DA TUTTOBICI. Nizzolo: ci sono anch'io

| 01/10/2012 | 09:01
Ci sono corridori che sono co­stretti a correre e ricorrere più di altri. Buoni corridori che però devono prenderla al­la larga e prendere il largo: andare altrove. Magari in una squadra straniera, buona e qualificata. Emigrati per forza, nel senso costretti a farlo, ma costretti anche perché la forza e il ta­lento ce l’hanno per davvero e per questo vengono visti meglio da certi team stranieri che da quelli di casa nostra.
Ci sono corridori che nascono baciati dal sole, dalla luna e dalle maree. Na­scono e a loro disposizione hanno tutto il tempo necessario per sbocciare e prendere il volo: si chiamano predestinati. Ci sono corridori che si devono in­vece fare un mazzo così, per strappare due righe su un giornale, per incontrare lo sguardo di qualche tecnico, per avere una pacca sulla spalla e sperare di non prendere calci nel fondo schiena. Ci sono corridori come Giacomo Nizzolo che sono giovani, hanno talento da vendere, sgomitano e si buttano co­me pochi, ma devono sputare l’a­ni­ma per dire al mondo «ci sono an­ch’io». Non è l’unico, non sarà nemmeno l’ultimo. Noi questo mese lo mettiamo lì per primo: davanti a tutti. Perché se lo merita.
Giacomo Nizzolo sogna le Classiche e studia dal re delle corse di un giorno: Fabian Cancellara. Se Spartacus in carriera ha conquistato, oltre a titoli mondiali e olimpici a cronometro, tappe nei grandi Giri, due Parigi-Roubaix, un Giro delle Fiandre e una Milano-San­remo, al ventitreenne brianzolo di Calò «basterebbe una Sanremo». Dopo es­sersi iscritto al Liceo scientifico ed es­sersi diplomato Perito Elettrote­cnico, da due anni è entrato a far parte dell’Università del ciclismo: primo anno sui banchi della Leo­pard Trek a prendere tanto ven­to in faccia ma anche una bella vittoria di tappa alla Bayern Rund­fahrt e il secondo alla Ra­dioshack Nis­san Trek con ancora tanto da im­parare ma anche qualcosa da raccogliere, come la recente vittoria di tappa e la classifica ge­nerale del Tour de Wallonie. Giaco, così lo chiamano gli amici, sogna la Classicissima e per “diventare un corridore” ha scelto di andare a lezione da chi più di ogni altro sa come vincere le corse che contano. Conosciamo meglio questo giovane che impara dai grandi per, un giorno, essere al loro posto. Possibilmente a braccia alzate.
Com’è nata la tua passione per il ciclismo?
«Da piccolo gareggiavo con le minimoto e sognavo di diventare un motociclista, ma i miei genitori avevano notato che passavo più ore in sella alla bici che alla moto così al mio settimo compleanno mi hanno regalato l’iscrizione al Velo Club Sovico, la squadra del paese. Ho iniziato a pedalare prima solo per divertimento, poi pensando al professionismo».
Ti ricordi la tua prima bici?
«No, mi sorprende leggere in tante in­terviste che tutti si ricordano alla perfezione la marca e il colore della loro pri­ma due ruote ma io sinceramente non ho proprio idea di come fosse. Mi ricordo però la prima gara: da G1, a Ca­pria­te. Come mi ero piazzato? Setti­mo o giù di lì».
Cosa rappresenta per te il ciclismo?
«Corro in bici perché amo la competizione, quello che più mi ren­de felice del mio lavoro è il piacere di confrontarmi con me stesso e con gli avver­sa­ri. Pas­sa­re professionista è stato la realizzazione di un sogno e il frutto di tanti sacrifici».
Cosa ti passa per la testa quando sei in volata?
