DA TUTTOBICI. ROBERTI: NULLA E' CAMBIATO

| 29/12/2012 | 09:43
Tutto nasce qui, o quasi tutto. È dal 2010 che il pm Be­nedetto Roberti sta lavorando alacremente per contrastare la piaga del doping nello sport e nel ciclismo in particolare. Ha scoperchiato aspetti fino a poco tempo fa sconosciuti e per certi versi anche sconcertanti: conti svizzeri, finti contratti d’im­magine, assistenza completa in caso di positività, pagamenti estero su estero che coinvolgerebbero anche diverse squadre, triangolazioni con il Prin­cipa­to di Monaco e la Svizzera. Insomma, un giro d’affari quantificabile in non meno di 30 milioni di euro.
L’inchiesta sta per essere chiusa (un mese, due, non di più), e di questo ne vuo­le parlare il meno possibile. Sorride e si scusa Benedetto Roberti, che ab­bia­mo incontrato a metà novembre nel suo ufficio della Procura di Padova. È quasi imbarazzato uno dei magistrati più conosciuti d’Italia, sicuramente il più conosciuto dal mondo dello sport, che  ha accettato di parlare con noi del­la situazione doping nel ciclismo. Non se la sente però di entrare nel me­rito dell’inchiesta che è alle battute conclusive. «Fin quando non ho messo il punto su tutto questo immane lavoro, non posso dire niente, penso mi possa capire…».
Capisco e si capisce anche che secondo il pm di Padova, il famigerato preparatore «Mito» Michele Ferrari, avrebbe ideato «un’associazione a delinquere finalizzata al contrabbando, commercio, somministrazione e assunzione di sostanze dopanti, evasione fiscale e ri­ciclaggio», come da più parti scritto.
Roberti in questi anni ha cercato con impegno, determinazione e certosina assiduità chi commerciava e somministrava doping, ma si è trovato di fronte anche a varianti sul tema, come l’i­po­te­si di frode sportiva (vedi vicenda Vino­kourov e Kolobnev, ndr). Per il pm la frode è provata da email sequestrate e da due bonifici effettuati dal corridore kazako, 100 mila euro il 12 luglio e 50 mila euro il 28 dicembre. Il tutto per assicurarsi la Liegi-Bastogne-Liegi.
Armstrong-Ferrari-Roberti: è sicuramente questo l’asse sul quale poggia l’in­chiesta antidoping più importante e sconvolgente della storia dello sport. Mi­gliaia di pagine dattiloscritte, documenti, verbali e intercettazioni telefoniche e ambientali, rogatorie internazionali: dalla Svizzera al Principato di Mo­naco, passando per la Spagna. Bene­detto Roberti è il magistrato di Padova che da un paio di anni si occupa del fe­no­meno doping targato Michele Fer­rari, il «dottor Mito», il «Testa Rossa» o lo «Schumacher» che dir si voglia, il preparatore più famoso dello sport, in­chiodato in primo grado ma poi assolto in appello nel 2006 per il processo do­ping di Bologna.
Seguendo proprio la pista Ferrari, Ro­berti si è trovato davanti a degli elementi che hanno portato, di fatto, all’apertura dell’inchiesta americana della Usada contro il sette volte vincitore del Tour, ma alla fine ha trovato tanto e molto di più.
Ma chi è Benedetto Roberti, l’uomo più inviso e idolatrato del momento?
«Ho lavorato per oltre venti anni al Tri­bunale Militare di Padova - ci racconta con quella sua parlata fluida e ficcante, dal forte accento veneto -. Poi, con la finanziaria Prodi del 2008, è stata prevista la riduzione delle sedi e degli organici della magistratura militare con facoltà per i magistrati militari di optare per la magistratura ordinaria. Così ho scelto di cambiare e da allora mi occupo un po’ di tutto».
Ci dica qualcosa di più personale?
«Crede che possa essere d’in­teres­se?...».
Credo proprio di sì.
«Sono nato nel ’58 a Marostica, provincia di Vicenza. Ho fatto il classico e poi giurisprudenza e tutta la trafila per di­ventare magistrato. Da Marostica mi sono trasferito nel ’92 a Bassano del Grappa, e ora abito a Cittadella con mia moglie Paola e i miei tre figli: Ca­terina 17 anni, che frequenta il pe­nultimo anno delle superiori, Costanza, che fa la prima media e Giuseppe, il più piccino che è in quinta elementare e gioca a calcio nei pulcini del Citta­del­la. Io sono appassionatissimo di calcio e di ciclismo».
È appassionato di ciclismo?
