Oldani, il guizzo di Stefano

di Pier Augusto Stagi

«Adesso sento di avere una considerazione diversa anche all’interno della squadra, anche se devo riconoscere che loro da tempo vedevano cose che io non ero capace di vedere».
Stefano Oldani è nato per pedalare, ma anche per raccontare ciò che fa in sella alla propria bicicletta, perché è tipo che sa fare cose molto belle.
Al Giro ha scoperto una dimensione nuo­va, anche se la Alpecin Fenix che l’ha voluto con sé ha sempre avuto una grande considerazione per questo ra­gaz­zo di 24 anni, milanese di Busto Ga­rolfo, di grandi qualità. Una tappa al Giro d’Italia: un sogno.
«Io non ho mai avuto un vero e proprio idolo - ci racconta -, però quando ho corso alla Lotto Soudal sono stato in camera con Philippe Gilbert. Gran­de atleta, grande uomo, certe persone basta solo guardale per imparare qualcosa. Se mi sono ispirato a lui? Di­cia­mo che mi ha lasciato qualcosa, perché Philippe ha personalità e una storia che parla per lui. Io ho una mentalità vincente e mi piacciono i vincenti con gli occhi della tigre, come lui. Dite che un po’ potrei ricordarlo? Magari...».
Stefano è stato il secondo ad arrivare per pri­mo. Il secondo azzurro a regalare all’Italia del pedale una vittoria di tappa al Giro. Ci sono volute undici tappe e il ghiaccio l’ha rotto Alberto Dai­nese, il giorno dopo è toccato a lui fare un bellissimo bis: da Reggio Emilia a Genova.
«Se ero felice per la vittoria di Daino? (Alberto Dainese, ndr): certo che sì! È un mio amico, gli avevo fatto i complimenti e la sua impresa mi ha dato una spinta in più».
In quella giornata magica dove Stefano si cucina tutti a fuoco lento, gli chiedono anche se ha dei legami di pa­rentela con Davide Oldani, il noto e pluripremiato chef. Lui, con una grassa risata, risponde divertito: «Nessuna pa­rentela: nemmeno lo conosco. Anzi, di­ciamolo senza tanti giri di parole: sono proprio negato per la cucina. Se non fosse per Lavinia, la mia ragazza, mangerei solo cose in scatola».
La vittoria di Genova, nasce però a Na­poli. L’abbraccio di Van der Poel è preceduto da una tirata d’orecchie. Gli applausi arrivano dopo aver ricevuto qualche rimbrotto. Che dire? Lezione imparata! Cosa era successo a Napoli? L’olandese era uscito sconfitto e la Al­pecin Fenix aveva un po’ ‘strigliato’ Oldani: «Sono cose che capitano e ci stanno - racconta il milanese -. Nella tappa di Napoli io, e non solo io, avevamo un po’ dormito, lasciando da solo il nostro capitano. Nella tappa di Ge­no­va ho messo a frutto la lezione imparata. Per la serie: guai a sbagliare due vol­te. Si sapeva che il percorso da Par­ma - 204 km, la 12a tappa era pure la più lunga dell’edizione 105 - era ideale per le fughe. Sono andati 24 allo scoperto, e noi della Alpecin ne avevamo 3, Mvdp compreso: stavolta io sono stato lesto e puntuale. Rota allunga sul Gpm della Colletta, io e l’olandese Leem­reize lo riprendiamo in discesa quando mancano una cinquantina di chilometri al traguardo nel cuore di Genova. Non ci raggiungeranno più. Leemreize nell’ultimo chilometro, ten­ta il contropiede. Io sto bene, non mi faccio prendere dalla smania di strafare e resto calmo e lucido. Con Rota, che conosco bene, avevamo parlato. Gli ho detto “Ciccio, andiamo all’arrivo e non guardiamoci, giochiamocela noi”».
Primo Oldani, 2° Rota.
Stefano parla di quel giorno come di un fatto che gli è accaduto poche ore prima. Nel suo ricordare ci sono passione ed emozione per una vittoria che gli ha chiaramente cambiato la vita.
«Io che mi sono sempre considerato un vincente, ad un certo punto ho cominciato a pensare di non essere più capace di vincere. Ero circondato da dubbi. Ogni tanto facevo voli pindarici e andavo via con i pensieri per provare ad immaginare che cosa avrei provato quan­do mi sarebbe ricapitato. Si era rot­to qualcosa, ma alla fine, con un po’ di pazienza e tanto lavoro, eccomi qui. Eh già, sono ancora qua, direbbe Va­sco».
A proposito di rotto: perché l’Italia fatica a trovare un nuovo Nibali? Perché abbiamo così pochi talenti?
«Perché di talento ce n’è solo uno e si chiama Tadej Pogacar. Poi ci sono grandi campioni, ma anche questi sono pochissimi. Se ci lamentiamo noi, cosa dovrebbe dire la Francia che non vince il Tour da una vita? Se io ho fatto una buo­na gavetta? Direi di sì. Ho fatto due anni da Under 23 con la Colpack, poi sono approdato alla Polartec Ko­meta, che era una Continental spagnola ma anche molto italiana. Ivan Basso mi ha aiutato tantissimo: quando ho vinto è stato tra i primi a telefonarmi per farmi i complimenti: queste sono soddisfazioni».
Parla chiaro Stefano, parla sciolto, sia in italiano che in inglese, cavandosela discretamente anche in spagnolo. Al Giro, dopo il successo di Genova, ha rac­contato dei suoi duri allenamenti in altura, in cima all’Etna, dove è stato da solo «perché il resto del team è andato in hotel in Spagna con le camere ipobariche (simulano l’altura a livello del ma­re, ndr) ma per l’Italia è doping.
«Lo ribadisco: non è giusto. O tutti o nessuno - dice -. È una questione vecchia che nessuno vuole affrontare. In­vece più del 90% del gruppo le fa, noi siamo svantaggiati».
Svantaggiati anche ad andare in bicicletta, per via del traffico.
«Milano è una giungla. E poi spesso mi dovevo allenare solo, e quando devi fare sette ore in vista della Sanremo… Ora sto nel Canton Ticino, e c’è più ri­spetto. Troppo spesso siamo considerati i disturbatori della strada, dei rompiballe. Forse anche per questo il ciclismo non è molto in voga».
È sempre in voga, nel senso che resta in cima ai suoi pensieri, la corsa dei sogni.
«La Sanremo. È quella che mi piace di più e forse la più adatta a me. Mia zia ha casa lì, e io ho fatto le vacanze a volte a Diano Marina».
Il piccolo Oldani ha cominciato ad an­dare in bici dietro a papà Andrea e al fratello Matteo: è nato nel 1998, l’anno magico del ciclismo italiano (doppietta Giro-Tour di Pantani) e di Pogacar. La fidanzata Lavinia è figlia di un organizzatore di gare giovanili in Toscana: è aretina come Daniele Bennati, il c.t. azzurro.
«Prima mi allenavo spesso da solo - racconta Stefano che ha un diploma di grafico pubblicitario -, adesso che vivo vicino a Coldrerio, nel Canton Ticino, trovo tanti “colleghi” come Nizzolo, Cataldo, Ballerini. Ho tanti amici in gruppo, mi piace fare gruppetto. Tanto è vero che mi è capitato di staccarmi apposta per scambiare due parole con qualche amico. La competizione è bel­la, ma avere in gruppo amici ancora di più. Se si perde il gusto della vittoria? Assolutamente no, tra amici le sfide sono ancora più sentite. Se vinci sei fe­lice il doppio, se perdi e vince un amico, la sconfitta ha un sapore diverso, è meno amara».

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