Gatti & Misfatti
Ricostruzione

di Cristiano Gatti

Non so perché, ma il Gi­ro del Centenario, il Giro di Basso e Arm­strong (anche se spero ancora sia anche di Cunego e Evans), questo Giro che sembra tracciato da un ubriaco all’ultimo stadio, tutto alla rovescia, sen­za capo né coda, sconclusionato benchè spacciato per ge­niale, persino con una ma­glia rosa disegnata da Dolce e Gabbana esattamente com’era la maglia rosa di quaranta e trent’anni fa, però genialissima anch’essa, ecco, non so perché, dicevo, ma questo Gi­ro sta sollevando un’enorme attesa e una rinnovata curiosità. Non credo di essere l’uni­co a notarlo: da anni non succedeva di incontrare tanta gente così interessata al prossimo evento. Io ho una mia idea: oltre al fatto di Basso e Armstrong, oltre al fatto del Centenario, mi sembra evidente che la gente cominci in­consciamente a considerarlo il primo Giro della ricostruzione. Dopo i cataclismi di un decennio inenarrabile.

Inutile nasconderlo: è un clima bellissimo. Sembra di respirare nuovamente un po’ d’aria fresca. Adesso spero che tutti, dai team ma­nager fino all’ultimo massaggiatore, comprendano quanto sia importante questa lieve ri-apertura di credito. Mi auguro vivamente che non risalti fuori un Riccò o un Sella, in­somma il traditore di turno, a rovinare tutto quanto. Pren­diamoci almeno l’impegno: se un farabutto risalta fuori, ve­diamo almeno di rovinarlo per sempre. Siamo stanchissimi d’essere rovinati noi.

Accreditati al nuovo Gi­ro tutti i significati im­portantissimi che si me­rita, credo di potermi finalmente concedere anche due parole in serenità e scioltezza sul puro aspetto sportivo di cotanto evento. Come diceva il direttore Stagi nell’ultimo editoriale, non sembra nemmeno vero: discutere di pedivelle, di salite, di tattiche. Ma da quanto non ci succedeva? Diamine, ne approfitto subito anch’io, adesso che è febbraio, già sapendo che magari in pie­na stagione tornerà ad essere un lusso impossibile, complice la solita frana devastatrice provocata dai soliti idioti.

Mi porto avanti, allora: approfitto di questa ora d’aria, sperando vivamente non sia l’ultima. E dico immediatamente, senza giri di parole, che questo Giro sarà bellissimo per i suonatori in cartellone, ma tremendamente brutto come spartito. Grandi musicisti saranno chia­mati a suonare marcette da fanfara. Gli architetti del percorso ubriaco, con le Do­lo­miti nei primi giorni e l’ar­ri­vo lontano da Milano, con il Mortirolo e le altre cime del mi­to bellamente ignorate proprio in occasione dello storico anniversario, questi geniali creativi parlano di ricerca del­la novità e del cambiamento. Parlano di corsa che sa essere moderna, che imbocca strade nuove. Sono magnifici: la pros­sima volta provino a farla sul fondo del mare, o lungo le spiagge, o in cima ai campanili, così da dimostrare quanto nuovi e moderni sappiamo essere noi italiani.

La verità è una sola: corriamo il rischio di non capirci niente, né noi che guardiamo, né i corridori chiamati a gareggiare. Chi sa come regolarsi, con un tracciato del genere? Bisogna ar­ri­vare in forma subito, per non crollare sulle Dolomiti, correndo però il rischio di ar­rivare decotti sul Vesuvio fi­nale, oppure meglio comunque arrivare all’ottanta per cen­to, col rischio di entrare in forma quando ormai è troppo tardi e non c’è più terreno per recuperare?

Parlando durante l’in­ver­no con qualche tecnico amico, ho colto un’atmosfera ben chiara: nessuno sa esattamente cosa fare. Come spose illibate, arrivano alla prova della verità senza sapere bene dove mettere ma­no. Dovranno improvvisare. In tanta confusione, credo ci stia benissimo una mia balzana idea: scommetterei già da ora che il Giro si aprirà e si chiuderà in un solo giorno. Il giorno fatidico della cronometro lungo l’incanto delle Cin­que Terre: oltre sessanta chilometri, mai vista una cosa del genere. Tu pensa che cosa può subire uno scalatore puro quel giorno, tu pensa che dan­ni può infliggere un passistone in quel giorno. E non mi si venga a dire che non sarà una cronometro per specialisti, perché il percorso è vario e ner­voso: in tutta la mia vita di osservatore, ho sempre vi­sto le cronometro vinte dagli specialisti. Su qualunque percorso, in qualunque condizione. E sarà così anche stavolta, accetto scommesse.

Andrei avanti fino a mezzanotte: parlare nuo­vamente di queste cose mi restituisce il gusto del ciclismo. Ma è obbligo fermarsi qui. Adesso aspetto in­sulti e reazioni a stretto giro di posta (purchè firmate con nome e cognome, altrimenti lo ripeto: siete dei vermi). Nell’attesa, mi godo l’unico aspetto veramente positivo che mi sembra di poter cogliere nel Giro ubriacone. Se dio vuole, dopo tempo immemorabile, andremo tutti al Giro senza doverci raccontare per due settimane che “bisogna aspettare la terza settimana”. Caso strano, stavolta è tutto alla rovescia. L’alibi della ter­za settimana non esiste più. Chi aspetta la terza settimana, al Giro del Centenario, rischia di arrivare con una set­timana di ritardo.
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