«Sì, perché, non si direbbe? A 17 anni sono stato letteralmente catturato dal fascino delle due ruote. La prima bi­cicletta me la sono comprata a Ma­ro­stica. Mai agonismo esasperato però, solo delle belle passeggiate. A 32 anni mi sono comprato anche una mountain bike e mi sono tesserato con la Cicli Antonello e ho cominciato a fare anche qualche Gran Fondo. Tanto divertimento e anche qualche incidente di percorso con tanto di frattura di una clavicola. A 34 anni sono passato al ciclismo su strada. Ho una Look e ho anche disputato qualche Gran Fondo con la maglia della Cicli Bassan di Abano Terme. Ho corso l’Alpe Adria Tour, la Pinarello, la Campagno­lo, la Pantani e la Dolomiti per ben due volte: sempre il lungo però, perché io sono un passistone. Sono alto più di 190 centimetri e non sono certamente uno scattista, ma un buon passista forte e resistente. Mi piace la salita, me la cavo in discesa».
Un corridore tutto pane e acqua…
«Certo, solo barrette e acqua. Ve lo assicuro. Quando lavoravo per la giustizia militare avevo molto più tempo a disposizione e mi allenavo moltissimo, quasi tutti i giorni. Ora faccio molta più fatica. Vado solo quando posso, nei fine settimana, e solo per puro piacere».
Cardiofrequenzimetro?
«Non lo uso. Pane acqua e sensazioni. La mia salita ideale è lo strap­po della Ro­sina, sopra Ma­ro­stica. Da quelle par­ti incontravo sempre i professionisti della zona: Pozzato, Rebellin, Moletta, To­sat­to e tanti altri…».
Facendo le Gran Fondo, quindi, avrà visto chissà quante cose che non an­davano…
«Diciamo che mi sono fatto proprio una bella cultura in materia. Loro non sapevano chi fossi e io prendevo nota di tutto, ho capito certi meccanismi. Bisogna essere ciechi per non vedere certe cose. Il mondo amatoriale è di gran lunga peggiore di quello professionistico. Sarebbe da fermare in blocco, fanno cose inaudite, con una facilità e una semplicità che fanno rabbrividire solo al pensiero. Ho visto tantissime persone che si fanno le supposte di cortisone poco prima del via, lì sulla linea di partenza,  davanti a tutti. E partecipanti che si iniettano con naturalezza sostanze di ogni tipo. Non parliamo poi delle gare sotto l’egida della consulta Udace: sarebbero tutte da chiudere. Sono pericolose e non sono nemmeno gare di ciclismo. Per­so­ne di una certa età che vanno a 60 all’ora per due ore di fila: cose che lasciano a bocca aperta. Il problema è che nel ciclismo regna la più assoluta stupidità, non l’ignoranza. E la stupidità è molto peggio dell’ignoranza. È più difficile educare, far capire. Una persona ignorante non conosce, ma ha un margine per poter colmare un vuoto, lo stupido è segnato: per sempre. E nel ciclismo di stupidi ce ne sono davvero troppi. Il Ventolin usato come se fosse Iodosan oppure una caramellina al miele. C’è un problema di sottocultura generale. Non si guarda alla salute, non ci si pone alcun problema. Anche se non si hanno delle doti, si fa di tutto per poter arrivare prima dell’amico. Mi creda è una cosa aberrante».
Lei entra nella magistratura ordinaria nel 2008: quando si trova ad indagare per la prima volta sul doping nel ciclismo?
«Mi è stata assegnata l’inchiesta che vedeva indagato il pa­pà di Andrea Mo­letta, al quale erano state trovare delle fiale di Lutrelef (un or­mone femminile, ndr). Mi arriva sul tavolo quel fascicolo e comincio a lavorare. In quell’indagine arrivo anche ad intercettare un fa­moso medico, En­rico Lazzaro, condannato per fatti di do­ping nel 2001, che però successivamente è stato assolto in secondo grado dal giudice monocratico di Este».
Come mai è stato assolto?
«Non condivido le argomentazioni. Non ha ritenuto le prove sufficienti».
Poi si è occupato della positività di Ema­nuele Sella…
«Esattamente. Grazie a quell’indagine sono riuscito a vedere da dove proveniva quella famosa Cera della Roche, che era al tempo l’eritropoietina del mo­mento. Era di facile utilizzo e senza l’obbligo di temperatura controllata, quindi si poteva trasportarla senza l’ausilio dei famosi frigoriferini. E si è poi arrivati all’arresto del ser­bo Aleksan­dar Nikacevic, ex professionista della Cerchi Alessio, ct della nazionale dilettanti della Serbia. L’altro punto di riferimento di Nikacevic era Donato Giuliani, ex gregario di Gio­vanni Battaglin negli anni ’70, direttore sportivo di una formazione di giovani, la Ha­dimec Nazionale Elettronica, una squadra italo-svizzera i cui membri italiani sono entrati tutti nell’inchiesta. Tutti rei confessi e trovati in possesso di sostanze dopanti di ogni tipo, dall’epo al gh, igf1, ecc. In un interrogatorio, il buon Giu­liani si è così giustificato: “Nel ci­clismo è sempre stato così; se non vinco non arrivano i soldi degli sponsor e per vincere ci vuole il do­ping”. Giuliani è stata una figura molto importante, ci ha spiegato tutto, ci ha aperto gli occhi. Le racconto un’altra cosa, che le da una fotografia del ciclismo….».
