Editoriale

QUESTIONE DI ABUSO

di Pier Augusto Stagi

Il ciclismo come cavia, nel senso che per anni è stato - fin dagli anni Sessanta quando i controlli antidoping sono nati - studiato e indagato, inseguito e perseguito, alla fine anche dilaniato, spesso ingiustamente, se non altro perché non ha mai avuto protezioni di sorta: si è sempre andati dritto per dritto. I protetti? Il mondo del calcio, ad esempio. Non è un caso che il laboratorio dell’Acqua Acetosa sia stato chiuso per uno scandalo pallonaro: non facevano i controlli. Tenevano le ampolle di urine ad invecchiare manco fossero una Barbera o un Amarone. Poi c’è lo scandalo Balco e il recentissimo tsunami di Sinner, dove l’opinione pubblica si è subito schierata con il fuoriclasse altoatesino e i mezzi di comunicazione anche. Molti hanno gridato allo scandalo: lo proteggono! Io, in un mio vecchio intervento, scrissi immediatamente che avrei voluto vedere il nostro mondo mobilitarsi così in difesa di un nostro campione. Noi del ciclismo siamo molto più sbrigativi: lapidiamo l’atleta su pubblica piazza e amen. 
Il ciclismo ha fatto scuola, verso l’antidoping, verso la ricerca dei bari, su questo c’è una letteratura che ha fatto Cassazione. E non è un caso che da anni la scienza sia ormai molto più impegnata nell’antidoping piuttosto del contrario. L’unico esempio vero di scienza malvagia applicata al doping è il già citato caso Balco (Victor Conte, la mente di tutto questo): in quel caso avevano inventato degli ormoni simili a quelli umani e quello americano fu davvero uno dei casi più eclatanti e dolorosi nella storia dello sport. Chi dopa, da sempre, fa un conto molto banale: tiene presente la farmacocinetica. Quanto dura una sostanza nel sangue e quindi nelle urine? Questo il dilemma, per questo il ciclismo, e scusate se sono di parte, ha proposto i controlli a sorpresa, fuori competizione, per far fronte al problema. Ma non solo, ha poi proposto il limite del 50%, la tracciabilità dei tuoi movimenti (Adams) e tante altre cose: se lo sport oggi è più credibile, gran parte del merito è chiaramente del nostro sport. 
In questi giorni si è parlato molto di maschere ipossiche per la morte del biathleta norvegese Sivert Guttorm Bakken, così come dell’arenicola, un vermicello marino che trasporta più ossigeno dell’Epo, ma è più un gioco di prestigio che è un vero metodo doping, difatti la notizia risale a tre anni fa e questa storia dell’arenicola è già finita abbondantemente sotto l’arenile. Esiste, piuttosto, un’altra emergenza. O meglio, io la considero tale, non tanto perché ho la conoscenza per arrivare a tali considerazioni, ma perché ho le orecchie per ascoltare. In tutti gli ambienti sportivi è da tempo che si parla di uso e abuso di antidolorifici e antinfiammatori, sostanze eccitanti e stimolanti. È una piaga che riguarda tutto lo sport, e dico tutto: anche e persino la F.1. Se ne fa un uso spropositato. Antidolorifici e analgesici, caffeina e pseudoefedrina, che consentono di assorbire meglio la fatica e carichi di lavoro a gogo. Sia chiaro, non si tratta di prodotti vietati o inseriti nella lista antidoping della Wada (l’Agenzia Antidoping Mondiale) ma il punto è proprio questo: l’abuso.
Fino a qualche anno fa la caffeina si poteva assumere entro certe dosi, se si superava il limite massimo l’atleta era considerato positivo. Da oltre vent’anni è libera e ci sono oggi aziende di integratori che hanno in commercio prodotti che contengono fino a 180 milligrammi di caffeina. Tali abitudini e l’abuso di antidolorifici, analgesici, antinfiammatori, sostanze stimolanti ed eccitanti, stanno seguendo le leggi della gravità scendendo a categorie sempre più giovanili. Questo abuso è considerato da una bella fetta della comunità scientifica come estremamente dannoso per la salute e chi ha più conoscenze del sottoscritto ritiene che si sia arrivati a un punto di rottura: non si può più fare finta di niente. Non si può più tacere. 
Quindi, che fare? I grandi controllori, la Wada in primis, prendano atto di questa situazione e adottino le necessarie contromisure. Alcuni tipi di antidolorifici come la Codeina, un analgesico oppioide, perché devono essere assunti? A cosa serve ad un atleta? Contro l’abuso di caffeina, non sarebbe sufficiente tornare ad introdurre dei limiti? E tutte le sostanze e stimolanti contenute in moltissime bevande energizzanti vendute al supermercato? I quantitativi e la frequenza d’uso di queste sostanze sono il problema al limite della follia. Piuttosto che andare dietro al “verme” marino, perché non affrontare questa emergenza di cui non si parla, se non a bassa voce e in stanze ben protette tra gli addetti ai lavori, e non mi riferisco alla loro sterilità, ma all’omertà di chi le frequenta.

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