MARIANNE VOS. «Never give up»

DONNE | 05/10/2014 | 08:52
È la numero 1. Prima, sempre prima, fortissimamente pri­ma. Marianne Vos è indiscutibilmente la ciclista più forte del momento e per molti la più grande di tutti i tempi. Potente, elegante, tenace, professionale, persino gentile e simpatica. In gara non lascia niente a nessuno, vince le prove di un giorno e quelle a tappe, in salita e in discesa, in volata e a cronometro, in solitaria e in gruppo.
La fuoriclasse olandese, che a 27 anni vanta un palmares incredibile in cui spiccano successi di ogni grado e in ogni disciplina, lo ha dimostrato al re­cente Giro d’Italia femminile, in cui ha dominato 4 tappe su 10 e stravinto la classifica generale con la sua Rabo­bank che ha portato a casa anche la clas­sifica a squadre, a punti (sempre con la Vos) e delle giovani (grazie alla francesina Pauline Ferrand Prevot, seconda nella generale davanti all’altra compagna An­na van der Breggen).
Neanche il tempo di festeggiare la ma­glia rosa in cima al Ghisallo, che il giorno dopo la chiusura della 25a edizione del Giro Rosa la campionessa olimpica e iridata in carica era già in Francia con un nuovo chiaro obiettivo: far sua an­che la prima edizione de La Course by Le Tour de France sui Campi Elisi. Obiet­tivo centrato con apparente facilità: volata regale davanti alla connazionale Kirsten Wild (Liv Giant) e alla canadese Leah Kirchmann (Optum p/b Kelly Benefit Strategies). D’altronde non poteva che essere lei la vincitrice della prima edizione di una corsa che è già nella storia del ciclismo color rosa.
Questo mese Marianne ha nel mirino l’ennesimo titolo iridato: a Ponferrada potrebbe conquistare la tredicesima ma­glia iridata in carriera, la quarta su strada. Insaziabile? Forse sì, ma non chiamatela “cannibale”.

Marianne, vincere sembra più forte di te.
«No, le giornate storte capitano anche a me (sorride, ndr). So che mi chiamano “cannibale” ma non mi piace molto co­me soprannome perché non credo di es­sere egoista e di non lasciare mai spazio alle avversarie. Essere paragonata per la fame agonistica a un grande co­me Eddy Merckx non è male ed è vero che non partecipo mai a una gara solo per allenarmi. Quando attacco il numero alla schiena do il massimo e voglio giocarmela fino in fondo. Sono competitiva per natura, mi piace vincere, sono fatta così, ma le mie avversarie mi conoscono e sanno che non rubo nulla a nessuno. Sono un’atleta corretta e rispettosa».

Cosa ha significato per te conquistare la terza maglia rosa in carriera?
«Una grande emozione. Il Giro d’Italia per noi donne equivale al Tour de Fran­ce per un uomo: vincerlo vuol dire ag­giudicarsi la corsa a tappe più importante al mondo. Ho sofferto il penultimo giorno sulla salita di San Domenico di Varzo, ma con le mie compagne non abbiamo sbagliato un colpo. Tutta la squadra è arrivata al Giro Rosa in for­ma, sapevamo che cosa fare e sapevamo soprattutto per che cosa lottare: la ma­glia rosa. Avevamo tre atlete per quest’obiettivo, la migliore delle tre - non importava chi fosse - avrebbe avuto l’appoggio delle altre. E così è stato. Fino alla fine».

Cosa ti sei portata a casa dall’Italia?
«Amo il vostro paese. La gente e l’atmosfera che si respira da voi non han­no eguali. Con il Giro attraversiamo splen­didi paesini e affrontiamo salite fantastiche alle quali una che arriva da una terra completamente pianeggiante come me non è abituata. Inoltre, da quando ho vestito la maglia rosa ho visto quanto i tifosi italiani siano pazzi per questa cor­sa, dal primo momento in cui l’ho indossata mi sono sentita urlare “Evviva la maglia rosa, dai Vos” ed è stato incredibile, ho sentito una carica straordinaria».

Come d’abitudine in giro per l’Italia, oltre che dalle tue compagne, sei stata scortata dalla tua famiglia.
«Il lavoro della squadra è stato fondamentale, da fuori sembra che abbiamo vinto con facilità ma vi assicuro che non è così. Papà Henk, che fino a qualche anno fa era anche meccanico della squadra, mamma Conny, mio fratello Anton, sempre con la macchina fotografica in mano, e anche il nostro gatto Sjekkie hanno disputato il Giro d’Italia in camper come ogni anno. Mi sono sempre vicini e, con la scusa della cor­sa, hanno approfittato di qualche giorno di vacanza nel Bel Paese».

Quando hai iniziato a pedalare?
«Papà e Anton correvano, all’età di 5 anni ho iniziato a scalpitare perché vo­levo provare anche io. A 6 anni ho avu­to la mia prima bici: verde, piccolissima, con la sella completamente ab­bassata. La conservo ancora. La prima vera gara? A 8 anni, l’età da cui in Olan­da si può gareggiare. Sarete sorpresi ma non vinsi (ride, ndr). Finii quinta e non mi piacque, così per il resto dell’anno mi impegnai per arrivare prima».

