| 29/11/2009 | 09:41 Al rientro dalla trasferta in Australia per visionare insieme allo staff delle nazionali italiane di ciclismo il circuito iridato di Geelong 2010, nella zona di Melbourne, il CT azzurro Franco Ballerini – che nel 2010 confida di celebrare in modo degno i suoi primi 10 anni sull’ammiraglia della squadra italiana di ciclismo professionisti – ci racconta le sue impressioni. Nel suo invidiabile palmarès di commissario tecnico figurano finora, tra mondiali e olimpiadi, 5 ori, 3 argenti e un bronzo che fanno di lui il CT dei records. .
Si parla di modifiche al circuito iridato di Geelong per renderlo più adatto al neo-campione mondiale Cadel Evans, cosa c’è di vero in queste voci? «L’unica modifica che ho riscontrato riguarda la discesa dopo la prima salita poiché alla fine della stessa c’era un ponte dall’imbocco troppo stretto e pericoloso; di conseguenza sono state inserite tre curve che rallenteranno la velocità del gruppo e costringerannogli atleti ad affrontare la seconda salita ad una velocità più bassa rispetto al tracciato precedente».
Si parla di due salite vere, quindi il percorso non sembrerebbe così adatto ai velocisti puri come sembrava in un primo momento… «Nelle settimane scorse avevo memorizzato il giudizio del CT della nazionale spagnola che definiva il circuito australiano come roba da velocisti, ma quando sono arrivato laggiù mi sono fatto un’idea ben diversa. La prima parte in linea di 85 chilometri che conduce da Melbourne a Geelong è totalmente pianeggiante, però sono degli stradoni diritti dove quasi sempre soffia un vento assai forte che potrebbe frazionare il gruppo. Quando poi abbiamo potuto ispezionare il circuito finale, di una quindicina di chilometri, mi sono convinto che esso non è adatto ai velocisti; sembra piuttosto un anello da semi-classiche belghe come il GP Harelbeke o la Freccia del Brabante e direi che nel suo insieme assomiglia a quello di Salisburgo, con uno strappo finale in più. Infatti è diverso l’arrivo, con gli ultimi 700 metri che sono in leggera salita: 600 dal 2 al 4% di pendenza e gli ultimi 70 metri al 6%. Mi ricorda il finale del mondiale di Benidorm, dove trionfò Gianni Bugno, è un arrivo perfetto per una volata di forza e in cui servirà una bella gamba per vincere».
Come sono nel dettaglio le due salite? «La prima è di un chilometro e duecento metri, con pendenze dal 6 al 7 % nella prima parte, che arrivano nei 400 metri finali al 9% e fino al 16/17% negli ultimi 40 metri; una salitella che ricorda i “muri” del Belgio; non è certo un Grammont ma alla fine e dopo tanti giri potrebbe farsi sentire. La seconda salita non potrà essere presa di slancio e ad alta velocità a causa dell’inserimento delle curve di cui ho parlato all’inizio; sono 700 metri con una pendenza media del 9 e 10% e dalla vetta all’arrivo mancheranno 6 chilometri di “falsa” discesa poiché si dovrà comunque pedalare e prima dei 700 metri finali ci sarà poi un chilometro e mezzo di pianura».
Che tipo di tattica sarà necessario adottare? «Una squadra farà molta fatica a controllare la corsa; io ho verificato il dislivello altimetrico che è di circa 2.600 metri; se consideriamo i 4.000 metri di dislivello dei recenti mondiali viene fatto di pensare che il circuito non sia duro, però va considerato che i 2.600 metri di dislivello del tracciato australiano sono tutti concentrati nei 180 km. finali – pari a 11 giri ciascuno di 15 km. e 800 metri - e così il percorso diventa impegnativo».
Un mondiale che dunque sarebbe piaciuto a un certo Paolino Bettini «Qualsiasi percorso sarebbe stato adatto a lui anche perché io continuo a pensare che Paolo sia stato il corridore più forte degli ultimi 40 anni nelle corse di un giorno; comunque abbiamo tuttora alcuni atleti adatti a questo tipo di gare, come Ballan, quel Pozzato che stimo molto e che sta trovando la sua giusta dimensione, oppure un Bennati al top; anche Visconti si troverebbe sicuramente a suo agio su questi strappi alla belga. Inoltre sto seguendo con interesse il giovane Jacopo Guarnieri, un ragazzo in gamba in fase di maturazione».
E Cunego? «Nella squadra potrà rivestire un ruolo importante, anche perché serviranno diverse punte».
