Rogge: i dopati sbagliano ma non sono delinquenti

| 13/11/2005 | 00:00
''Il posto degli atleti non e' in prigione''. Jacques Rogge ha ribadito, in una intervista al quotidiano tedesco 'Die Welt', il punto di vista del Cio in vista delle Olimpiadi di Torino. ''Noi non riteniamo che gli atleti che prendono prodotti dopanti siano dei pericoli per la societa' - ha affermato il presidente del comitato olimpico internazionale - Al contrario lo sono i loro allenatori ed i loro medici, sono loro che devono andare in galera''. Il principio sul quale si fonda il ragionamento di Rogge, che notoriamente vorrebbe una sospensiva della severa legge italiana antidoping nel periodo dei Giochi invernali, e' semplice: ''I rivenditori di droga sono passibili di pene giudiziarie emesse dagli Stati, mentre gli atleti sono sottoposti ai regolamenti delle federazioni. Uno sportivo puo' essere sospeso, puo' essere costretto a pagare un'ammenda o a restituire il premio di una vittoria. Ma non puo' essere imprigionato''. Rogge ha battuto e ribattuto sul punto piu' sensibile della questione 'legge antidoping', ma si e' detto cosciente del fatto che nel Parlamento italiano non c'e' una maggioranza in grado si abrogare o sospendere la normativa. ''Tuttavia - ha pero' osservato il presidente del Cio - la legge italiana non e' nuova e dal momento della sua entrata in vigore l'Italia ha gia' ospitato grandi avvenimenti internazionali, come i mondiali di sci a Bormio, che si sono svolti senza problemi''. E per tranquillizzare il mondo politico italiano ha riconosciuto che ''il Cio non e' al di sopra delle leggi''. ''Se la polizia vorra' perquisire il villaggio olimpico - ha aggiunto Rogge - noi non soltanto non ci opporremo, ma collaboreremo''.
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