«Adrenalina pura e concentrazione massima. In nessun altro momento della vita sono così focalizzato su un obiettivo e mi impegno così tanto per raggiungerlo. Una volta tagliato il traguardo se ho vinto provo felicità e un senso di liberazione, se perdo invece ripenso a cosa ho sbagliato».
Con chi ti alleni di solito?
«Con i ragazzi che abitano in Brianza: Angelo Pagani della Colnago, Aristide Ratti del Team Idea, Matteo Pelucchi della Europcar e chiunque è in zona all’ora in cui ci troviamo per uscire».
Un corridore che apprezzi?
«Tra gli ex ammiravo Mario Cipollini, tra quelli in attività senz’altro il Cance (Fabian Cancellara, ndr) che è un campione e un grande uomo».
Il momento più brutto che hai vissuto in bici?
«Senza dubbio la brutta caduta in cui sono stato coinvolto in una gara al pri­mo anno da dilettante, per cui ho dovuto trascorrere venti giorni in ospedale e quattro mesi fermo, coi denti rotti e tante fratture. Non è stato un bel mo­mento».
Quello che ricordi con più piacere?
«La prima vittoria dopo quell’incidente, dimostrare di riuscire a risalire in bici e di essere in grado di tornare a vincere è stato molto significativo».
Che atleta puoi diventare?
«Sono un passista veloce che vorrebbe diventare un corridore da classiche. La strada è lunga e non facile ma lavorando come sono abituato penso di potercela fare. Devo migliorare in salita, sul passo e nella resistenza, qualità che si possono perfezionare solo con tanta fa­tica e con il tempo».
Svelaci qualcosa di più sul tuo carattere.
«Sono un ragazzo socievolissimo, che ama stringere amicizia con tutti. Ho amici con cui mi piace trascorrere il tempo libero, quel poco che ho tra una gara e l’altra. Ho una grande passione per le moto, quindi appena posso vado a farmi un giro sulla mia Brutale 910. Altri hobby? Nessuno in particolare: quando non sono in bici cerco di ri­po­sarmi, di fatica ne facciamo già ab­ba­stanza in corsa e in allenamento, e di di­vertirmi andando in piscina o a ballare».
Chi ti supporta nella tua professione?
«In primis la mia famiglia: papà Franco che fa il rappresentante, mamma Mari­na che lavora in banca e mio fratello Piergiorgio, che ha 20 anni e studia Psicologia all’Università. E poi c’è la mia ragazza Elisa, che ha 25 anni ed è commercialista».
Com’è stato passare in una squadra World Tour come la Leopard Trek?
«Ammetto che all’inizio avevo un po’ di paura ad affrontare il grande salto in un team così importante e internazionale, invece dallo staff agli atleti tutti si sono dimostrati molto disponibili ad aiutarmi ad integrarmi nel gruppo, a farmi migliorare con l’inglese e a farmi  sentirmi subito parte della famiglia. Tro­varmi al fianco di campioni come Cancellara all’inizio per me è stato davvero strano, ma ci tengo a sottolineare che sono stati proprio i nomi più grossi a darmi subito confidenza e a farmi sen­tire a mio agio tra di loro. Per esem­­pio ricordo con grande piacere che al termine della cronosquadre della Tirreno-Adriatico in cui avevo svolto una buona prova il primo a farmi i complimenti è stato proprio Fabian. Non potete immaginare come stavo: altro che tre metri sopra il cielo!».
Cosa hai imparato da Cancellara e dagli altri big con cui stai correndo?
«Sia nella stagione scorsa che in questa in cui la Leopard si è fusa con la Ra­dio­shack osservando e parlando con i miei compagni sto imparando come “si vive la bici giù dalla bici”, com’è la vita del corridore e come si fa a diventare campioni. Cosa va mangiato o cosa va evitato a tavola, come ci si comporta nelle riunioni prima della gara, come ci si gestisce in corsa, qual’è il momento giusto per muoversi e soprattutto una regola fondamentale: non bisogna mai buttare via energie inutilmente. In­somma piccole furbizie, che fanno la dif­ferenza e che se uno ha i numeri pos­sono servire a fare il salto di qualità».