Ci dica.
«Non le faccio il nome perché non è im­portante, ma la sua storia è emblematica. Un tossicodipendente padovano era preparatore alla Varedo Miche­lin, una formazione dilettantistica lombarda. Frequentava il SERT perché co­cainomane e a casa sua abbiamo trovato di tutto. Portava in giro una borsa ver­de nella quale teneva farmaci di ogni tipo: ormoni femminili, testosterone, Ventolin, gh e così via. Questi era un tossico, tutti lo sapevano, ma nessuno provava il minimo imbarazzo. Nel ciclismo non ci si scandalizza più di nulla. Tutto è normale, tutto è lecito. Sono anche convinto che loro si considerino più uomini degli al­tri, perché rischiano, perché sono furbi, perché osano e si fanno grandi agli oc­chi degli stolti. Lo ripeto, nel ciclismo di stolti ce ne sono troppi».
Ma secondo lei il ciclismo è tutto marcio?
«Non tutto, ma non è messo per niente bene e creda a me, non è cambiato nul­la. Non è vero che la situazione negli ultimi anni è migliorata. Non è cambiato assolutamente nulla. Abbiamo a che fare con persone senza scrupoli che si iniettano di tutto, senza nemmeno sa­pere cosa stanno facendo. Prodotti trafugati da ospedali, oppure provenienti da Paesi dell’Est senza nessuna garanzia e loro si fanno emodiluizione senza alcun problema».
Che idea si è fatto?
«Che non si può combattere il doping solo con la repressione. Il problema è cambiare le teste, fare cultura, ricreare un senso di responsabilità. In questo mondo non c’è più il senso dell’imbarazzo. Si è sfacciati, sfrontati e spietati. Ma il problema non è solo del ciclismo: è il mondo di oggi che è così. Nar­co­tiz­zato, drogato da mille sollecitazioni, an­che e soprattutto culturali. C’è gente che non sa più distinguere il bene dal male».
Cosa ha da dire a Renato Di Rocco che l’ha accusata di aver tradito i patti, di non aver collaborato con la Procura del Coni?
«Non ho mai replicato e non replico nemmeno questa volta. Ci sono delle regole procedurali da rispettare. Esiste il segreto istruttorio. Ho letto che io non avrei fiducia nel Coni: è falso. Io ho sempre collaborato con loro e continuerò a farlo».
Ma sulla vicenda Alex Schwazer, il Coni sarebbe stato scavalcato. Non sapevano nul­la, la Wada sì.
«Questo non lo so. Alla Wada sono stati trasmessi alcuni aspetti della mia indagine solo un mese fa, in quanto organo superiore della Nado e quindi sopra anche al Coni. Si tratta pertanto di una polemica infondata. Io non ho tempo di preoccuparmi di queste be­ghe da bar. Ognuno dica quello che vuole. Io ho sempre collaborato con il Coni, ma ci sono momenti in cui non posso fare certi passi. E lo stesso ho fatto per il caso Armstrong. Un mese e mezzo fa ho mandato materiale riguardante Armstrong. Attezione: alla Usada non ho inviato mai nulla. I miei interlocutori sono stati e sono l’Interpol e la Wada, organismi sovranazionali, con i qua­li collaboro da oltre due anni e che hanno a Lione un vero e proprio ufficio mondiale dell’antidoping a cui si sono rivolti poi gli investigatori americani».
Cosa bisognerebbe fare, quindi?
«Bisognerebbe controllare bene coloro i quali vanno ad insegnare ciclismo ai ragazzi. Chi ha cor­so negli anni ’80-90 e duemila sono sog­getti a ri­schio. Esem­pio: lei darebbe una squadra in mano a Mariano Piccoli? È questo il punto. È qui il problema. C’è da fare pulizia a questo livello. C’è da ripensare a nuovi dirigenti, a nuovi tecnici. Altro che ma­nifesti del ciclismo credibile o codici etici che si fan­no sempre con le stesse persone. Ci deve es­se­re veramente un salto culturale. Biso­gna rendere sconveniente il doparsi. Dobbiamo lavorare sulle famiglie. È un discorso di economia di mercato: l’ingaggio lo si ha se si portano a casa i risultati. Bi­so­gnerebbe pe­rò far capire ai ragazzi, e non solo a loro, che è molto più importante portare in giro il buon no­me del proprio sponsor anziché raccogliere vittorie farlocche. La Feder­ciclismo in questo percorso ha un ruolo fondamentale, una grande responsabilità».
Della questione ciclopoli - corse vendute e comprate - cosa ne pensa?
«Il regolamento Uci parla di lealtà sportiva all’articolo 12.1.005. I re­go­la­menti dicono che se un corridore rinuncia a fare la volata è passibile di squalifica. Lascio a voi tirare le conclusioni. Vi piace questo ciclismo? Bene! Però sappiate che esistono anche le scommesse lecite, quindi…».
Il doping è solo una questione del ciclismo?
