Recioto: a Zomegnan e Indurain il Premio Dante Ronchi
| 27/03/2007 | 00:00 «Il Giro in Valpolicella? Quando la Valpolicella lo chiederà, sono convinto che il Giro avrà un gesto di attenzione nei suoi riguardi perchè qui, vinca chi vinca, si brinda bene». Il direttore della corsa rosa, Angelo Zomegnan (non ama essere chiamato patron «perché rispecchia figure storiche come Goddet, che aveva una cultura sportiva straordinaria e come Torriani che ha avuto intuizioni straordinarie»), a Negrar per ricevere il Premio intitolato a Dante Ronchi («un punto di riferimento per quelli della mia generazione») lascia aperte le porte ad iniziative tendenti a portare, e sarebbe la prima volta, il Giro d'Italia nella vallata. Intanto, Verona attende il Giro il 2 giugno, con la cronometro dal lungolago di Bardolino alla Bra e si gusta l'"antipasto" del Palio del Recioto, in calendario il 10 aprile per la 46° edizione, presentato da un bel filmato sul sopralluogo effettuato sul percorso, in stile Giro d'Italia, da Davide Cassani. La corsa, che il presidente di "Grandi eventi Valpolicella", Stefano Bonfioli intende «far diventare la corsa più importante al mondo per gli Under 23 e, possibilmente, un giorno riservarla solo alle Nazionali», ricalcherà il percorso di sempre («bellissimo», garantisce Cassani) con i sei giri di 19 chilometri con la salita di Jago e gli ultimi 35 tra l'ascesa a località Castellier e la discesa, con in mezzo la breve erta verso Fane, sino al traguardo di Negrar.
La serata al Palatenda di Negrar è, comunque, dedicata soprattutto a Miguel Indurain ed al ricordo di Dante Ronchi («mi ha preso per mano quando ho cominciato ad organizzare il Palio», dice un commosso Bonfioli). Al campione della Navarra, il sindaco di Negrar, Mion ed il presidente del Palio del Recioto, Viviani, consegnano il Premio Recioto d'oro 2007 al merito sportivo. Miguel riceve un'opera dello scultore Miguel Berrocal, "la flamenga". E risponde con simpatia alla raffica di domande di Davide Cassani che lo definisce «una delle persone più umili, buone, tranquille, umane, che anche in gruppo aveva una parola buona per tutti» e che sottolinea come, «ora che ha smesso, Miguel non ami presentarsi agli arrivi di tappa («ne ho visti tanti», spiega il campione spagnolo), ma preferisca seguire le corse mescolandosi al pubblico sulle salite». Indurain racconta di se stesso, anche con un pizzico di ironia: «Ho capito di poter vincere un Tour quando, gregario di Delgado, ho vinto una tappa a Luz Ardiden. Pesavo 80 chili, ora di più, e mi sono messo a lavorare tanto per andare forte in salita, non come Pantani, ma almeno per difendermi. Gli avversari più forti? Bugno, Chiappucci, Rominger. Ricordo quando Quinta, in corsa, cercava di tenere calmo Claudio». Il Quinta è Sandro Quintarelli, all'epoca direttore sportivo della Carrera. Conferma: «Chiappucci sarebbe sempre andato all'attacco, ma con Indurain si correva per il secondo posto. Meglio fare qualcosa insieme». Come accadde quando sulla discesa del Tourmalet, Chiappa e Miguel attaccarono: il primo vinse la tappa, il secondo vestì per la prima volta la maglia gialla.
Indurain, primo in cinque Tour e due Giri, primatista dell'ora, iridato a cronometro, medaglia d'oro ad Atlanta, non ha mai vinto, invece, il Mondiale su strada. «Ero forte - racconta - quando Bugno vinse a Stoccarda, ma Gianni era fortissimo e io finii terzo. Anche a Benindorm, a casa mia, vinse lui. A Oslo, tutti guardavano me, Armstrong va via che nessuno conosce e io sono secondo. In Colombia ero forte, ma foro una gomma e quando rientro va via Olano: Pantani, Richard, Giannetti non lavorano per prenderlo, io non posso e sono ancora secondo». Ma Basso può vincere il Tour? «Sì, se lo fanno correre sì». E Valverde: «Sì, se non cade». (r.p.)
da L’Arena del 27 marzo 2007
(foto Rodella 2000)
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