Non so perché, ma il Giro del Centenario, il Giro di Basso e Armstrong (anche se spero ancora sia anche di Cunego e Evans), questo Giro che sembra tracciato da un ubriaco all’ultimo stadio, tutto alla rovescia, senza capo né coda, sconclusionato benchè spacciato per geniale, persino con una maglia rosa disegnata da Dolce e Gabbana esattamente com’era la maglia rosa di quaranta e trent’anni fa, però genialissima anch’essa, ecco, non so perché, dicevo, ma questo Giro sta sollevando un’enorme attesa e una rinnovata curiosità. Non credo di essere l’unico a notarlo: da anni non succedeva di incontrare tanta gente così interessata al prossimo evento. Io ho una mia idea: oltre al fatto di Basso e Armstrong, oltre al fatto del Centenario, mi sembra evidente che la gente cominci inconsciamente a considerarlo il primo Giro della ricostruzione. Dopo i cataclismi di un decennio inenarrabile.
Inutile nasconderlo: è un clima bellissimo. Sembra di respirare nuovamente un po’ d’aria fresca. Adesso spero che tutti, dai team manager fino all’ultimo massaggiatore, comprendano quanto sia importante questa lieve ri-apertura di credito. Mi auguro vivamente che non risalti fuori un Riccò o un Sella, insomma il traditore di turno, a rovinare tutto quanto. Prendiamoci almeno l’impegno: se un farabutto risalta fuori, vediamo almeno di rovinarlo per sempre. Siamo stanchissimi d’essere rovinati noi.
Accreditati al nuovo Giro tutti i significati importantissimi che si merita, credo di potermi finalmente concedere anche due parole in serenità e scioltezza sul puro aspetto sportivo di cotanto evento. Come diceva il direttore Stagi nell’ultimo editoriale, non sembra nemmeno vero: discutere di pedivelle, di salite, di tattiche. Ma da quanto non ci succedeva? Diamine, ne approfitto subito anch’io, adesso che è febbraio, già sapendo che magari in piena stagione tornerà ad essere un lusso impossibile, complice la solita frana devastatrice provocata dai soliti idioti.
Mi porto avanti, allora: approfitto di questa ora d’aria, sperando vivamente non sia l’ultima. E dico immediatamente, senza giri di parole, che questo Giro sarà bellissimo per i suonatori in cartellone, ma tremendamente brutto come spartito. Grandi musicisti saranno chiamati a suonare marcette da fanfara. Gli architetti del percorso ubriaco, con le Dolomiti nei primi giorni e l’arrivo lontano da Milano, con il Mortirolo e le altre cime del mito bellamente ignorate proprio in occasione dello storico anniversario, questi geniali creativi parlano di ricerca della novità e del cambiamento. Parlano di corsa che sa essere moderna, che imbocca strade nuove. Sono magnifici: la prossima volta provino a farla sul fondo del mare, o lungo le spiagge, o in cima ai campanili, così da dimostrare quanto nuovi e moderni sappiamo essere noi italiani.
La verità è una sola: corriamo il rischio di non capirci niente, né noi che guardiamo, né i corridori chiamati a gareggiare. Chi sa come regolarsi, con un tracciato del genere? Bisogna arrivare in forma subito, per non crollare sulle Dolomiti, correndo però il rischio di arrivare decotti sul Vesuvio finale, oppure meglio comunque arrivare all’ottanta per cento, col rischio di entrare in forma quando ormai è troppo tardi e non c’è più terreno per recuperare?
Parlando durante l’inverno con qualche tecnico amico, ho colto un’atmosfera ben chiara: nessuno sa esattamente cosa fare. Come spose illibate, arrivano alla prova della verità senza sapere bene dove mettere mano. Dovranno improvvisare. In tanta confusione, credo ci stia benissimo una mia balzana idea: scommetterei già da ora che il Giro si aprirà e si chiuderà in un solo giorno. Il giorno fatidico della cronometro lungo l’incanto delle Cinque Terre: oltre sessanta chilometri, mai vista una cosa del genere. Tu pensa che cosa può subire uno scalatore puro quel giorno, tu pensa che danni può infliggere un passistone in quel giorno. E non mi si venga a dire che non sarà una cronometro per specialisti, perché il percorso è vario e nervoso: in tutta la mia vita di osservatore, ho sempre visto le cronometro vinte dagli specialisti. Su qualunque percorso, in qualunque condizione. E sarà così anche stavolta, accetto scommesse.
Andrei avanti fino a mezzanotte: parlare nuovamente di queste cose mi restituisce il gusto del ciclismo. Ma è obbligo fermarsi qui. Adesso aspetto insulti e reazioni a stretto giro di posta (purchè firmate con nome e cognome, altrimenti lo ripeto: siete dei vermi). Nell’attesa, mi godo l’unico aspetto veramente positivo che mi sembra di poter cogliere nel Giro ubriacone. Se dio vuole, dopo tempo immemorabile, andremo tutti al Giro senza doverci raccontare per due settimane che “bisogna aspettare la terza settimana”. Caso strano, stavolta è tutto alla rovescia. L’alibi della terza settimana non esiste più. Chi aspetta la terza settimana, al Giro del Centenario, rischia di arrivare con una settimana di ritardo.
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