«Il 90% del doping è nel ciclismo. È una questione culturale, ma anche di fatica. Il ciclismo è molto duro. Nel calcio, ad esempio, non è così. C’è una attrezzatura umana e di sistema migliore. Certo, qualche sospetto ce l’ho an­che nel calcio, perché vedo che ci sono calciatori che da un anno con l’altro aumentano in maniera considerevole le loro masse muscolari. Ma i club di calcio possono disporre di centri specializzati, di strutture qualificate».
Mi perdoni, ciò non toglie che se in questi grandi centri qualificati fanno ricorso a pratiche illecite, non va bene…
«Però non escono scandali…».
Beh, certo, non escono perché non le andate a cercare…
«Non è esattamente così. Ad ogni mo­do nel ciclismo esce di tutto perché le squadre non hanno strutture adeguate. Lo sa che ci sono team che hanno cor­so il Giro d’Italia senza nemmeno ave­re un medico al seguito?…».
Non lo so perché non è vero, non mi risulta che in tempi recenti ci siano state squadre professionistiche che non avessero al seguito un medico.
«A me certi corridori hanno assicurato che ci sono squadre Professional che hanno corso il Giro senza il medico al seguito. In ogni caso c’è troppa im­prov­visazione, poca professionalità. Nel ciclismo non si va dal professionista, ma dal praticone. Cacciamo tutta questa generazione di corridori falliti e di bari, diamo possibilità ai tanti ragazzi laureati in scienze motorie e forse qualcosa potrà cambiare…».
Lei sarebbe per la radiazione alla prima infrazione?
«Al primo errore c’è la sospensione della pena anche nel codice penale. E poi anche con la ra­diazione di mezzo, se­condo me, ci sarebbe sempre chi rischierebbe lo stesso».
Togliere tutti e sette i Tour ad Arm­strong dopo così tanti anni, ha senso? Non trova che sia una decisione un po’ ipocrita?
«Ci dovrebbe essere la prescrizione, dopo otto anni…. L’Uci do­vrebbe togliere la licenza a team ma­nager come Bjarne Riis, che è un reo confesso. Invece non solo non gli han­no tolto il Tour che ha vinto nel ’96, ma è lì che lavora come se niente fosse. L’Unione Ciclistica Interna­zio­nale una posizione chiara e netta dovrebbe pren­derla. E sicuramente ha le sue re­sponsabilità».
Ha mai incontrato in questi anni il presidente Renato Di Rocco?
«Mai e l’avrei anche incontrato volentieri. Mi sarebbe piaciuto dirgli che bisogna puntare su giovani tecnici ma anche su nuovi dirigenti, medici e preparatori. Certo, capisco che non è facile. I fondi sono quelli che sono e anche la lotta al doping è quella che è, ma bisogna provarci. Cosa può insegnare un corridore degli anni Novanta che ha corso nell’epoca dell’eritropoietina? Insegnare quel ciclismo, non un altro. E anche i genitori e le famiglie non so­no esenti da colpe. Famiglie che non san­no nemmeno cosa sia un’a­li­men­tazione corretta e imbottiscono i loro ragazzini di hamburger e Red Bull. Ma lo sa che questa bevanda che va tanto di moda tra i giovani è una vera bom­ba? Non è doping, questo no, ma è carica di caffeina, taurina e vitamine di ogni tipo. Sono bombe energetiche che vanno prese con intelligenza e precauzione. Invece si fa tutto con superficialità: ragazzi che non ci pensano, genitori che non ci sono. Ci sono ciclisti juniores che nel valigino hanno aghi a farfalla, flebo, siringhe pronte. Borracce contenenti Coca Cola, caffeina, contramal e teofilina. La teofilina e la caffeina combinate assieme sono altamente nocive per la salute. Le ho fatte analizzare recentemente dall’ospedale di medicina legale di Padova: i risultati mi hanno confermato la loro tossicità. I corridori che ho interrogato mi dicono sempre le stesse cose: “Ma il mio direttore sportivo dice che ha sempre fatto così... Non succede nulla... Non ti preoccupare, an­ch’io lo facevo quando correvo”».
Michele Ferrari ha anche scritto che: «Tra il 2010 e il 2011 Macchi ha raccontato a mio figlio di essere stato ripetutamente contattato a casa sua da due individui che gli chiedevano denaro per non rivelare i suoi rapporti con me, una cosa che non si poteva sapere, una cosa che proveniva da un’investiga­zione». Secondo Ferrari uno degli investigatori veneti e il consulente della Procura avrebbero utilizzato i contenuti delle intercettazioni a scopo intimidativo.
«Sono solo calunnie per gettare fumo negli occhi alle persone».
Ricapitolando, secondo il suo parere cosa bisognerebbe fa­re?