Hai vinto meno di tuoi coetanei che militano in squadre più piccole perchè, dovendo lavorare per i tuoi capitani, hai avuto poche possibilità per giocarti le tue possibilità. Nessun rimpianto?
«No, assolutamente. Ognuno fa le sue scelte, io sono convinto che per me questa sia la strada migliore perciò vado avanti su questa linea. Crescere all’ombra di campioni come quelli con cui mi trovo adesso è un’occasione preziosa, che vale più di una vittoria in una corsetta. Penso che sto affrontando il percorso giusto per raggiungere il mio obiettivo, nel futuro tutto questo lavoro pagherà».
Ti allena Luca Guercilena, tecnico che crede mol­to in te.
«Con Luca si è instaurato davvero un bel rapporto e riesco a lavorare al me­glio. Oltre ad essere un ottimo preparatore è un grande motivatore, per me questo è molto importante. Le gambe contano, ma spesso è la testa a fare la differenza».
Nei prossimi anni con che maglia ti ve­dremo?
«Non posso ancora dirvelo perchè non lo so nemmeno io. Sono in scadenza di contratto e non so quali siano le prospettive del team. Mi piacerebbe restare in questa squadra, scoprirò tra poco se sarà possibile o dovrò intraprendere una nuova avventura».
Ti aspettavi la vittoria in Vallonia?
«Assolutamnte no, se qualcuno al via mi avesse detto che avrei vinto gli avrei dato del matto (sorride, ndr). Arrivavo da un mese di scarico, lontano dalle corse, quindi pensavo solo a ritrovare il ritmo gara ma già dal primo giorno ho capito di stare bene. Quando ho vinto la tappa più dura, la terza, e pre­so la maglia di leader della classifica con i miei compagni ci siamo semplicemente detti: “proviamoci”. Ce l’abbia­mo fatta per un pelo (solo un secondo lo ha diviso da Gianni Meer­sman, ndr) e per me è stata una bella sorpresa oltre che una prova importante. Per la prima volta ho dovuto correre da leader, per la prima volta la squadra è stata al mio servizio e ho dovuto reggere lo stress mentale che prova il capitano. Devo ringraziare i miei compagni, è stato bello».
E poi c’è stato il bis all’Eneco Tour.
«Una volata di forza, anche lì la squadra è stata perfetta, ho preso bene l’ultima curva e sono riuscito a resistere alla rimonta degli avversari».
Quest’anno hai preso parte al tuo primo Giro d’Italia, che esperienza è stata?
«Bellissima, davvero fantastica. Il mio primo obiettivo era portare a termine questa mia prima grande corsa a tappe, sono felicissimo di esserci riuscito. In più ho centrato qualche piazzamento, come il terzo posto nella tappa di Frosinone, che mi ha dato morale e mi ha fatto capire in quale direzione devo lavorare per un giorno festeggiare su un traguardo importante».
Per il tuo futuro sogni le corse a tappe o quelle di un giorno?
«Aver vinto il Vallonia non cambia nul­la: non posso am­bire ai grandi giri. Conosco i miei limiti e so di essere adatto alle classiche e che al massimo posso far bene nelle corse di cinque-sei giorni. La mia gara dei sogni? La Milano - Sanremo perchè è la corsa più prestigiosa che un corridore delle mie caratteristiche può far sua e perchè parte dalla città in cui sono nato».
I tuoi obiettivi per il finale di stagione?
«Dopo l’Eneco Tour e le classiche di Amburgo e Plouay, spero di far bene agli appuntamenti che propone il finale di stagione, cercando di portare a casa tutto quello che si può».
Un desiderio per la tua carriera?
«Mi ripeterò: la Sanremo e poi ... Anzi, la Sanremo e stop. Basterebbe!».

di Giulia De Maio
da tuttoBICI di settembre

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