Dunque vanno depennati dai pronostici i velocisti puri, ma Cavendish dove lo mettiamo? «Su Cavendish non mi pronuncio, poiché l’inglese è un grande talento, molto grintoso e orgoglioso e quando si vince una Sanremo al debutto come ha saputo fare quest’anno – non pensavo assolutamente che Mark sarebbe rimasto a galla sul Poggio - quasi nessuna gara di un giorno può essergli preclusa. Tuttavia al mondiale di Geelong far parte di una squadra forte e compatta sarà essenziale e questo potrebbe essere il tallone d’Achille suo e della nazionale inglese».
E allora quali saranno i favoriti? «Sicuramente il Gilbert di fine 2009 che più di tutti mi ricorda Bettini, Cancellara, forse Boonen, gli australiani e i soliti spagnoli se la smetteranno però di stare a ruota come fanno sempre e se finalmente decideranno di contribuire ad orientare la corsa, non di subirla passivamente».
Un flash-back sul mondiale 2009? «Non abbiamo nulla da rimproverarci, la gara è stata interpretata al meglio dalla squadra e ai 4 chilometri finali avevamo l’uomo giusto al posto giusto, ma Cancellara ha fatto andare molti favoriti in tilt con la sua azione demolitrice e infine gli altri sono stati semplicemente più forti di noi italiani, com’è accaduto quest’anno anche nelle grandi Classiche. Giù il cappello comunque per un degno iridato come Cadel Evans che ha meritato la vittoria dimostrandosi il più forte; inoltre l’Australia e l’Italia sono state le uniche nazionali che hanno interpretato nel modo giusto dal punto di vista tattico il mondiale di Mendrisio».
A capo di un’annata-no come il 2009 per il ciclismo italiano ci sono talenti sui quali si può puntare per il futuro? «Sì, meritano fiducia il regolarissimo Visconti e quel Nibali formato Tour che sarebbe stato utilissimo nelle fasi finali del mondiale per condividere le responsabilità di successo insieme a Cunego; mi attendo buone cose anche dai neo-pro Balloni, Malori – due talenti che non devono assolutamente abbandonare quelle assai educative ed utili gare a cronometro dove riescono ad eccellere - e dal versatile Ulissi. Il nostro ciclismo è in una fase di transizione e gli appassionati devono soltanto avere pazienza, poiché vedo alle porte un buon ricambio generazionale».
Nel 2012 scadrà il mandato di Ballerini come CT azzurro e qualcuno già prevede un avvicendamento con Paolo Bettini: c’è del vero o sono soltanto delle voci? «È ancora presto per parlare del 2012 e non sarò soltanto io a dover decidere, vedremo; dirigere la squadra azzurra è stata per me un’esperienza importante in un ambiente eccezionale ed è un peccato che le attuali risorse economiche a nostra disposizione siano diventate piuttosto limitate. La collaborazione che Paolo mi ha fornito a Mendrisio ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro, anche inutilmente. Io vedo il mio lavoro come quello di Mourinho o di Lippi e mi sono costruito anno dopo anno un mio staff . Con Paolo abbiamo condiviso tante gioie negli anni scorsi e rifacendomi a Mourinho quest’anno anch’io ho voluto avere accanto a me una sorta di “consulente tattico” intelligente come Bettini, con le mie stesse idee e che poteva aiutrmi ad evitare che io commettessi degli sbagli. Paolo ha carisma e grosse doti umane e professionali, per ora si è preso una pausa sabbatica ma quando deciderà di intraprendere una nuova attività sono certo che lo farà nel migliore dei modi, perché lui è in grado di fare tutto bene, incluso il CT azzurro. Viene dal basso, ha umiltà e voglia d’imparare. Comunque non è ancora detto che torni a farmi compagnia ai mondiali in Australia…».
Qual è la personale hit parade del ciclismo 2009 per Franco Ballerini? «Armstrong mi ha meravigliato, grande grinta e carattere indistruttibile; Lance è stato eccezionale e non avrei mai pensato che sarebbe riuscito a salire sul podio al Tour dopo un Giro d’Italia nel quale non mi era piaciuto. I risultati del 2009 hanno invece incoronato Contador, Gilbert, Cancellara ed Evans».
E i rallies come vanno? «Direi bene, stiamo cercando d’imparare come gestire al meglio queste belve di macchine; il mondo dei rallies è comunque molto simile a quello del ciclismo, poiché un campione di questo sport ha lo stesso contatto diretto con il pubblico; nel paddock o nel villaggio di partenza non esistono quelle forme di divismo tanto deleterie e comuni ad altri sport».
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