Non c’è come vedere le tappe di questo Tour per specchiarci nella nostra dura realtà: il ciclismo italiano è Vincenzo Nibali, il resto è pura fantasia. Difatti, adesso che Nibali non c’è, siamo costretti a sognare tutti i giorni l’impresa estemporanea di un nostro connazionale, consapevoli che comunque nei giochi che contano non ci siamo più. La domanda che dobbiamo porci, dolorosa e scomoda, ma inevitabile, è questa: se a Nibali viene un raffreddore, che ne è di noi?
Ovviamente il problema più serio e più immediato investe il povero Bettini, ct della nazionale che non c’è, nel senso che risulta formata da diversi ipotetici campioni di domani, ma totalmente sprovvista di campioni d’oggi. Certo, a Firenze avremo Nibali, che il cielo ce lo conservi, ma onestamente bisogna anche evitare di pretendere sempre la luna dallo stesso atleta. E chi sarà mai, Nembo Kid? È un campione nelle corse a tappe, lo vorremmo campione anche nelle corse in linea. Lui, coraggioso e generoso com’è, ci prova sempre: ci ha provato alla Liegi, ci ha provato al Lombardia, ci ha provato persino alla Sanremo, ma è chiaro che contro i Gilbert, i Valverde, i Sagan, i Cancellara, anch’egli ha i suoi bravi problemi. Possiamo chiedergli il possibile e l’impossibile, ma per i miracoli dobbiamo dargli il tempo di attrezzarsi.
E comunque. Può un ciclismo come il nostro, con la sua storia e la sua gloria, aggrapparsi al solo Nibali? Può una nazionale come la nostra sperare che uno specialista dei grandi giri si inventi fenomeno anche di un giorno solo? Tutto si può sperare, tutto si può dire. Ma realisticamente dobbiamo concludere che il paziente Italia non sta per niente bene.
E non è tutto. Questa situazione non è isolata o casuale. Fa il paio, forse è semplicemente l’inevitabile effetto, di una situazione globale raccapricciante. Il nostro movimento ciclistico, in drammatica contraddizione con il termine movimento, risulta ormai al collasso. Nella prossima stagione, anche la Cannondale metterà su casa in territorio straniero, stanca di un regime fiscale che letteralmente perseguita chi voglia organizzare sport in Italia. Quanto alla Lampre, non è un mistero che il suo processo di taiwanizzazione andrà sempre più avanti, sempre più in profondità. Risultato, senza altre chiacchiere: a tenere alto il tricolore resteranno pochi eroi, con squadre necessariamente piccole. Se resteranno.
Cosa immaginare, da dove ripartire? Non lo so, sinceramente non lo so. In aggiunta, i nostri sponsor hanno sempre più il terrore di abbinare i proprio marchi, costruiti con tanta fatica, a facce sporche e maledette che dalla sera alla mattina possono fare più danni della grandine. Basti pensare ai casi recentissimi del buon Di Luca e del suo degno compare Santambrogio, e ci siamo detti tutto. Nel Giro più bello e più poetico degli ultimi anni, due schegge impazzite - così spero - sono riuscite a fare macerie. Non è possibile, non è più sopportabile. Hai voglia poi di raccontare alle grandi aziende che il ciclismo è un magnifico traino d’immagine. Vai avanti tu, che a me scappa da ridere.
Non voglio però rassegnarmi alla disperazione. Nessuno deve rassegnarsi. Questo sport è troppo bello per darla vinta agli scimuniti. Voglio aggrapparmi ad alcuni fatti nuovi, completamente inediti, che quanto meno lasciano sperare in un punto di svolta. Per esempio la reazione delle squadre, finalmente consapevoli d’essere le prime parti lese e pronte a trascinare in tribunale i mentecatti, con l’intento di toccarli nel portafoglio con cospicui risarcimenti (certa gentaglia capisce molto di più questo genere di conseguenze). E poi gli organizzatori, anch’essi decisi a non fare più da amorevoli balie, da comprensive crocerossine, ai delinquenti che rovinano il loro patrimonio. E infine i corridori stessi, con il loro sindacato finalmente incazzoso contro le mele marce, per difendere la reputazione della categoria: come ha capito soprattutto l’avvocato Scaglia con i suoi indignati interventi, la reputazione è l’unico patrimonio intangibile delle persone, guai a chi si permette di metterci le mani sopra. Per fortuna, Scaglia non è solo: ha dietro molti tesserati. All’indomani del caso Santambrogio, ho letto sul Corriere il messaggio Twitter più rappresentativo. E’ di Manuel Quinziato: “Tiriamo lo sciacquone e liberiamoci di quest’ultimo idiota”. Non cito Quinziato perché sia mio amico: per la verità, un gentile collega una volta mi fece leggere un altro suo Tweet su di me, in cui diceva che ragiono male perché evidentemente faccio poco sesso. Per dire il livello filosofico. Eppure lo cito sul tema doping perché davvero, facendo evidentemente molto sesso, esprime alla perfezione il nuovo stato d’animo della categoria. In gruppo s’è rotto qualcosa, questo è chiaro. Gli onesti fanno sempre più fatica a subire le prese in giro dei malfattori. E’ un passo avanti. Un primo passo decisivo, come diceva Mao, per compiere sperabilmente una lunga distanza.
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