Quello che, la vigilia del Tour de Mumbai, in India, metropoli di quasi una ventina di milioni di abitanti, uscì in bicicletta convinto che si potesse fare un giretto per il quartiere come se fosse la sua Cotignola. Quello che fu convinto dalle parole del padre, “Se lo fai e ti beccano, distruggi tutti. Te, me, la mamma... Mi distruggi 40 anni di lavoro nel ciclismo”, e così rimase fuori dalle tentazioni del doping. Quello che era felice di essere considerato “il gregario che tutti i capitani vorrebbero”. Quello che in 10 anni di carriera immacolata da successi e vittorie per non parlare di trionfi e conquiste, arrivò primo proprio nell’ultima corsa, dall’altra parte del mondo, e alla notizia rimbalzata tra fusi orari e meridiani ignorati non ci si poteva neanche credere. Quello che ha festeggiato i suoi primi 40 anni pedalando per 400 chilometri con tre amici e l’unico obbligo di arrivare prima che il sole calasse.
Alan Marangoni, il Maranga, detto anche il Trebbia, diminutivo di trebbiatrice, nel senso della larghezza del suo baricentro, poco aerodinamico per un campione, ma perfetto per un domestico, infatti ideale per sfruttarne la scia e risparmiare energie. Marangoni, voce e volto del canale YouTube GCN Italia, sarà l’ospite d’onore del Festival del ciclista lento, a Ferrara da domani a domenica (per tutti i dettagli www.ciclistalento.it). Con Giorgio Brambilla condivide non solo le leggere e divertenti e allo stesso tempo profonde e consapevoli trasmissioni di divulgazione ciclistica, ma anche le pagine di “Quello che la strada non dice” (Wudz, 214 pagine, 20 euro), un libro pieno di ricordi e racconti, dialoghi e lezioni, confessione e confidenze, consigli e regole, bello, sì, bello, e diverso, sì, diverso, e insomma unico, sì, unico nel suo genere sportivo e ciclistico, sapendo che oggi i libri di sport non sono più considerati dilettantistici e i libri di ciclismo rappresentano ancora la maggioranza rispetto a quelli di calcio o basket, rugby o scherma, perfino F1, sempre che la F1 possa essere annoverato fra gli sport.
Il Trebbia apparteneva a quella generazione di corridori sottoposti al battesimo alcolico (“La mattina ero un cadavere. Era il primo giorno da pro della mia vita. Scesi per la riunione con il team manager e non riuscivo a tenere gli occhi aperti”) e a uno spirito goliardico (“Passavamo il tempo insieme a parlare, a ridere, anche a prenderci in giro”). Il Trebbia è stato il mattatore di una indimenticabile tappa del Giro d’Italia, la Civitanova Marche-Forlì di 200 chilometri nel 2015, cominciata benissimo e finita malissimo, quarto di quattro fuggitivi solo perché il quinto, vittima di una foratura nel momento cruciale, era stato ripreso (“Quello che accade dopo lo vivo come dentro un acquario”, “Mi sento battere sulla spalla, ‘grande Alan!’, ‘bravissimo Alan!’, ‘dovevi vincerla tu...’. Sono a pezzi”). Il Trebbia infine premiato dal dio del ciclismo (“Quando vedo il traguardo non mi volto più. Non ne ho bisogno. Perché so che non c’è nessuno che mi supererà stavolta”).
“Quello che la strada non dice”, adesso, è stato detto. Ed è stato detto e scritto come si deve. Brambilla e Marangoni sono proprio bravi. Strada facendo, sono stati sostenuti da Marco Amerighi che ha curato il testo, Elia Viviani che ha firmato la prefazione, Luca Gregorio e Riccardo Magrini che hanno premesso aggettivi (“Scanzonati, simpatici, creativi, professionali, coinvolgenti”), centrato il senso (“Il cuore sta tutto nel loro racconto. Autobiografico e intenso”) e aggiunto complimenti (“Il loro entusiasmo”, “in modo genuino”, “punti di riferimento geniali”). Ma noi, ma voi, ma tutti già sapevano o immaginavano, fin da quando, alle corse, per mangiare piadine e bere lambrusco, ci si rifugiava nella bancarella del fan club più generoso del ciclismo globale. Quello del Trebbia, ovviamente.
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