PROFESSIONISTI | 15/07/2017 | 07:11 Un Tour è fatto di tappe, la vita è fatta di attimi. Quando hai messo insieme una bella collezione - di attimi, e anche di tappe - sei un uomo fortunato. E io non ricordo molte corse senza Francesco Villa. Forse voi lo avete sempre chiamato Franz, qualcuno preferisce Pancho, ma è sempre e comunque lui. Qualcuno di voi si ricorda di Francesco Villa il grande meccanico. Ma no, Francesco Villa che guida il pullman della Dimension Data. Uguale, è sempre Franz. «Sono del ’70, ridendo e scherzando ho già quarantasette anni. E da venticinque sono nel mondo del ciclismo. Anche se a un certo punto ho cambiato mestiere». Molte delle nostre storie cominciano in provincia di Bergamo, perché se il mondo è piccolo il ciclismo è minuscolo, e va a finire che ci si conosce tutti. «Sono di Calusco d’Adda, e correvo, come fanno tutti. Avevo cominciato perché il ciclismo era la passione di mio padre, Francesco». Un altro Francesco Villa. «Sì. Sono l’ultimo di sei fratelli, si vede che quando sono arrivati a me avevano finito la fantasia». Fino a un certo punto sembra una storia come tante. «Sono andato avanti fino ai dilettanti: andavo benino, ma non sarei mai diventato un fuoriclasse. E lì ho scelto. Avevo la passione di fare il meccanico, montavo e smontavo, e quando non riuscivo a rimettere a posto le cose andavo fino a Paderno, nel negozio di Gianmario Sottocornola. Ha cominciato lui a farmi diventare un meccanico».
Anche in questa storia ci sono incontri fatali, quelli che cambiano la direzione della tua vita. «Sottocornola mi aveva portato a lavorare con lui alla Passoni, facevamo le bici in titanio. Ma nella mia testa c’era sempre l’idea di lavorare alle corse. Ne avevo parlato con Gambirasio, un ex professionista di Calusco come me, e lui mi presentò a Corti. Claudio mi disse che alla Gatorade cercavano proprio un meccanico, e io trovai quello che cercavo io. Era il 1992». Incontri fatali. «Lì c’era Giovanni Tonoli, il mio maestro. Lui era stato il primo meccanico di Bugno».
Purtroppo la vita è fatta di incontri ma anche di distacchi. «Giovanni morì un anno e mezzo dopo, nel ‘93. Il giorno dopo c’era il campionato italiano a Prato, Gianni voleva dedicargli la vittoria ma arrivò secondo dietro a Podenzana». E Franz all’improvviso diventa il secondo meccanico di Bugno. «Non puoi capire il mio entusiasmo, Gianni era il mio idolo senza conoscerlo, ce l’avevo nelle viscere. Mi ricordo benissimo quando ci siamo presentati. Eravamo in ritiro al Novotel di viale Suzzani, a Milano. Venne da me e mi disse: ciao, sono Gianni. E’ stato l’inizio di un rapporto bellissimo, di un’amicizia». Un aggettivo per Bugno. «Immenso. Gianni è Gianni. Se avesse avuto un’altra testa chissà quanto avrebbe vinto. Ma lui era così». Così come? «Lui vive nel suo mondo, è impossibile volergli male. Era timido, credo. Vincere gli dava quasi fastidio, era come se non osasse far torto a qualcuno. In privato è simpatico, aperto». Attento alla bici, pignolo? «Per niente. Si fidava ciecamente. Era talmente forte che non gliene fregava niente. Saliva in bici e se ne andava».
