Nibali: «Pronti a ripartire»

di Pier Augusto Stagi

Vincenzo Nibali al tempo del coronavirus, al tempo di una stagione da ridisegnare e non è poco per un atleta non più giovanissimo. Vin­cenzo Nibali a casa sua, nel cuore del Canton Ticino, da­vanti al computer, collegato via facebook per rispondere in diretta alle domande che gli vengono poste. Vincenzo Nibali di­sponibile a parlare di tutto, partendo naturalmente dal Covid-19, diventato - nostro malgrado - argomento principe della nostra quotidianità.
Come affrontate l’emergenza in casa Trek Segafredo?
«L’emergenza coronavirus la stiamo affontando con tutte le indicazioni che ci fornisce il nostro staff medico coordinato dal responsabile dot­tor Nino Daniele. Io sono in stretto contatto anche con il dottor Emilio Magni che mi segue da tanti anni. E poi ci sono i consigli che in questi giorni tutti abbiamo imparato a seguire».
La preparazione come procede?
«Ovviamente non ci sono programmazioni definite, sono in contatto con Paolo Slongo, ci sentiamo e ci confrontiamo ma non possiamo fare più di tanto. Esco in bici, quin in Ti­ci­no possiamo farlo, ma preferisco la mountain bike, facendo un paio d’ore molto intense e andando naturalmente a passo d’uomo in discesa per evitare cadute».
Con quali motivazioni ti alleni senza ve­dere la fine del tunnel?
«In questo momento gli allenamenti so­no blandi per me come per tutti i miei amici e colleghi delle due ruote. Tutti ci facciamo la stessa domanda, a tutti noi sembra di allenarci senza sen­so, ma è il nostro mestiere e lo facciamo confidando che al più presto si pos­sa tornare alla normalità».
Tu e Rachele come avete spiegato a Emma l’emergenza? 
«Le abbiamo spiegato tutto. Emma sa che si sta a casa, che non si deve uscire. Ha capito lei..., possiamo capirlo tut­ti». E la piccola Emma, seduta sul divano vicino a papà conferma: «C’è il vi­rus, state a casa».
Ma se restingessero le disposizioni anche in Svizzera?
«Cambierebbe molto, è ovvio, sopratutto nella gestione della giornata. I punti importanti sono non mangiare troppo, limitare l’assunzione di calorie e zuccheri e poi ci sono tanti tutorial sul web che ci possono dare consigli per tenerci in movimento a tutti i livelli».
Che mondo ti aspetto di trovare dopo questa emergenza?
«In vita mia non ho mai vissuto mo­men­ti come questi, io credo che questa emergenza ci cambierà in senso buono: la scoperta dello smart working per esempio mi sembra molto importante per ridurre sensibilmente traffico e in­quinamento. Questa esperienza ci insegna che la qualità della vita può migliorare, l’aria è più pulita, l’acqua di Ve­ne­zia è tornata trasparente... e possiamo tutti fare qualcosa in questo senso».
Quando hai pensato che non fosse una semplice influenza?
«Subito. Ricordo che eravamo in ritiro a Tenerife e ne abbiamo parlato con Cic­cone e gli altri compagni, allora il problema sembrava solo della Cina ma era facile capire che non sarebbe stato un affare solo loro».
Un pensiero in questo momento?
«Per le vittime. Penso che il dolore di non poter salutare chi ci lascia per sempre è davvero straziante. Possiamo so­lo restare uniti, seguire le indicazioni e lottare tutti insieme».
Un messaggio per gli italiani?
«Non è facile mandare un messaggio agli italiani, ma come ho detto ai miei amici, dobbiamo approfittare di questo periodo per goderci la nostra famiglia. Vivere delle giornate diverse e riscoprire tante cose che di solito trascuriamo».
Con il senno di poi avresti mai corso la Pa­rigi-Nizza?
«Quando siamo andati alla corsa il problema del coronavirus era contenuto, dopo la prima tappa l’organizzazione ha ulteriormente inasprito le regole: la corsa era completamente blindata, quello mi preoccupava erano in realtà gli spostamenti e i viaggi. Sono tornato da Nizza in auto ed è stato im­pressionante vedere dall’alto dell’autostrada i paesi vuoti e le strade deserte della Liguria».
Cosa pensi del fatto che in alcuni Paesi ci si possa allenare, almeno al momento in cui realizziamo questa chiacchierata, e in altri no?
«In realtà la mia opinione è che i primi da fermare erano i mezzi di trasporto pubblici e non le bici, perché quelli so­no luoghi affollati e di contagio. Cer­­to, so bene che con gli ospedali pieni il rischio caduta finisce per ag­gra­vare la situazone, ma è difficile mettere d’accordo tutti i Paesi».
Calcio e basket NBA, per citare due esempi, stanno discutendo di tagli agli stipendi. Temi che accada anche nel ciclismo?
«La ripartenza sarà difficile per tutti e ci sta che si possa parlare di taglio degli stipendi, ma questo riguarderà tutti e non solo gli sportivi. Il nostro sport in particolare, che poggia solo sugli sponsor, potrà andare incontro a qualche problema. Ma se teniamo du­ro tutti insieme, ce la faremo».
Il 2020 era una stagione importante...
«Confesso che sono rimasto senza pa­role quando è scoppiato il caso: avevo iniziato da poco a correre, sentivo che la condizione cresceva e stavo bene, ho finito quarto la Parigi-Nizza e se non avessi avuto il calo nella crono avrei potuto salire sul podio. La preparazione per il Giro procedeva regolarmente, penso anche ai miei compagni della Trek Segafredo che stavano preparando le classiche».
Come vedi una partenza del Giro dalla Sicilia, dopo la rinuncia dell'Ungheria?
«Mi piacerebbe molto, so che c’è qualcosa che bolle in pentola anche per il 2021, ma in questo momento è davvero impossibile avere certezze. Il calendario è tutto da riscrivere, so che che gli organizzatori si stanno muovendo per cercare di darci delle date, ma non è facile per nessuno. Ci saranno delle inevitabili sovrapposizioni, ma in questo momento non c’è nulla di più».
Le Olimpiadi rinviate?
«Il CIO ha fatto la scelta giusta. Il mon­do deve combattere l’emergenza, lo sport può aspettare. Tokyo 2020 era forse il più importante obiettivo della mia stagione, ma lo slittamento non cambierà le mie aspirazioni. Lavorerò duro per arrivare prontissimo al nuovo appuntamento. 35 anni sono troppi per questi obiettivi? Non credo...».
Cosa pensi della possibilità di correre un Giro più corto?
«Non sarebbe un Giro, ma un mezzo Giro. I tre grandi giri devono restare tutti della stessa durata, le tre settimane sono nel loro DNA. Capisco che pos­sa essere una soluzione per salvare l’appuntamento, ma non mi piacerebbe proprio».

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