«Ci vorrebbero degli organi di polizia addestrati e preparati per la lotta al do­ping. In realtà istituzionalmente la com­petenza sarebbe dei Carabinieri del Nas, ma in realtà se andiamo a guar­dare sono pochi i sottoufficiali o gli ufficiali veramente preparati su questo argomento. Perché non basta conoscere e sapere a memoria l’elenco delle sostanze vietate, bisogna conoscere le metodologie d’assunzione, le modalità e soprattutto conoscere i personaggi. Sapere che se io trovo positivo un corridore, devo poi collegare il nome di questo atleta ad una serie di persone che vanno a costituire il suo mondo. Bi­sognerebbe creare a livello di In­terpol un vero e proprio reparto speciale dedicato a questo».
E le case farmaceutiche, loro non devono fare niente?
«Tocca un punto importante. Almeno in Italia è fondamentale che si imponga alle case farmaceutiche che producono eritropoietina di introdurre un tracciante. Lei deve sapere che i ciclisti mi hanno recentemente raccontato che ci sono delle sostanze in uso che non so­no rintracciabili all’antidoping. Una è l’eritropoietina Z della Retacrit, volgarmente chiamata ”Epo Z”: non si trova alle analisi antidoping ed è stata brevettata in Italia dalla AIFA a settembre 2010. Quest’anno hanno varato una eritropoietina cinese, che non so come si chiami, ma non si trova assolutamente e alle Olimpiadi di Londra è stata certamente regina dei Giochi. Poi c’è l’AICAr, che viene introdotto in polvere dai paesi dell’Est e sarebbe una sor­ta di doping genetico. In termini semplicistici, serve per riassettare le fibre mu­scolari dopo grossi stress: anche questo prodotto non si trova alle analisi antidoping. Quindi secondo lei la situazione è migliorata? Secondo lei lo sport e il ciclismo in particolare hanno davvero intrapreso un’altra strada? Io le dico di no e chi dice diversamente non vuole bene al vostro sport. Sappia che è ancora molto in uso, per compensare l’ematocrito elevato, l’emoglobina umana di provenienza sempre dall’Est. I corridori fanno spesso tutto da soli, si prendono questi prodotti di dubbia pro­venienza (flaconi anonimi, senza alcuna garanzia) come l’emoglobina umana appunto, e la mescolano con maltodestrine, zuccheri e acqua fisiologica... Esistono gli stregoni, ma i corridori fanno spesso tutto da soli. Per sua informazione, a tutt’oggi anche il Gh, l’ormone della crescita, non si trova».
Lei dice che non ci sono i fondi per fare un’adeguata lotta al doping, ma nel grande ciclismo l’Uci fa pagare alle squadre grandi somme di denaro per il passaporto biologico: si parla di un budget di oltre 20 milioni di euro.
«Bene, che si destinino una parte di questi proventi per combattere il do­ping nelle categorie giovanili. Al­tri­menti sa cosa succede? Si continua a far crescere una generazione di ragazzi che sanno fare ciclismo solo barando e poi si pretende che non lo facciano più da professionisti. Con l’aggravante che, molto probabilmente, anche tra i prof quei 20 milioni di euro non vengono nemmeno interamente utilizzati per fare un’efficace lotta al doping».
Per il caso Armstrong, gli americani l’han­no ringraziata per il grande lavoro svolto in questa indagine: è forse uno dei grandi italiani apprezzati negli States…
«Ho letto. Mi hanno anche detto i colleghi americani che non hanno mai vi­sto una metodologia d’indagine come la nostra. E se tiene conto che a questa indagine hanno lavorato di fatto, come polizia giudiziaria, solo tre sottoufficiali, posso dire che siamo stati davvero bravi a fare un grandissimo lavoro».
Se Torri le avesse chiesto la lista dei clienti di Michele Ferrari gliela avrebbe mai data?
«No».
Gliel’ha mai chiesta?
«No».
Quindi Pozzato, Schwazer e Macchi sono stati solo sfortunati?
«Sono uscite notizie giornalistiche non certo per volontà mia. Non vorrei che sia Ferrari che ogni tanto butta là qualcosa. Oppure uno come Pozzato, sa­pendo che eravamo sulle sue tracce ha fatto in modo che uscisse la cosa per farsi squalificare in una fase della stagione a lui conveniente. Scontata la pena, adesso e pronto per tornare a correre serenamente».  
Lei pensa davvero che Pozzato si sia fatto squalificare prima di un appuntamento importante come le Olimpiadi di Londra?
«Mah, non so, potrebbe…».
Non le sembra un tantino fantasiosa co­me interpretazione…
«Guardi, io in questi anni ho visto cose che voi nemmeno potete immaginare. E non escludo nulla. Non ci metto la mano sul fuoco, ma non trascuro niente. E di certa gente ho imparato a non fidarmi mai. Altro che poveri cocchi: i corridori sono i veri responsabili. Pri­ma corridori, poi diesse o team manager. Ma sono sempre loro. È da lì che inizia e finisce tutto. Il resto sono solo parole. Mi creda».
Vorrei tanto non crederle.

