Uno degli argomenti su cui si ritorna sempre, prima e dopo il Mondiale di ciclismo su strada, è l’uso delle radioline. Se questo mezzo di comunicazione tra corridori ed ammiraglia è sempre in uso durante la stagione, quando a scendere in gara sono le nazionali il loro utilizzo viene bloccato.
È accaduto anche ai Campionati del Mondo di ciclismo in Canada e si è riaccesa una discussione che nel professionismo delle due ruote torna ciclicamente al centro della scena: le comunicazioni tra direttore sportivo e corridore sono un aiuto necessario alla sicurezza e alla strategia, oppure soffocano la fantasia e la capacità decisionale dei protagonisti in corsa?
Su questo spinoso tema, sono spesso tornati ex campioni e commentatori tecnici, ma anche i semplici appassionati hanno espresso le loro idee e, proprio in questi giorni, si sono confrontate due voci autorevoli e dalle opinioni opposte: Philippe Gilbert, ex campione del mondo e voce della tradizione dei corridori, e Maxime Monfort, oggi direttore sportivo della Lidl‑Trek, che difende l’uso delle radioline come componente imprescindibile del ciclismo moderno.
Per Philippe Gilbert, la questione è molto semplice, ovvero limitare le istruzioni e valorizzare l’istinto. Questa è una linea seguita anche da un corridore forte e dal grande impatto mediatico come Mathieu van der Poel. L’olandese, infatti ha detto di aver gradito correre senza radio perché le gare risultano meno prevedibili e avanza anche una proposta pratica di compromesso. Per Gilbert il discorso è molto semplice e suggerisce di limitare l’uso delle comunicazioni al massimo a uno o due corridori per squadra nel ruolo di capitani, riservando le radio soprattutto a esigenze di sicurezza e a poche decisioni tattiche essenziali. Secondo il belga ex campione del mondo, una simile misura ridurrebbe le continue istruzioni provenienti dalle ammiraglie e restituirebbe più spazio all’iniziativa personale dei corridori.
«La mia proposta prevede che ci siano al massimo uno o due corridori per squadra nel ruolo di capitani», spiega Gilbert.
Di idea completamente opposta, c’è Maxime Monfort, per il quale il ciclismo sarebbe uno sport troppo professionale per tornare indietro. Monfort ribadisce la necessità di mantenere la comunicazione radio. Per il direttore sportivo della Lidl‑Trek eliminare le radioline significherebbe ignorare la realtà di un ciclismo ormai estremamente professionale e analizzato fin nei minimi dettagli. Monfort che per molti anni ha indossato da corridore la maglia della Lotto, richiama inoltre l’aspetto economico e gestionale: una gara resa del tutto imprevedibile incide sul lavoro delle squadre, sugli sponsor e sugli investimenti che rendono possibile il ciclismo di alto livello.
«È impossibile in uno sport diventato così moderno, nel quale si analizza ogni minima cosa – ha sottolineato Monfort alla radio belga -: la posta in gioco per le squadre è talmente alta, anche a livello finanziario, che non si può trasformare tutto in un gioco d'azzardo solo perché mancano le radioline».
Il dialogo tra Gilbert e Monfort, si è svolto nello studio della trasmissione Peloton, mettendo in luce una questione più ampia: fino a che punto la tecnologia deve intervenire e dettare legge sulla strategia? La proposta di Gilbert sarebbe quella di avere una gara sperimentale con massimo una o due radio per squadra, che avrebbe il compito di misurare effetti e ricadute sullo spettacolo, sulla sicurezza e sull’equilibrio competitivo. Dall’altra parte invece, Monfort, pur restando scettico, rappresenta la preoccupazione delle strutture sportive che organizzano, pianificano e finanziano il ciclismo professionistico.
Tra maggiore libertà e controllo tattico, il gruppo resta diviso. L’esperimento auspicato da alcuni - e temuto da altri - potrebbe però fornire dati concreti per un dibattito fin qui rimasto largamente teorico: il futuro delle radioline, insomma, potrebbe decidere non solo come si corre una gara, ma anche quale ciclismo vogliamo vedere.