Franz parlerebbe per ore di Bugno. Il tempo c’è, il pullman deve arrivare al traguardo e aspettare i corridori della Dimension Data. «E’ un Tour un po’ così, abbiamo perso subito Cavendish in quel modo. Mark era molto amareggiato. Mi ha detto: una volta che faccio una volata pulita mi sbattono giù». Certo, mi piacerebbe sapere dove voleva passare. «Anche tu fai l’errore che fanno tutti, non guardare solo l’ultimo fotogramma. In trenta metri Sagan lo butta contro le transenne, lo sposta completamente. Il gomito non c’entra, arriva dopo: prima gli dà la scodata. Dove andava Mark? Lui mi ha detto: io non freno, io parto sempre per vincere». Franz i suoi corridori li difende fino alla fine. «Ti dirò, prima di conoscerlo avevo un’idea sbagliata di Cavendish, mi sembrava uno strafottente. Invece mi ha fatto cambiare idea. E’ un bravissimo ragazzo, fantastico».
Francesco parla «un po’ di inglese, un po’ di francese, un po’ di spagnolo, se no oggi non te la cavi». Con Bugno di parole ne sono sempre bastate poche. «Il giorno più bello è stato quando ha vinto il Fiandre, su un terreno non suo. Eravamo partiti con la neve, lui stava sempre in fondo, eravamo convinti che si sarebbe fermato dopo cinquanta chilometri. Invece». Franz non ha ancora ventitrè anni quando Tonoli muore. «E Gianni decise di tenermi, si fidò di me, mi difese sempre a spada tratta». Insieme alla Mg, poi alla Mapei, finché Bugno lascia le corse. «Sono rimasto alla Mapei fino alla chiusura, nel 2002. Poi ho deciso di tentare un’avventura diversa, alla Vittoria. E da lì ho cominciato a guidare i bus». Bianchi, Quick-Step, Cervelo, BMC. Poi tre anni lontano dalle corse. Il rientro con la Tinkoff, e adesso la Dimension Data. «Ho avuto la fortuna di fare due mestieri diversi, nello stesso ambiente. Da meccanico ho avuto la fortuna di trovare Bugno, ho vissuto di entusiasmo. Sistemare la bici di un campione è bellissimo, è anche una responsabilità: quando ero con Bugno ho passato tante notti in bianco. L’autista fa un lavoro diverso, deve essere altruista, avere pazienza. Con i corridori hai un rapporto diverso, hai più contatto: ho visto gente piangere sul bus. A me piace motivarli». Tutti, meccanici o autisti, devono accettare di vivere buona parte dell’anno lontano da casa. A casa di Franz c’è sua moglie Pamela, e poi ci sono Elisa e Sara, sette e tre anni. «Sarà che mi vedono poco, ma sono attaccatissime a me».
Questo è il Tour numero 15 per lui. Che però da Bugno era passato a un altro numero uno, Paolo Bettini. «L’aggettivo trovalo tu, va sempre bene. Il Betto era tutto il contrario di Gianni: molto pignolo, anche preparato. Ci manca uno come lui: aveva il motore di una Ferrari nel telaio di una 500. Un altro con cui ho avuto un ottimo rapporto. Pensa che prima di firmare un contratto pretendeva che fossimo a posto noi del personale. Il giorno più bello fu quando vinse la prima Liegi, c’ero io in macchina. Eravamo partiti senza Bartoli, che era il capitano, e con l’incognita Bettini, non sapevamo fino a che punto poteva reggere la responsabilità della corsa. Ma io una persona così sicura di sè non l’ho mai più incontrata».
E dire che Franz ne ha incontrati di campioni. «Poi è arrivato Alberto. Contador è uno che non molla mai, che si inventa sempre qualcosa. Spero che riesca a farlo anche qui, che vinca almeno una tappa. Lui è molto schivo, ha il suo gruppo di collaboratori, prima di darti fiducia ti scruta molto attentamente. E’ sempre molto concentrato, vuole il massimo, dev’essere sempre tutto al cento per cento, non lascia mai niente al caso. E’ un’ottima persona. E’ l’ultimo corridore del ciclismo antico, forse per quello di oggi non va più bene». Sono vite fatte di attimi, di corse, di vittorie. Ma non sempre si può vincere. Alessandra Giardini
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