PROFESSIONISTI | 30/10/2015 | 07:39 L’uomo che coccola i muscoli e l’anima di Fabio Aru è Umberto Inselvini. Dopo aver lavorato al fianco di tanti campioni (è nel professionismo dal 1985: ha iniziato con la Malvor Bottecchia di Zandegù, poi è passato per una stagione alla Bianchi di Argentin, ha militato otto anni alla Carrera ai tempi di Chiappucci e Pantani, per proseguire alla Riso Scotti, alla Fassa Bortolo per altri quattro anni, alla Saeco nel 2004 quando Cunego vinse il Giro, per finire alla Lampre dalla stagione successiva e dal 2013 è in Astana, ndr), il 57enne di Concesio (BS) si è conquistato la fiducia del promettente sardo che ha guadagnato la ribalta internazionale vincendo la Vuelta a España. Non deve stupirci quindi se tra coloro che a Madrid lo hanno ammirato in maglia rossa da sotto il podio era tra i più emozionati.
«In quel momento piangevamo tutti ed è bello così, non c’è da vergognarsene. Anzi se uno fa emozionare in questo modo significa che ha trasmesso qualcosa che va al di là della vittoria di una gara in bici».
Come è andata la festa? «Bene, ci siamo riuniti tutti in un bel ristorante di Madrid. Corridori, tecnici, personale, grandi capi, sponsor e parenti stretti. Abbiamo fatto un bel brindisi e ripercorso le tre settimane vissute insieme. Fabio ha ringraziato tutta la squadra. Ha un carattere forte, è esigente in primis con se stesso, ma riconosce l’impegno di tutti, è gratificante essere al suo fianco. Quando vince qualcuno della tua squadra sei sempre contento, ma quando condividi tutto il percorso di avvicinamento, i successi hanno un altro significato. Per me veder trionfare Fabio è stata un’emozione doppia perché ho vissuto con lui l’avvicinamento prima al Giro e poi alla Vuelta, ogni ritiro dal Teide al Sestriere e ogni corsa».
Torniamo a quelle tre settimane spagnole: come le ha vissute? «Quando c’era Dumoulin in testa alla classifica, Fabio voleva fare di tutto per recuperare quei 3” e mettere la maglia. Le ultime tre tappe sono state davvero intense perché erano le ultime possibilità che ci rimanevano per ribaltare le carte in tavola. Nell’ultima vera frazione ha messo tutto se stesso e l’avete visto. Il giorno successivo non aveva ancora realizzato quello che aveva fatto, ora a freddo sì. Non ci siamo detti chissaché dopo il traguardo, sappiamo entrambi quello che tutta la squadra ha fatto per ottenere questa vittoria, è bastato guardarci negli occhi per capire di avercela fatta».
Fabio ha mai pensato di aver perso la Vuelta? «Ormai un po’ dovreste conoscerlo, non è uno che molla. Dumoulin si è rivelato un rivale forte e inaspettato ma mai abbiamo pensato che la corsa fosse persa. I rivali che prima del via ci si aspettava dovesse battere, penso a Froome, Valverde, Quintana, Majka e Rodriguez, dopo la cronometro erano tutti dietro, l’olandese andava forte ma Fabio era sereno perché sapeva di aver preparato al meglio l’appuntamento. Dopo la prova contro le lancette era molto soddisfatto della sua prestazione e pensava solo a vincere. Il secondo posto non sarebbe stato da buttare, l’avrebbe anche accettato se qualcuno si fosse dimostrato superiore a lui, ma non ha voluto lasciare nulla di intentato. L’avrebbe accettato ma il secondo posto in fondo non gli bastava».
Com’è Fabio sul lettino? «Come è nel resto della giornata (sorride, ndr). È un ragazzo molto educato. Al giorno d’oggi trovare un giovane che chiede sempre permesso, per favore, scusa, grazie non è così comune. Lo apprezzo molto in questo senso perché sono come lui, faccio attenzione a queste piccole cose. È molto rispettoso del mio lavoro, se deve fare una chiamata mi chiede il permesso. Dà un occhio ai messaggi che riceve sul cellulare, si rilassa, non ha abitudini particolari. Poi sai, vanno anche capiti i momenti: c’è la volta in cui puoi parlare, altre volte devi ascoltare, dipende. Non c’è una routine fissa, il massaggio cambia in base a quanto è stanco o concentrato. La cosa che mi ha sorpreso di più è la tranquillità con cui ha affrontato la cronometro: tutti noi eravamo più tesi di lui perché sapevamo che quel giorno poteva decidere la Vuelta, mentre lui era sereno perché consapevole di aver fatto il massimo per arrivare al top alla sfida decisiva. Dopo la caduta era nervoso perché aveva perso altri 3” da Tom, che aveva dimostrato di essere davvero forte. C’era ancora da lottare, le ferite riportate erano discretamente importanti, aveva preso una brutta botta alla cresta iliaca, era abbastanza gonfio, ma io, l’osteopata e l’agopuntore lo abbiamo trattato per limitare i danni e il giorno dopo, nonostante le ferite, si è visto cosa è stato in grado di fare».
