QUATTRO CAMPIONI DA DIECI, VINGEGAARD E UNA FOLLIA DA 4, A MILANO NON SI ATTENDA ALTRI 5 ANNI.

di Pier Augusto Stagi

Fredrik LAVIK. 10 e lode. Colpo da maestro davanti a Maestri. Colpo gobbo di quattro ragazzi che onorano come non mai la tappa di Milano. Ti aspetti i velocisti, ma arrivano i fuggitivi che sono più veloci di loro. Il 29enne norvegese della Uno-X Mobility regala al suo team una vittoria di prestigio. Una vittoria che fa storia e palmares. Dopo la tappa alla Tirreno (5a tappa: Ascoli-Pergola), si porta a casa una vittoria di peso.

Mirco MAESTRI. 10. Certo perde, ma fa una corsa pazzesca, lui come i suoi compagni di avventura. Tappa per attaccanti e questi quattro cavalieri dell’apocalisse si fanno in quattro per provare a cambiare la storia di una tappa che sembra già scritta. Invece, la riscrivono, in buona grafia.

Martin MARCELLUSI. 10. Il laziale della Bardiani CSF 7 Saber è tra i protagonisti assoluti di questa tappa. Ha voglia di onorare una tappa che è anche la città che ha dato i natali allo storico marchio di biciclette che equipaggiano il suo team. De Rosa oggi mostra delle coperture dal profilo rosa in omaggio alla corsa e alla milanesità (qui è nata per volontà dell’immenso Ugo De Rosa, nel 1953) di questo prestigioso marchio di biciclette che è conosciuto e apprezzato ancora oggi in tutto il mondo.

Mattia BAIS. 10. Si sacrifica per Mirco Maestri, dà l’anima per l’obiettivo di squadra (Polti VisitMalta). Fa tutto quello che deve fare per provare a sognare: non svegliatelo.

Paul MAGNIER. 5. Meriterebbe 8, per il traguardo intermedio che vince, per la volata dei battuti che vince, per la maglia ciclamino che si va a riprendere, ma si sveglia tardi: lui e il suo team. Sottovalutano quei quattro là che non scherzano affatto, vanno via a tutta come un quartetto olimpico. La flemma suicida, la sua e quella di tutti i velocisti, quella sì è davvero olimpica.

Jonathan MILAN. 5. Non riesce nemmeno ad arrivare a disputarla la volata, perché la sua Lidl-Trek non c’è, resta solo con Simone Consonni a provare a recuperare sui fuggitivi. Ma non era una squadra fatta per Jonny?

Jonas VINGEGAARD. 4. In quanto maglia rosa, quindi Lider Maximo della “corsa rosa”, va a parlare con Rossella Bonfanti (assistente organizzazione di corsa) e il presidente di giuria (lo spagnolo Tortajada Villaroya). Per una ragione o per l’altra, la nostra corsa deve subire sempre uno schizzino o uno sfregio, perché se no non sono contenti. Il danese si adopera per fare in modo che la neutralizzazione non sia solo ai 5 km (già questa era una concessione, visto che il regolamento parla in condizioni normali di 3 km), ma a 16, un giro prima della volata. Vorrei solo chiedere a lorsignori se è mai passato nelle loro menti di chiedere la stessa cosa agli organizzatori transalpini per la tappa di Parigi. Non quella dell’anno scorso, che prevedeva e prevede come quest’anno i passaggi su Montmartre, ma il classico circuito dei Campi Elisi, tra sanpietrini e “rond point”, rotonde. Annullare i tempi a 16 km dal traguardo è semplicemente folle. Non esistono motivi per farlo, anzi, c’è un motivo sacrosanto per onorare la corsa: che vi piaccia o no, questo è pur sempre il Giro d’Italia. Vingegaard e compagnia pedalante temono di farsi la bua? Cambino mestiere.

MILANO. 10. Cinque anni dopo la capitale morale riabbraccia la corsa rosa con calore atmosferico pari al calore degli sportivi che si riversano sulle strade. Folla delle grandi occasioni (in questa edizione di Giro, fin qui, possiamo dire il punto più alto) per le vie di Milano. Calore e festa, per la corsa che qui ha avuto i suoi natali (1909), ma che la politica fatica a ricordare. Oggi, forse, un ripassino l’hanno avuto. Chissà quando ripasserà il Giro: tra cinque anni? Sperem de no. (credo che la traduzione non serva).

 

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