in italia si paga troppe tasse

29 novembre 2017 21:29 froome
Il primo che si lamenta per quelli che hanno la residenza a Montecarlo, farebbe sicuramente carte false per portare anche lui la residenza a Montecarlo se le sue condizioni lo permettessero.

X Froome
30 novembre 2017 00:19 lele
..in effetti, però a che titolo dovrebbero garreggiare per la nazionale italiana?

Risposta a Froome
30 novembre 2017 10:39 ERIO
Caro "Froome", non porterei a 74 anni la mia residenza a Montecarlo. Abito e pago tasse in Italia e Svezia,
visto che ho moglie svedese. Non mi sono mai sognato di chiedere cittadinanza per ragioni di tasse, e concordo con lele che ha capito il senso del mio msg. A che titolo questi finti residenti per ragione di tasse dovrebbero gareggiare per l 'Italia ? e per Line, sei contento vero tu di lasciare che i soliti furbetti scappino all' estero e intanto tu continui a pagare in Italia le tasse ? e li osano che se tutto va bene...

per lele e erio
30 novembre 2017 13:50 froome
1) un conto è la residenza, altro la nazionalità, tanto è vero che Moscon partecipa al campionato italiano, dove la nazionale non c'entra.
2) capisco benissimo che ci sono tanti furbetti che scappano all'estero per non pagare o pagare meno, io non sono tra quelli, perchè la mia pensione è di 1267 euro netti, ma fra quelli che si lamentano il 99% farebbe la stessa cosa se ne avesse la possibilità.
La mia non è polemica nei vostri confronti.

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