Hai praticato altri sport?
«Da piccola ginnastica artistica e pattinaggio su ghiaccio, velocità e in linea. Oggi seguo e pratico per quanto possibile tutti gli sport, anche se passando tante ore in bici è difficile poter dedicare del tempo ad altro. Durante il Giro, per esempio, ho avuto giusto il tempo di guardare alla tv qualche partita dei mondiali di calcio e i riassunti delle tappe del Tour de France. Che gamba Ni­bali, che peccato per Froome e Con­tador...».

Che musica ascolti?
«Pop e rock soprattutto, ma prima del­le gare per caricarsi vanno bene anche un po’ di dance e hard rock».

Il tuo piatto preferito?
«Adoro la cucina italiana, la pasta in particolare».

Il tuo motto?

«Never give up! Mai mollare! Quando sto faticando e credo di non poter an­dare oltre nello sforzo, penso che an­che le altre ragazze stanno soffrendo e mi ripeto di resistere ancora un po’».

Se non fossi diventata una campionessa, saresti…?
«Un dottore. Diciamo che volevo fare il medico, invece mi sono ritrovata ad essere ciclista. Al termine delle superiori mi sono iscritta all’università, fa­col­tà di Scienze Biomediche, ma dopo un anno ho lasciato i libri per la bici».

A parte pedalare, come ti piace trascorrere il tempo?
«Mi piace molto viaggiare, anche per questo motivo amo il mio lavoro, che mi permette di visitare paesi nuovi e conoscere persone interessanti di culture diverse. Per rilassarmi leggo, so­prattutto thriller. Questo genere di lettura mi piace perché è accattivante e allo stesso tempo leggero».

Hai un idolo?
«Sinceramente no. Ammiro molto la grande determinazione che vedo nei campioni e nelle persone affermate, ma non mi ispiro a nessuno».

Sei sempre disponibile con tifosi e addetti ai lavori, molto più di tue colleghe che hanno vinto decisamente meno di te.

«Sai, da piccola andavo alle corse con il block notes in mano per raccogliere gli autografi dei campioni, tutti gli anni an­davo al Tour con la speranza che gli atle­ti mi concedessero almeno un se­condo per una foto, quindi oggi come potrei essere scortese con chi viene a vedere una gara a cui partecipo? Non è sempre facile dedicare del tempo ai fans, ma se vengono lì per te e per condividere con te una grande passione, come si fa a non essere gentili? Nel mio piccolo cerco di lasciare loro un bel ricordo del ciclismo».

A una bambina che si avvicina oggi alle due ruote che consiglio daresti?

«Di divertirsi, di sfruttare la bici per conoscere il mondo e stringere amicizie che valgono. Le direi perché ho scelto io il ciclismo: è lo sport più duro che conosco, ma è l’unico che riesce a regalarti emozioni così for­ti. Il fair play che c’è tra i corridori è ciò che più mi piace in questo sport ed è il motivo per cui lo consiglierei. Non si guadagna col ciclismo femminile? Non è una questione di sol­di, io non ho iniziato per quello. L’unico consiglio che posso dare a una giovane ciclista è: goditela!».

Hai vinto praticamente tutto, qual è il successo che porti nel cuore più degli altri?
«L’Olimpiade di Londra. Vincere ai Giochi nella prova in linea è il massimo che potevo desiderare, il successo più importante che potevo conquistare. Ri­cordo con grande piacere anche il titolo mondiale vinto due anni fa in casa e l’ultimo in Toscana, l’oro nella corsa a punti alle Olimpiadi di Beijing 2008, il Giro d’Italia 2011 e 2012. La prima volta che ho vinto la corsa rosa è stato super perché prima pensavo di essere un’atleta da classiche, adatta alle corse di un giorno, mi sono stupita di me stessa. Confermarsi non è mai facile, soprattutto da favorita. Detto questo io amo il ciclismo, nel senso che amo praticarlo quindi non sogno una corsa nello specifico: non è retorica, ma la cosa davvero importante non è quante gare vinci ma avere una vita serena e felice. Io sono una ragazza fortunata, non solo per quanto ottengo in sella».

Vincere sugli Champs-Élysées non deve essere stato male...
«Per niente (ride, ndr). Tagliare la li­nea del traguardo per prima a Parigi è stato incredibile. La Course by Le Tour de France è stata un momento indimenticabile di questa stagione. Ci tenevo molto a far bene in questa corsa organizzata dalla ASO perché ritengo sia un passo importante per il ciclismo femminile, che ha bisogno di eventi come questo per la visibilità mondiale che offrono a noi atlete, alle nostre squadre e ai nostri sponsor. Spero la nostra corsa abbia ispirato molte don­ne a usare la bici. Anche la Ride Lon­don (dove è stata battuta da Giorgia Bronzini, ndr) è stata una bella manifestazione per il movimento in generale. Un ultimo grande impegno per me e per tutte le cicliste ora è rappresentato dal mondiale di Ponferrada. A cosa miro? Dai che lo sapete...».

Sei abituata a battere le altre. Riesci anche a battere te stessa?
«Per battere le altre devo misurarmi con me stessa. Fisicamente e mentalmente. Nella concentrazione e nella mo­tivazione. La concorrenza, delle a­v­versarie ma anche nella mia squadra, si fa sempre più forte e c’è sempre una nuova gara da vincere, una sfida per cui lottare, un traguardo da raggiungere. L’importante, come detto, è non mollare mai. Never give up».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di settembre
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