PROFESSIONISTI | 24/07/2017 | 09:11 E’ stato un viaggio bellissimo questo Tour. E fra i tanti italiani che abbiamo trovato al lavoro nella corsa della corse - direttori sportivi, autisti, team manager, fotografi, allenatori, medici, chef, telecronisti, responsabili della comunicazione, meccanici, massaggiatori, radiocronisti e (un) osteopata - ci sono ovviamente quelli che decidono di passare le loro ferie sulle strade per andare a vedere la corsa, per fare il tifo, o semplicemente per far sentire meno solo un amico, o uno di famiglia. Uno dei gruppi più numerosi e rumorosi era quello dei tifosi di Colbrelli, guidati dai genitori di Sonny, Fiore e Federico, e dalla sua ragazza, Adelina Freddi. «Ormai siamo affiatati, un bel gruppo di pazzi. La maggior parte arriva da Casto, il nostro paese, sulle montagne bresciane. Alla Milano-Sanremo eravamo in settanta, ai campionati italiani cinquanta. Il Tour sarebbe stato ingestibile per così tanta gente, per cui eravamo soltanto sedici». Sedici ma sembravano molti di più. «Anche perché ci portiamo dietro salami, pane, affettati vari, gli altri tifosi ce li compriamo così. In cinque minuti sono tutti per Sonny».
C’è il problema dei costi, e quello dei giorni di ferie, «siamo tutta gente che lavora, c’è anche chi fa i turni di notte». Per venire al Tour sono partiti il venerdì sera, il giorno della festa dei francesi, con due pullmini a nove posti. «Ci siamo dati i cambi alla guida, ma fra soste all’autogrill e strade sbagliate siamo arrivati alla partenza del sabato soltanto dieci minuti prima che partisse la tappa. Però siamo riusciti a salutare Sonny, è stato molto contento». Talmente contento da aver ottenuto un ottimo sesto posto sul traguardo più... belga del Tour, quello di Rodez, il giorno in cui Fabio Aru è rimasto indietro sull’ultima discesa e ha perso la maglia gialla. Sonny quel giorno ha trovato all’arrivo i suoi amici, la sua famiglia e Adelina. «Era felicissimo perché stavolta c’era anche Tomas, suo fratello più piccolo, con la sua fidanzata, Vera. Loro studiano, di solito non ce la fanno a venirci dietro. Tomas è un geniaccio. Bravissimo a calcio, lo volevano squadre anche forti, ma lui ha scelto lo studio: fa ingegneria». Adelina invece lavora a tempo pieno («più che pieno, pienissimo: diciamo senza orario») come arredatrice, e prova a incastrare le sue ferie con le corse. «Per agosto ci siamo capiti male io e Sonny, mi sa che dovrò andare in montagna con mia madre. A ottobre però ce ne andiamo al mare io e lui da soli, lo voglio tutto per me».
Sonny e Adelina sono venuti su nello stesso paese, «ci conosciamo da quando eravamo bambini, eravamo come cane e gatto, ci facevamo solo dispetti, poi ci siamo persi di vista per molto tempo, cinque anni fa ci siamo ritrovati e abbiamo cominciato a uscire, non avrei mai pensato di innamorarmi di Sonny». Certi amori fanno dei giri immensi, lo sappiamo. Da tre anni Sonny e Adelina vivono assieme a Salò. «Ci sposiamo? Sinceramente pensavo che per i trent’anni mi sarebbe arrivata la proposta, invece niente. Diciamo che aspetto, ma non è indispensabile». Adelina ha lo stesso carattere di Sonny, che definirei solare se non fosse un aggettivo abusato. Però per loro è perfetto. «Prima di stare con lui per me il ciclismo non esisteva. Passava il Giro d’Italia, e io non uscivo neanche per strada a vedere. Ma anche adesso non ci capisco niente, meglio così. A casa mia invece si sono appassionati tutti: mio padre è diventato quasi un direttore sportivo, mio nipote Matteo corre negli Allievi, molto seriamente, e anche mio fratello si è appena comprato una bici».
La prima corsa di Adelina è stata una Milano-Sanremo, «la prima di Sonny, quando fece dieci volate in tre minuti, così ho sentito dire». E questo era il primo Tour anche per lei, «non volevo venire, mi sembrava una mazzata, invece ho fatto bene, è qualcosa di unico, la gente, questi paesini in festa, tutto organizzatissimo, i parcheggi, il traffico, anche per i corridori è qualcosa di molto emozionante». Le è piaciuto tanto che ieri Adelina è tornata al Tour con un gruppetto più ristretto: Parigi vale una trasferta in più. Per Sonny era il primo Tour, ed è stato un esordio complicato, «ha sofferto, si era un po’ demoralizzato, mi chiamava e diceva voglio tornare a casa, ma quando siamo arrivati non ha fatto altro che sorridere per due giorni».
I magnifici sedici sono rimasti al Tour fino alla partenza della domenica, poi sono dovuti ritornare alle loro vite, ai rispettivi lavori. «Siamo superorganizzati, anche quando siamo in dieci abbiamo due bandiere a testa così sembriamo il doppio. E poi magliette, cappellini, tutto». La stagione è sempre più lunga, anche per loro. «Al Fiandre eravamo dieci, all’Amstel più di venti. Abbiamo preso l’aereo, poi abbiamo noleggiato le macchine là. Adesso stiamo pensando ai Mondiali, anche se i costi sono allucinanti. E’ vero che il percorso è buono per Sonny? Io di ciclismo non capisco proprio niente. Non vedo l’ora che tagli il traguardo sano e salvo, quando corre ho sempre mal di pancia, ho paura che si faccia male. Hai presente quella tappa in cui è finito nell’erba e non è riuscito a fare la volata, che poi è stata una specie di rissa? Ecco, sai cosa gli ho detto io? Meno male che eri andato a pascolare...».
Quando era a casa, Adelina il Tour lo ha seguito poco, «quando è andato in fuga l’ho scoperto il giorno dopo, mi basta sentirlo alla fine della tappa, sapere che sta bene, poi parliamo d’altro». Del lavoro, della casa, dei loro cani. «Mia e Iago, i nostri bambini. Quando siamo via ci sono Tomas e Vera, ma anche i genitori di Sonny. La sua mamma li coccola come se fossero davvero i suoi nipoti». Poi ci sono i viaggi da organizzare, perché tifare è impegnativo. «E’ un gruppo di amici, tutte le volte è un’avventura. All’Amstel eravamo sul Cauberg, siamo diventati amici di tutti, abbracciavamo tutti. Abbiamo offerto un po’ di birre e dopo un attimo tifavano tutti per Sonny». Il mondo è piccolo, è il ciclismo che è grande.
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