Il campione del mondo che non ti aspetti arriva dagli Stati Uniti e si chiama Brandon McNulty. Non era nell’elenco dei favoriti, non sembrava il corridore da controllare e forse proprio per questo ha trovato lo spazio per costruire l’impresa più grande della carriera: una fuga solitaria, le gambe svuotate, il dubbio fino all’ultimo metro e poi la maglia iridata.
Alle sue spalle hanno chiuso l’australiano Michael Matthews e l’olandese Mathieu van der Poel. Gli Stati Uniti hanno dominato la corsa con 3 uomini nei primi dieci: Simmons quarto, Jorgenson ottavo e McNulty naturalmente sul gradino più alto. Una prova di forza collettiva, preparata con lucidità e trasformata in un finale inatteso. Al traguardo tutto il team USA ha festeggiato McNulty e a gran voce gridavano: “Sei il campione del mondo. Sei il campione del mondo”.
McNulty ha faticato a trovare le parole. «Onestamente, non lo so. Non so cosa mi sia passato per la testa. Davvero, non saprei proprio. Sono senza parole. Fino agli ultimi cento metri non ci credevo nemmeno. Ero così stanco, ma… sì, non lo so. Davvero, non lo so».
Il rettilineo finale, dopo una corsa condotta oltre il limite, gli è sembrato interminabile. «Deve essere stato il tratto più lungo della mia vita. Sull’ultima salita di Montreal non sapevo nemmeno cosa stessi facendo. Ero in zona due, stavo morendo, ma ho continuato a spingere. Non so davvero come sia successo».
La vittoria porta la firma di McNulty, ma anche quella di una squadra americana perfetta. Matteo Jorgenson, Quinn Simmons e gli altri compagni hanno protetto il capitano, seguito ogni movimento e impedito che la corsa sfuggisse di mano.
«Sono settimane che diciamo di avere una squadra fortissima e che l’impresa era possibile. Penso che abbiamo corso in modo incredibile. Abbiamo controllato ogni mossa, tenuto d’occhio chi andava in fuga. Sono davvero senza parole».
Eppure, alla partenza, nemmeno McNulty pensava davvero di poter indossare la maglia iridata. «Ne avevamo parlato. Avevo fatto qualche battuta con mia moglie, ma alla fine non ci credevo davvero. Sapevo che poteva succedere qualcosa, ma ci sarebbe voluto un miracolo. E credo che oggi i miracoli accadano davvero».
A Montreal la storia è tutta di Brandon McNulty. Il ragazzo che nessuno indicava, il corridore lasciato libero di inventare la propria corsa, l’americano che ha trasformato una possibilità remota in una certezza e adesso la maglia iridata è sua.