Le gambe: infangate, sui pedali, la sinistra che ha appena affondato il colpo, la destra pronta a compiere il suo dovere. I pantaloncini: neri, la scritta Bartali, tutta maiuscola, bianca. Le mani: nei guanti, alte sul manubrio. Il busto: avvolto nella mantellina, proteso in avanti, la tipica andatura ballerina dello scalatore. Il volto: girato verso sinistra, verso il fotografo che lo sta seguendo, accompagnando, ritraendo, la bocca spalancata a cercare aria, a divorare aria, a sputare l’anima, o forse no, perché forse si sta rivolgendo proprio al fotografo, chiedendo il distacco, chiedendo del gruppo, chiedendo di “quello là”, Coppi. Gli occhi: più da pugile che da corridore. Il naso: soprattutto quello, da pugile, e si sa, si canta, triste come una salita. Il cappellino: la visiera indietro, alla belga. E la bicicletta: un tubolare attaccato alla sella, la pompa parallela al tubo obliquo, la borraccia di alluminio sul manubrio, il numero 33 all’incrocio fra tubo orizzontale e obliquo.
Gino Bartali. E’ lui. Scolpito in bianco e nero. C’è aria di pioggia, una pioggia autunnale, c’è aria di fatica, una fatica antica, c’è aria di ciclismo, un ciclismo romantico. Da cinque mesi la sua immagine stordisce e incanta i visitatori di “Firenze ’50 ‘60 ‘70”, una mostra promossa da Fondazione CR Firenze e Archivio Foto Locchi e curata da Giovanna Uzzani, un viaggio fotografico attraverso 150 opere tratte dall’archivio Locchi e dedicate a “tre decadi cruciali della storia fiorentina”, tra arte e sport, società e cultura. I tuffi nell’Arno, la Fiorentina campione d’Italia nel 1956, l’alluvione del 1966, la grande moda, l’invenzione del Made in Italy… E Gino Bartali.
Bartali di Ponte a Ema, che allora non era ancora Firenze. Bartali che si rivelò sulla salita dei Moccoli, e se si chiama così, un motivo c’è, ed è proprio quello, così dura quella salita da provocare improperi. Bartali che era Gino il Pio, Gino il Giusto, Gino Ginettaccio, Gino l’Uomo di ferro. Bartali che abitava a Firenze in piazza cardinale Elia dalla Costa. Bartali che adesso a Firenze è un museo, il Museo del ciclismo Gino Bartali a Ponte a Ema. Bartali che adesso a Firenze è anche una piazza, piazza Gino Bartali, nel Quartiere 3, quello di Gavinana. Bartali che adesso è anche una statua di gesso nella piazza Gino Bartali, lui, uomo verticale, in piedi senza bicicletta, un mazzo di fiori alzato al cielo, la statua (di Silvano Porcinai) in un polo della memoria per la presenza del Memoriale di Auschwitz, del monumento ai caduti di Pian d’albero e dell’area giochi di Piazza Elia dalla Costa dedicata al piccolo Aronne Cavicchi impiccato a soli 12 anni dai nazisti.
Quel Bartali in bianco e nero, quel Bartali in bicicletta, quel Bartali sotto la pioggia, quel Bartali che forse domanda dove si trovi “quello là”, lo si può ancora ammirare fino a domenica 18 ottobre, dalle 10 alle 19.30, a Firenze in Villa Bardini, Costa San Giorgio 2 oppure via dei Bardi 1 rosso. Per informazioni tel. 334/6824744.
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