di Pier Augusto Stagi
da tuttoBICI di dicembre

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COMMENTI
condivido
29 dicembre 2012 14:40 nikko
in toto soprattutto quando gli chiedono che cosa bisognerebbe fare:......

io no....
29 dicembre 2012 16:04 limatore
un Magistrato non dovrebbe mai dire certe cose, anche se le pensa. Per me è come Torri pieno di pregiudizzi, ditemi di no.

Condivido anche io
29 dicembre 2012 17:17 padre58
Se qualcuno lavora per pulire il ciclismo e si pensa che ha dei pregiudizi, queto sport non si pulirà mai più.I suggerimenti dati andrebbero presi alla lettera.

la verità fa male
29 dicembre 2012 17:34 falco
A Roberti piace il ciclismo e lo pratica in modo pulito. Al ciclismo non piace
Roberti perchè dice la verità.Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Lei direttore
dell'intervista fatta al PM veneto.

Troppo facile...
29 dicembre 2012 19:04 Tito1
"Il 90% del doping è nel ciclismo" dice Roberti. Si, certo, crediamo tutti al Babbo Natale !!!!!! C'è una realtà nel ciclismo che conosciamo tutti ma c'è un'altra realtà : negli altri sport non ci sono controlli come nel ciclismo. Allora è facile dire che il 90 % del doping è nel ciclismo. Facciamo gli stessi controlli per tutti gli atleti poi ne riparleremo !

Condivido in pieno
29 dicembre 2012 19:14 Per89
Da buon veneto Roberti non poteva non amare il ciclismo e credo che sia una persona molto in gamba (sicuramente più di torri) e che conosce certe dinamiche che probabilmente noi appassionati non concosciamo.... Roberti non è buon visto dal nostro mondo perchè sta scoperchiando il vaso di pandora, però è anche vero che certi farmaci non sono individuati dai controlli antidoping e questo è grave... Ha ragione Roberti quando dice che bisogna cambiare la mentalità dei tecnici e dei corridori però quello che si osserva e che i corridori continuano ad andare da ds che non hanno una gran fama......

CONDIVIDO
29 dicembre 2012 19:34 sergio1958
condivido pienamente col PM ROBERTI avanti a tutta adesso bisogna controllare junior e donne under 23

.....
29 dicembre 2012 20:41 pietrogiuliani
Ho letto sulla gazzetta di oggi che Lerici e' uno dei D.S. della Lampre e sembra addirittura che non sia il primo anno, difatti e' da tempo che lavora per questa squadra in sordina. È assurdo che un personaggio così che in passato ha fatto non certo bene al ciclismo (basta leggere il libro Generazione Epo di Renzo Bardelli per averne un'idea) sia nell'organico di un team world tour. Questa e' una dimostrazione che ancora una volta siamo sulla strada sbagliata. Comunque condivido pienamente le dichiarazioni del P.M. e come ho sentito oggi da Ivano Fanini in un intervista radiofonica, anch'io credo che dovrebbe ricevere un onorificenza, così come la dovrebbero ricevere anche i NAS di Firenze e Brescia e la Guardia di Finanza di Padova per essere stati gli unici ad aver avuto il coraggio di aprire la pentola bollente che è diventato il ciclismo degli ultimi anni, cercando di ripulirlo anche se la strada e' ancora troppo lunga....

