Slongo: E ora, Liegi
di Giulia De Maio

Quando le cose vanno male, un vero campione s’incazza e reagisce impegnandosi an­cora di più per ribaltare la sorte. Vincenzo Nibali ha dovuto dare forfait alla prima corsa che aveva in calendario a causa di un virus gastrointestinale e alla prima salita affrontata in gara aveva dovuto pagare dazio ri­spetto ai suoi rivali.
Tornato dall’Oman, incurante del freddo che ha trovato a Lugano, si è rimesso al lavoro senza lasciare nulla al caso. Ha sfogato la rabbia e la frustrazione sui pedali, fino ad arrivare all’apoteosi in via Roma che lo ha riportato sul tetto del mondo. Il posto dove è giusto che stia un fuoriclasse del suo calibro.
E pensare che neanche voleva correrla, la Milano-Sanremo. Durante i massaggi, dopo una delle ultime tappe della Tirreno-Adriatico, al suo preparatore Paolo Slongo aveva detto: «Ma dobbiamo proprio farla? Io eviterei». Paolo (meno male!) è riuscito a convincerlo: «Vince, ne avevamo già parlato in in­verno. Per approcciarci alle gare di un giorno, al loro chilometraggio e alle loro dinamiche, dobbiamo entrare in questa mentalità. Sia per te, che per la squadra». Così con una scrollata di spalle lo Squalo aveva abbozzato: «Va beh, se lo dici te... Se devo farla, facciamola». Di sicuro, a posteriori, è felicissimo di avergli dato retta. Ancora una volta.
Paolo, sinceramente: credevi che potesse vincere a Sanremo?
«La Classicissima è la corsa più difficile che ci sia. È facile altimetricamente, ma incertissima. Nelle corse di un giorno c’è ancora più stress che in quelle a tappe perché per tanti rappresentano una delle poche occasioni per far risultato, può davvero succedere di tutto. Ero convinto avrebbe fatto bene ma da qui a sbaragliare la concorrenza come ha fatto, ce ne passa. Ha realizzato un capolavoro. Era uscito bene dalla Tir­reno e le previsioni meteo erano dalla nostra. La pioggia e il freddo fanno consumare più energie a tutti, lui ha un grande fondo quindi, quando la gara si fa più dura, è avvantaggiato. Non eravamo tra i favoriti, ma ci sentivamo di potercela giocare. Nel finale è arrivato con più energie degli altri e ha realizzato un sogno difficile da concretizzare».
Cosa gli dicevate via radio?
«Ero in ammiraglia con Alberto Volpi. La sera precedente con Brent Cope­land avevamo impostato la corsa su Col­brelli perché nelle ultime edizioni quasi sempre si era deciso tutto in uno sprint di un gruppetto ristretto, ma a Nibali abbiamo dato carta bianca su Cipressa e Poggio. Per non danneggiare Sonny, avevamo deciso che avrebbe potuto muoversi di rimessa, ossia ri­spondendo ad altri attacchi, non in pri­ma persona. Sul Poggio appena ha vi­sto muoversi Neilands e formarsi il buco non si è più girato. Nelle fasi finali via radio gli davamo i tempi, lo incitavamo e, allo stesso tempo, tenevamo tranquillo Sonny, che doveva stare all’erta per l’eventuale volata. Quando ha preso 15” ci ho creduto, sapevo che in discesa non avrebbe perso nulla. L’incognita erano gli ultimi 2 chilometri, che il dottor Guardascione e il massaggiatore Pallini ci avevano avvisato erano con il vento in faccia. Li ha percorsi tra la vita e la morte, come piace dire a me: ha dato tutto. Gli ho detto di non girarsi, di pedalare fino alla linea, stavo per dirgli di dare anche il colpo di reni ma non ce n’è stato bisogno».
Essere costretto a saltare la Vuelta a San Juan ha influito a livello mentale?
«Gli è seccato non poco fare un viaggio intercontinentale per nulla, ma ha accusato maggiormente non essere al livello dei migliori al Tour of Oman. Il giorno in cui ha vinto Lopez su Lutsenko nella tappa regina, dopo 3’ di sforzo si è staccato e dire che non l’ha presa be­nissimo è un eufemismo. Da campione vorrebbe sempre essere protagonista, se non ci riesce, s’incazza. Numeri alla mano gli ho spiegato che era normale perché, con i giorni di allenamento persi a gennaio, non era pronto ad af­frontare uno sforzo del genere. Era la prima vera salita che affrontava nell’anno nuovo. Per l’avvicinamento al Tour non c’era problema, ma da quel mo­men­to in poi abbiamo convenuto che non erano ammissibili altri intoppi, per presentarci al meglio agli obiettivi che ci siamo fissati nella prima parte di stagione».
Quindi tornati a casa, testa bassa e pedalare.
