Caro direttore, propongo alei e ai suoi lettori una riflessione sul sistema WorldTour, sul futuro delle squadre Professional e sulle prospettive del ciclismo italiano.
Ricordo ancora quando, nei primi anni Duemila, partecipai ad Aigle, presso la sede dell'Unione Ciclistica Internazionale, alla presentazione del progetto ProTour, successivamente evolutosi nell'attuale WorldTour. All'epoca ricoprivo il ruolo di direttore generale del team Acqua & Sapone – Caffè Mokambo di Palmiro Masciarelli.
Sono trascorsi oltre vent'anni e il ciclismo professionistico ha conosciuto una trasformazione profonda, sia sotto il profilo sportivo sia sotto quello economico e organizzativo.
Le recenti dichiarazioni di Bruno Reverberi, legate alle difficoltà della Bardiani di rientrare nelle prime trenta posizioni del ranking mondiale UCI, mi hanno portato a riflettere su un aspetto che, a mio avviso, meriterebbe un approfondimento. Il problema non è l'esistenza di una classifica mondiale, ma la possibilità, per tutte le squadre, di competere per quella classifica attraverso opportunità sportive realmente confrontabili.
Oggi il ciclismo professionistico maschile conta 18 formazioni WorldTour e 16 ProTeams. Le prime dispongono di un accesso garantito alle principali competizioni internazionali, mentre le Professional devono programmare la propria attività attraverso calendari che dipendono anche dagli inviti degli organizzatori. È evidente che non tutte le squadre possono affrontare la stagione nelle medesime condizioni.
Alcune riescono a partecipare a competizioni prestigiose, nelle quali vengono assegnati punteggi UCI importanti. Altre, per inseguire gli stessi obiettivi, sono costrette a programmare trasferte in Paesi molto lontani, sostenendo costi significativi e senza avere necessariamente le stesse opportunità di partenza.
Da qui nasce una domanda molto semplice: come possiamo utilizzare un'unica classifica per determinare l'accesso alle grandi manifestazioni, se le squadre non hanno la possibilità di confrontarsi attraverso un calendario sufficientemente omogeneo?
Non intendo mettere in discussione il merito dei risultati ottenuti, né il ruolo degli organizzatori, che anche prima della nascita del ProTour hanno sempre esercitato la propria discrezionalità nell'assegnazione degli inviti.
Ritengo però che, in un sistema nel quale il ranking determina anche la possibilità di ricevere una wild card, sia opportuno riflettere su come rendere il percorso di qualificazione più equilibrato e trasparente. Una possibile strada potrebbe essere l'individuazione, all'interno del calendario internazionale già esistente, di un gruppo di competizioni di riferimento per le squadre Professional. Non penso alla creazione di nuove corse o di un circuito separato, che comporterebbe ulteriori difficoltà organizzative ed economiche.
Penso piuttosto a un calendario individuato dagli organismi competenti, utilizzando manifestazioni già esistenti, prevalentemente ProSeries e altre competizioni internazionali, nelle quali le ProTeams possano trovare criteri di partecipazione uniformi e conosciuti prima dell'inizio della stagione.
Ogni squadra manterrebbe naturalmente la libertà di programmare la propria attività sulla base delle risorse economiche disponibili, degli obiettivi sportivi e della sostenibilità delle trasferte. Ma avrebbe davanti a sé un percorso definito, con opportunità di partecipazione comparabili e un sistema di risultati che possa contribuire concretamente alla qualificazione per le grandi manifestazioni WorldTour.
Un modello che potrebbe affiancare e integrare l'attuale ranking, senza necessariamente sostituirlo.
In altri sport, pur con caratteristiche differenti, esistono percorsi sportivi chiaramente identificabili per accedere alle categorie superiori. Il ciclismo non deve necessariamente replicare quei sistemi, ma potrebbe trarne uno spunto per rendere più riconoscibile il percorso di crescita delle squadre. Non si tratta di chiedere un posto garantito, ma di sapere attraverso quali risultati e quali competizioni quel posto possa essere conquistato.
C'è poi un secondo aspetto, altrettanto importante, che riguarda il rapporto tra ciclismo, sponsor e territorio. Non tutte le aziende che investono in questo sport sono multinazionali con interessi commerciali distribuiti in tutto il mondo.
Esistono realtà imprenditoriali che operano prevalentemente nei propri mercati nazionali e che vedono nelle grandi corse del proprio Paese un'occasione fondamentale di visibilità. Per uno sponsor italiano, ad esempio, partecipare al Giro d'Italia può rappresentare uno dei principali motivi per sostenere economicamente una squadra Professional. Lo stesso principio può valere per una formazione francese rispetto al Tour de France o per una squadra spagnola rispetto alla Vuelta.
È quindi importante che il sistema sappia tenere in considerazione anche il valore delle realtà sportive nazionali, naturalmente nel rispetto di requisiti economici, organizzativi e sportivi adeguati. Quando un'azienda perde una prospettiva credibile di visibilità, può venire meno anche la motivazione a investire. E quando uno sponsor abbandona il ciclismo, non si perde soltanto un marchio sulle maglie: si rischia di perdere una struttura, posti di lavoro, competenze professionali e opportunità per tanti giovani corridori.
Il ciclismo italiano vive ormai da diversi anni una situazione particolarmente difficile per quanto riguarda la presenza di squadre ai massimi livelli internazionali. Abbiamo una tradizione straordinaria, professionalità riconosciute e un patrimonio sportivo che merita di essere valorizzato.
Ma dobbiamo anche chiederci quali prospettive concrete siamo oggi in grado di offrire a chi desidera investire nel ciclismo professionistico. L'UCI ha già introdotto alcune disposizioni per favorire la partecipazione delle ProTeams alle competizioni ProSeries. È un segnale importante, dal quale si potrebbe partire per sviluppare ulteriormente un sistema di qualificazione più strutturato.
Non ho la presunzione di indicare una soluzione definitiva e sono consapevole della complessità degli equilibri che regolano il ciclismo internazionale. Credo però che, dopo oltre vent'anni dalla nascita del ProTour, sia legittimo aprire una riflessione sull'evoluzione del modello attuale.
Un calendario Professional di riferimento, criteri di accesso trasparenti e un percorso sportivo riconoscibile verso le grandi manifestazioni potrebbero rappresentare un punto di partenza. Non per garantire privilegi a qualcuno, ma per offrire a tutti la possibilità concreta di competere per raggiungere i propri obiettivi.
Perché il merito sportivo deve continuare a essere il principio fondamentale del ciclismo. Ma il merito, per essere davvero riconosciuto, deve prima avere la possibilità di esprimersi.
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