Come funziona il rito del massaggio? «Oltre a manipolare le gambe bisogna cercare di capire la persona che si ha di fronte per creare la giusta sintonia. La tocchi quindi ci entri in contatto e devi fare in modo che il ragazzo che stai massaggiando sia a suo agio. A fare i massaggi siamo bravi tutti, quello che fa la differenza per un massaggiatore è come il corridore si trova con te rispetto ad altri. Io credo molto nel rapporto che si crea tra atleta e massaggiatore, per questo cerco di capire se uno ha voglia di parlare, oppure preferisce ascoltare la musica o dormire. Nel nostro lavoro dobbiamo adeguarci all’atleta e a volte fargli un po’ da psicologo, se mi permettete la qualifica».
Quando è sul lettino, Fabio ha richieste particolari? «Si trova bene con l’Indiba (più conosciuta con il nome commerciale di Tecar, ndr) quindi lo massaggio spesso con questa macchina. Per il resto non ha pretese o necessità sorprendenti. È un ragazzo molto convinto, attento, curioso. Svolge il suo lavoro seriamente, ci mette sempre il massimo impegno, non fa nulla per caso. Per farvi un altro esempio, della crono del Giro e della Vuelta di quest’anno sono certo l’anno prossimo si ricorderà perfettamente i materiali che ha usato, la posizione adottata, i distacchi ricevuti e inflitti agli avversari. Come ho detto, non fa niente fine a se stesso: è uno che ascolta e impara in fretta».
Quando vi siete conosciuti? «L’ho visto per la prima volta in assoluto a Livigno nel 2011. Io ero in ritiro con Cunego e Ballan all’Hotel Valtellina e Fabio era nel nostro stesso albergo da solo. Era appena passato professionista all’Astana e mi era sembrato un po’ chiuso perché stava sulle sue, probabilmente aveva un po’ di soggezione verso i corridori più affermati che si trovava vicino. In quell’occasione non ci parlammo nemmeno, quindi la mia è stata una prima impressione proprio superficiale. Allora non sapevo nemmeno che abitassimo vicini, entrambi nella Bergamasca, perché non ci eravamo mai incontrati prima. Abbiamo iniziato a lavorare assieme a tutti gli effetti nel 2013».
Da allora come è cambiato? «È cresciuto perché ha voluto crescere, ha imparato a conoscersi, ha sempre cercato di migliorarsi. Per esempio ha “limato” sull’alimentazione, capendo cosa poteva mangiare e cosa gli dava fastidio e fatto tutto il possibile per presentarsi nelle condizioni migliori all’appuntamento. Dà il massimo per essere all’altezza di quello che lui vuole fare e si applica molto per questo. Nonostante sia professionista da soli tre anni vanta un’esperienza che alcuni corridori non raggiungono in un’intera carriera. Le pressioni attorno a lui sono ovviamente aumentate, questo è il primo anno che non solo è leader di una squadra ma anche di una corsa a tappe. Può non essere semplice per un venticinquenne, ma lui è maturo e sa gestire le responsabilità».
Sei nel ciclismo da una vita: cosa si prova a vedere un giovane spiccare il volo? «L’anno scorso ho vissuto il Tour di Nibali e ancor prima il suo Giro, c’ero quando Cunego ha vestito la maglia rosa e in tante altre corse importanti ma questa Vuelta ha un sapore speciale perché, come ho detto, ho vissuto non solo queste tre settimane al fianco di Fabio ma anche tutto “il prima”. Non sono stato lontano da casa solo un mese, non ho semplicemente vissuto le sveglie e gli oltre 3.000 km di trasferimenti, vederlo vincere è stata un’emozione speciale perché di Fabio conosco le aspettative, i valori, le emozioni e io non riesco a nascondere le mie. Fabio con la conquista della maglia rossa non ha “solo” vinto una gara in bici, ha fatto molto di più».
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