«Esatto. Da vero professionista, è ri­par­tito ancora più determinato. No­nostante il freddo ha lavorato veramente bene. Prima della Tirreno sono stato tre giorni a casa sua e, anche se il termometro segnava dai meno cinque agli zero gradi, si è impegnato al massimo. Alla Corsa dei due Mari il li­vello di partecipazione era altissimo, a parte Valverde e Quin­ta­na c’erano tutti i big, e noi siamo stati competitivi, facendo meno di altri. Non essendo andati in ritiro al caldo, non ab­biamo potuto svolgere gli allenamenti di qualità che ti permettono le alte temperature, per evitare tendiniti o problemi di questo tipo abbiamo sacrificato un po’ i lavori di forza. Rispetto alle scorse stagioni, quest’anno non abbiamo ancora svolto alcun periodo di altura e fino alla Liegi non ne faremo. Considerato tutto questo, il buon rendimento alla Tirreno ha rafforzato le nostre convinzioni. Abbiamo corso di più e ci siamo allenati bene a casa. Per preparare le corse di un giorno abbiamo lavorato più in soglia e fuorisoglia, abbiamo svolto meno lavori aerobici, prediligendo più salite ma corte, di 5-6 chilometri, a ritmi diversi. Alla San­remo non era ancora al cento per cen­to, vedere quello che è riuscito a fare ci ha dato grande morale».
Chissà allora cosa combinerà quando sarà al cento per cento...
«In vista delle classiche delle Ardenne non ero preoccupato, sapevo che sarebbe arrivato in buona condizione, ma alla Tirreno mi aveva già stupito. Ha pagato meno del previsto in salita, nel­la tappa più difficile fino agli ultimi 500 metri in salita è rimasto “facile” con gli altri, a dimostrazione che febbraio ci aveva riportato in tabella. I wattaggi già prima di Sanremo erano buoni, do­po il Giro dei Paesi Baschi saranno an­cora un gradino più su. Per quanto ri­guarda i suoi numeri, rispetto a un an­no fa, l’unica cosa diversa è il peso. Non è grasso ma neanche tirato come quando affronta i grandi giri. Ha 2-3 chili in più del peso che avrà quando si presenterà al via del Tour. Questa è una cosa voluta, per avere più forza in pianura, più energia, una scorta per soffrire se dovessero capitare altre giornate fredde».
Con quali ambizioni partite per il Bel­gio?
«Il Giro delle Fiandre non era in programma, ha chiesto Vincenzo di farlo, gli abbiamo dato l’ok ma ci presentiamo al via senza stress né particolari velleità. Sarà un’esperienza per il futuro e un’occasione importante per provare la bici Merida che andrà a usare al Tour nella tappa del pavé. Argentin mi ha chiamato dopo la Sanremo per farci i complimenti e, lui che se ne intende di corse al nord, mi ha detto che anche il Fiandre è una corsa che logora e viene vinta da chi nel finale ne ha di più; secondo Moreno, se Vincenzo si salva nelle prime côtes che scremano il gruppo, può dire la sua. Mi ha dato dei consigli preziosi, ne farò tesoro. Dopo i Paesi Baschi, scaricherà in vista di Freccia, Amstel e Liegi, con gli occhi puntati su quest’ultima. Vincenzo vuo­le scacciare il brutto ricordo del 2012, quando fu secondo dietro a Maxim Iglinskiy. Gli restano poche corse im­portanti da conquistare, la Liegi è una di queste. L’ha sfiorata, è come se avesse una cicatrice da curare. Sulla carta gli si addice, vincere è sempre difficile, ma la condizione da qui in poi può so­lo crescere quindi sono fiducioso. E poi Nibali, quando attacca il numero alla schiena, è sempre Nibali...».
Dopo la Liegi, i grandi obiettivi che vi siete posti sono Tour de France e mondiale.
«Sì, lo abbiamo dichiarato a inizio an­no. Dopo le classiche, Vincenzo ri­fia­terà un po’ prima di iniziare la programmazione in vista della Grande Boucle, che comprenderà un periodo in altura e il Delfinato. Per quanto ri­guarda il campionato del mondo, il mese scorso siamo andati in ricognizione in Austria con Cassani, Franco Pel­lizotti e Alessandro De Marchi. Se­gui­rò in tv il Tour of the Alps, con i corridori in condizione per il Giro sarà un bel test per capire come potrà svilupparsi la corsa. E più avanti, tra il Tour e la Vuelta, torneremo a Innsbruck an­che da soli. Effettuare un sopralluogo nei mesi che precededono un appuntamento di questo livello è importante perché la testa inizia a pensare. Toc­cando con mano il tracciato è più facile progettare l’avvicinamento, immaginare lo svolgimento della corsa. Pen­san­doci e parlandone, può venirci un’altra buona intuizione».
Ricordate come finì a Firenze 2013?
Dopo la caduta, fu medaglia di legno. Anche con l’iride Vincenzo ha un con­to in sospeso. Una ferita da curare. Una cicatrice da cancellare.
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