sembrerebbe tale quale
29 dicembre 2012 21:06 geom54
ai suoi ormai troppi colleghi magistrati;
questo, il loro, è un lavoro delicato fatto anche di errori che se commessi in silenzio possono essere rimediati ma, diversamente se sono errori sono rovinosi per chi li subisce e naturalmente per coloro che operano e traggono lavoro nell'ambito del ciclismo;
un consiglio da buon imprenditore darei a roberti: svolga il suo lavoro con massima discrezione è otterrà riconoscimenti senza pubblicità inutile ma deleteria per tanti

IMBARAZZANTI VERITA'
29 dicembre 2012 21:09 ewiwa
Come volevasi dimostare....... ed avrei anche potuto non leggere l'articolo.
Finchè le media ( specialmente quelle in salita) sono a questo livello il doping è inevitabile e c'è ancora chi non vuol accettare questa verità

Magistrato protagonista
29 dicembre 2012 21:13 emmemme53
A tante domande si P.A. Stagi ha risposto in modo superficiale e quando il P.M. afferma che il 90% del doping è solo nel ciclismo è un falso: Basta guardare quanto altri sport rimangono impegolati. Parlando poi del calcio dice: qualche sospetto ce l'ho............ ma i club di calcio possono disporre di centri specializzati .......... ed alla domanda: ......... in questi centri ....... risponde: però non escono scandali. (Il calcio è pieno di scandali di tutti i tipi) Domanda: non escono perché non li andate a cercare. Risposta:
non è esattamente così (risposta quanto mai evasiva) e riprende le contumelie contro il ciclismo.
Morale: Giudice nettamente parziale.

29 dicembre 2012 21:19 panyagua
Certi spunti sono interessanti e si nota che ci mette passione in quello che fa, sapendo quello che dice.
Ma dall'altra parte con discorsi del "il 90% del doping è nel ciclismo" sembrano racconti da bar, come le supposte e le siringhe alle granfondo (che sicuramente ci saranno qualcuna ma non in maniera così diffusa come racconta).

Alcune perplessità
29 dicembre 2012 22:35 ciclistas
Ho fatto decine di gran fondo partendo davanti, in mezzo e dietro al gruppo e non ho mai visto nessuno inniettarsi qualcoso o mettersi supposte; ho corso decine di gare in circuito e la media è sempre tra i 39 e i 42 km/h: certo in discesa si va a 60 o anche 70 e 80 Km/h ma in discesa, come del resto alle gran fondo. Mi sembra che Roberti si sia completamente dimenticato dell'indagine del suo collega Guariniello!
Saluti
Claudio Pagani

ANCORA
29 dicembre 2012 22:45 miguel
tutte cose che si sapevano già...cosi è la vita, non solo il ciclismo. E intanto il magistrato si fa pubblicità.

due eccezioni
30 dicembre 2012 07:23 fbandini
Condivido in toto le parole del pm con due eccezioni. Quella del 90% che francamente mi sembra ridicola e quella del doping tra gli amatori. Ho disputato oltre mille corse tra gli amatori, mille avete letto bene, e non ho mai visto quelle cose. Il doping c'è tra gli amatori e questo non voglio negarlo. Siccome anch'io sto con gli occhi aperti mi sono fatto un conto alla buona. Credo che il problema riguardi il venti per cento tra le categorie fino ai veterani e scenda al cinque per cento dai gentleman (sich!) in su. Certo chi va molto piano e rimane puntualmente staccato pensa che tutto il gruppo sia dopato. Credo che il dr. Roberti ciclista sia una di quelle schiappe...

ottimo, ma...
30 dicembre 2012 11:45 gianni
Ottimo articolo, intervista di alto valore giornalistico, ma non sono d'accordo su quel 90%: la questione doping sarebbe dunque quasi interamente ciclistica. Ed allora che cosa dire di quello che scrive Sandro Donato e di quello che disse e scrisse Carlo Petrini? Lo stesso Roberti qualche riga dopo afferma che nel calcio ci sono centri specializzati e gli scandali non escono.
Buon anno a tutti
gianni cometti

preso da facebook …..Consiglio: leggete questo articolo con attenzione. E decidete ae avete voglia e bisogno di cambiare. O se vi sentite parte
30 dicembre 2012 12:08 monti12
….”Quest’anno hanno varato una eritropoietina cinese, che non so come si chiami, ma non si trova assolutamente e alle Olimpiadi di Londra è stata certamente regina dei Giochi”….. vorrei sapere se il ciclismo ha fatto la parte della “regina dei Giochi di Londra” oppure se è l’ennesima persona a cui piace nuotare dove “l’acqua è bassa”. Ha ragione quando dice via Tutte quelle persone che hanno contribuito a scrivere le pagine sportive da fine anni 80 ad oggi… è una tristezza leggere in facebook l’ennesimo PIANTO di uno dei candidati alla presidenza Nazionale perché non presente alla festa dei 10 anni dal mondiale di Zolder….IO GUIDAVO L'AMMIRAGLIA E DIVIDEVO LA CAMERA CON IL CT "BALLERO", ERO IL DIRETTORE DELLE NAZIONALI E CAPO DELEGAZIONE. DI ROCCO NON ERA NELLA F.C.I.….. (può chiamare Mario C. per conoscere i motivi dell’invito rivolto all’attuale presidente FCI e non a Lui). E predica tanto di rinnovamento generale…….

