Petacchi: se sono Ale-jet lo devo a SuperMario

| 27/04/2005 | 00:00
Un fulmine a ciel sereno, ma neppure troppo. Mario Cipollini ha deciso di abbandonare il ciclismo agonistico. A dieci giorni dalla partenza del Giro d’Italia lo sprinter toscano ha annunciato ieri sera la sua scelta con un comunicato diffuso dalla sua squadra, la Liquigas-Bianchi. "Annunciare il ritiro a poco più di una settimana dal Giro d’Italia rappresenta una decisione sofferta ma onesta. Il pubblico capirà" ha affermato il 38enne velocista toscano, che venerdì spiegherà in una conferenza stampa a Milano, le ragioni del suo abbandono. C'era però da aspettarselo. La sconfitta di Sanremo aveva probabilmente inciso profondamente nell'orgoglio di questo campione di razza, che a 38 anni suonati, e con quasi 190 vittorie in carriera, tra cui un titolo iridato nel 2002, una Sanremo, tre Gand-Wevelgem e il record di tappe vinte al Giro d'Italia (42), non aveva intenzione di trascinare la bicicletta. Il suo ultimo successo? E' datato 7 marzo, sulle sue strade, quelle di Altopascio, in provincia di Lucca. Cipollini si aggiudica il Giro di Lucca, precedendo in volata il giovane Paride Grillo e nientemeno che Alessandro Petacchi. In precedenza, sempre quest'anno, aveva vinto una tappa al Giro del Qatar, precedendo nella quarta tappa il belga Tom Boonen, che poi avrebbe vinto il Fiandre e la Roubaix. Cipollini ha detto stop. E questa volta è vero. Non ci saranno ripensamenti. Non sono capricci e nemmeno colpi di teatro. A 38 anni e con 189 vittorie in carniere, è anche giusto e naturale dire basta. "Cipollini è un vincente, è un campione di razza, e non ci sta probabilmente ad accontentarsi", dice Petacchi dal Romandia, dove da ieri sta correndo. "Mi spiace che abbia deciso di dire basta, pensavo che al Giro venisse, ma posso capirlo. Mario è un vincente nato e se non ha la certezza di competere con i migliori non è il tipo che si accontenta, che fa le così così tanto per farle". Petacchi parla di Cipollini con grande rispetto "e ammirazione", aggiunge lui. "Perché Mario ha rappresentato tanto per il nostro sport. L'ha rappresentato in tutto: con le sue vittorie e le sue intuizioni. E' uno dei pochi personaggi che ha portato il ciclismo fuori dai confini naturali. Era appunto diventato un personaggio, tutto tondo Io come lui? No, io spero di vincere il più possibile, per avvicinarmi a lui, ma siamo persone diametralmente diverse. Io sono introverso, lui è un vulcano, ma a me è sempre stato simpatico. Mai una discussione, mai un diverbio, anzi, tante volte Mario si è complimentato con me. Gli faceva piacere quando vincevo io. Il ricordo più bello? Zolder. Quando gli ho tirato la volata. Una volata che gli è valsa il titolo di campione del mondo. Con Mario si chiude un epoca. Deve essere stata per lui forse la volata più difficile da impostare: quella che ti spinge a dire basta. Sembra la cosa più naturale ma non è così. Per Mario il ciclismo ha rappresentato e rappresenta tantissimo e non è facile dire basta. Ha deciso di farlo alla vigilia del Giro: probabilmente ha scelto il momento migliore. Uno spazio tutto suo, per un lungo e meritato applauso. Io non posso dirgli che una cosa: grazie. Grazie perché se oggi vinco alla Cipollini, significa che lui ha fatto qualcosa di grande. Pensatela come volete, c'è chi lo trova simpatico o antipatico, travolgente o indisponente, ma lui nel ciclismo è diventato una unità di misura. E queste sono cose che succedono solo ai grandi".
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