Il dibattito sul disegno dei grandi giri - più crono, più volate, più equilibrio - continua ad animare molte discussioni in vista della prossima stagione: vi proponiamo questa riflessione di Pier Augusto Stagi scritta per l'editoriale di tuttoBICI di agosto, subito dopo la conclusione del Tour de France. Sono passate alcune settimane, ma l'argomento resta di grande attualità...
IL CODICE LEBLANC. Quando la musica cala e il silenzio si riprende i suoi spazi, il Tour e le cose del Tour appaiono immediatamente più lontane. Anche le emozioni più forti si vanno a posizionare nelle emeroteche della memoria. Ci restano le immagini di un indomabile Mads Pedersen che non si dà per vinto, che non può accettare di avere a disposizione solo l’occasione della volata dei Campi Elisi per tenersi la maglia verde e allora si inventa tre giorni di follia pura, per scrivere ciò che sembrava già scritto. Tre giorni per andare a raccogliere punti laddove solitamente andava in cerca di funghi.
Ci resta l’immagine di un incontenibile Richard Carapaz. La “Locomotora del Carchi” conferma che il Giro e l’oro olimpico sono il risultato di classe innata e di una devozione al proprio lavoro che anche quest’anno ha nuovamente mostrato, andandosi a prendere in sequenza la “maglia a pois”, il premio di Super-combattivo e due tappe, oltre a un 8° posto finale che dice tutto. Ci dice soprattutto che sarebbe bene che la “maglia a pois” finisse per decreto ad almeno un corridore che non esca dai primi dieci/venti della classifica generale, e al massimo a mezz’ora dalla maglia gialla, ma questo è un altro discorso.
Ci resta l’immagine di Mathieu van der Poel, partito in sordina e finito tra il tripudio adorante di Parigi, trasformandosi in un tappo di champagne che salta per lo show finale: che spettacolo!
C’è la nuova immagine anche di Remco Evenepoel, che ha terminato secondo, confermando di essere il più grande cronoman del mondo e forse anche di tutti i tempi e vincendo due tappe e si è preso la briga di lasciarsi alle spalle, per una volta, in una frazione di alta montagna, anche Sua Immensità Tadej Pogacar.
Certo, se ci fosse stato fino alla fine anche Jonas Vingegaard, è probabile che il finale non sarebbe stato lo stesso, ma è ugualmente vero che il Remco di quest’anno è stato il più convincente di sempre, il più performante anche in salita. E se gli organizzatori del Tour applicassero il “codice Leblanc” - quello di Jean-Marie Leblanc, il gran patron del Tour, che per Indurain apparecchiava la tavola con 200 chilometri di crono in una sola edizione, per fare in modo che il Navarro potesse trovarsi a proprio agio - ecco, un Tour così, anche Remco Evenepoel potrebbe vincerlo. Scopri numeri e analisi nel nostro approfondimento.
IL CODICE MERCKX. Per vincere un Tour monstre occorre rendere la corsa mostruosa. La UAE ha fatto questo per tre settimane: ha lottato senza un domani fin dalle prime battute, tenendo alta la temperatura in una corsa che si era già rivelata un braciere incandescente. Il concetto per la formazione di Mauro Gianetti era semplice e chiaro: l’ultima settimana è da capogiro (rigorosamente con la “g” minuscola), con vette mitiche e terribili, sopra i duemila metri, adattissime a Vingegaard? Bene, ci arriveremo tutti con la bava alla bocca e il fiato corto, tanto noi abbiamo uno che questi sforzi li sa sopportare come nessuno. “À la guerre comme à la guerre”, si salvi chi può!
La corsa è stata l’esaltazione dell’agonismo più assoluto. La fatica di andare in fuga sulle strade del Tour non è certo una novità; piuttosto lo è il restare sempre nei pressi della fuga, vicino, senza mai farla andare veramente via. L’imperativo categorico era logorare non a fuoco lento, ma sfruttando l’alta velocità: non è un caso che alla fine sia stata registrata la media record (43,227 km/h). Il pericolo era portare Vingegaard sulle sue salite con il serbatoio pieno: il concetto di Pogacar è stato semplice e chiaro, guadagnare il più possibile prima dell’ultima settimana (cosa che ha fatto) e poi, se sono stanco io, figuriamoci gli altri. La verità è che poi a semplificare le cose al campione del mondo è arrivato il fato, la “Signora dai denti verdi”, che ha tolto di mezzo malamente il danese, e a quel punto per lo sloveno è stata davvero una gita di piacere.
Questo solo per dire come stanno le cose a chi per tre settimane trovava scandalosa la condotta degli emiratini - troppo dispendiosa e quasi folle - chiamando in causa codici non scritti, che invitano a contenere le proprie ambizioni, a limitarle, a distribuire, per compiacere e far star buoni tutti. Se Dio vuole oggi quei codici sono stati da questi ragazzi definitivamente gettati in discarica. Oggi il codice è quello della competizione: il più forte vince. Come ai tempi di Merckx.