DENTRO LE RIGHE
30 dicembre 2012 17:58 nano
Ho letto l'articolo e non mi scandalizzo: cose già dette forse riproposte con sfumature diverse. Può anche essere che qualcuno abbia "testimoniato" con molta enfasi certi accadimenti.
Il ciclismo non è il solo colpevole dicono in molti. COSI' FAN TUTTE é un film del '92 di Tinto Brass tratto dall'operetta di Mozart. Si vede che gli altri son più furbi.
Ma nessuno ha prestato attenzione a quanto é scritto nelle prime 22 righe di questo articolo? E' qui la più grave e forte affermazione che ha fatto in questo articolo il p.m. Roberti.

UN PLAUSO AL MAGISTRATO ROBERTI
31 dicembre 2013 16:08 renzobarde

Un plauso al Magistrato Roberti
L’intervista con il Magistrato Roberti è uno di quei “servizi giornalistici” che nobilitano la rivista e contraddistinguono un argomento purtroppo sempre attuale, sempre presente, sempre sottoposto all’attenzione di un mondo- QUELLO CICLISTICO- che proprio non vuole saperne di cambiare e di imboccare la via della svolta.
Il Magistrato Roberto ha dimostrato, ancora una volta, quanto sia serio, meticoloso, corretto e appassionato nel suo impegno : posso dire di essere felice di averlo già premiato al mio “Memorial Giampaolo Bardelli” due anni fa, e quasi certamente lo riproporrò all’attenzione generale in un mio prossimo libro e nel “Memorial “ 2013 del 30 maggio e 1 giugno p.v.
Come Roberti conferma, questo ciclismo Non vuole proprio saperne di cambiare, ed allora non possiamo fare a meno di chiederci : perché ?
Perché questa riluttanza al cambiamento, alla svolta indispensabile ?
La risposta è purtroppo facile : perché le figure tecniche ed operative che agiscono nel ciclismo fanno muro al cambiamento, fanno “gruppo, “massa” ed impongono la legge della conservazione e del basso ed iniquo potere.
Il doping è un businness ovvero sono tantissimi quattrini che girano tra l’estero e l’Italia, tra il mondo farmaceutico e il mondo sportivo : mestatori e smerciatori ne traggono guadagni; gli utenti –corridori, mal gestiti e mal consigliati dai loro tecnici, subiscono ed accettano…..
Nulla di nuovo, storie vecchie.
Ma chi di dovere ( le autorità sportive) continuano il loro sonno eterno. Diminuisce l’interesse popolare; è statica e pigra la stampa sportiva di settore. Non dico e non scrivo niente di nuovo : tutto di vecchio, almeno di 20 anni !
Ed allora ? L’unico appello da rivolgere non può che essere diretto alla stampa sportiva, quella stampa che conosce bene quanto sia vero e sacrosanto tutto quello che il Giudice Roberti dice e fa, ma questa stampa non conduce una CAMPAGMA DECISA CONTRI I DISONESTI PROCACCIATORI !
Mi appare ridicolo leggere ancora la “giustificazione” : ma non è solo il ciclismo….. Certo che non è solo il ciclismo, ma non si può NON ammettere che SOPRATTUTTO il ciclismo si pasce di doping il che abbrutisce la sua bellezza e il suo fascino.
Il Magistrato Roberti è purtroppo rimasto uno dei pochi che fa il suo dovere ; i NAS che collaborano sono troppo pochi; i massimi responsabili del ciclismo non si distinguono come promotori di una iniziativa costante e seria.
Questa intervista che sapientemente il direttore di “Tuttobici ha promosso dice, comunque, molto ma non tutto perché il Magistrato non può fare troppe rivelazioni : ci preannuncia provvedimenti che fra mesi arriveranno…..
Ed allora : ci sia una campagna di stampa che anticipi i tempi; metta a nudo i protagonisti in negativo, gli uomini “neri” che vanno mandati a casa, a lavorare in altri settori.
Si fanno dei nomi, soprattutto uno, che ben conosco e che a suo tempo ebbe a rivolgermi minacce ed anche un cazzotto …Questi loschi figuri vanno ripudiati dai corridori. Ed i corridori, vittime, comunque, DEBBONO porsi degli interrogativi e “darsi una svolta”. Se non da subito, quando ? Renzo Bardelli- Pistoia

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