Oltre che sul mondiale, l’assenza di Tadej Pogacar pesa sull’Europeo: si corre in Slovenia, sul circuito di Lubiana che gli organizzatori avevano disegnato pensando al fenomeno di casa, tra l’altro campione in carica. In assenza del marziano, il pronostico si allarga, anche se la concorrenza si restringe rispetto alla prova iridata: non c’è Seixas, Van der Poel sta pensando se dare o meno l’assalto al Lombardia, Pidcock è a casa con l’intera Gran Bretagna, Van Aert non è nemmeno iscritto. A mettere in palio un’altra maglia che si indossa per una stagione è un tracciato da non sottovalutare: più che la distanza (197 chilometri) peserà la salita nella seconda parte di gara, un paio di chilometri al dieci per cento da ripetere cinque volte che fanno lievitare il dislivello a 2500 metri. Nelle dieci edizioni precedenti, quattro i successi italiani, tutti in fila fra il 2018 e il 2021 (Trentin, Viviani, Nizzolo e Colbrelli nell’ordine). Ecco le dieci facce a caccia del trono continentale.
Remco Evenepoel. Vince perché deve riscattare un mondiale deludente, perché è l’ultimo dei grandi traguardi che ancora gli manca, perché è l’unico dei corridori del livello più alto a provarci. Non vince perché su strada non è una garanzia come nelle prove contro il tempo.
Giulio Ciccone. Vince perché la forma mondiale glielo consente, perché con meno fenomeni in circolazione ha spazio per farlo, perché di tante maglie indossate in carriera questa gli manca. Non vince perché un mondiale corso in prima linea potrebbe avergli tolto energie
Primoz Roglic. Vince perché in assenza di Pogacar il pubblico di casa è tutto per lui, perché dalla Vuelta è uscito con una condizione perfetta, perché è fra quelli che in stagione si è consumato meno degli altri. Non vince perché alla soglia dei 36 anni soffre la freschezza dei giovani.
Mads Pedersen. Vince perché non esiste percorso al quale non si adatti, perché è di quelli che non si danno mai per vinti, perché se è capace di lottare con i fenomeni figuriamoci quando non ci sono. Non vince perché anche i generosi come lui trovano la giornata storta.
Juan Ayuso. Vince perché ha il tracciato ideale per riuscirci, perché deve rifarsi dopo un mondiale non proprio da protagonista, perché in questa stagione è andato bene ma non benissimo. Non vince perché un conto è sentirsi pari ai fenomeni, un altro riuscire a dimostrarlo.
Jan Christen. Vince perché è un altro che deve riscattarsi dal mondiale, perché è un corridore che quando è in giornata non si tiene, perché su questo percorso può accendersi. Non vince perché a 22 anni è ancora un po’ indietro rispetto ai fenomeni della sua età.
Romain Gregoire. Vince perché ha puntato molto su questa gara, perché nelle prove generali di settembre è andato in crescendo, perché è uno di quelli che non consideri mai ma c’è sempre. Non vince perché la salita del circuito col passare dei giri rischia di andargli di traverso.
Giulio Pellizzari. Vince perché è da un paio di mesi che va forte, perché il tracciato è di quelli che si sposano alle sue qualità, perché rispetto all’altra alternativa azzurra Scaroni ha il passaggio a vuoto del mondiale da riscattare. Non vince perché trova qualcuno più brillante di lui.
Mathys Rondel. Vince perché è da una stagione intera che corre in prima linea, perché è adattissimo a questo percorso, perché nella Nazionale francese anche lui e Vauquelin hanno carta bianca. Non vince perché in corse come questa serve l’esperienza che ancora non ha.
Jacob Omrzel. Vince perché è il classico ventenne che non ti aspetti, perché non corre dalla Vuelta ed è più fresco di tanti, perché non vede l’ora di mostrare il suo enorme talento anche sulle strade di casa. Non vince perché in squadra ha Roglic e il primo compito è aiutarlo.