Il tempo è tiranno, ma lo è anche lo spazio. Anzi, i due sono complici: il tempo satura lo spazio. E con il Covid o l’estate, arriva il momento del repulisti. Si comincia puntando a liberare la soffitta, ci si accontenta di liquidare uno scatolone. E fra buste, cartelle e faldoni, spuntano ritagli irrinunciabili. Come questo mio articolo su Beppe Ogna: “La Gazzetta dello Sport”, 12 febbraio 1999.
Dipende dal caso. “Il caso – sostiene Ogna, che all’anagrafe risulta Giuseppe, ma tutti abbreviano in Beppe – ha voluto che il mio primo allenatore, alla Erbitter di Gavardo, nel 1951, fosse Gino Riccardi. Il suo primo comandamento: lavorare. Il secondo: vita sana da atleta. Poi a forza di stare insieme, parlare, convincere, tutto quello mi ha formato”.
Dipende dal fisico. “Il fisico – ammette Ogna, nato a Sant’Eufemia, appena fuori Brescia, 65 anni fa – cioè peso per altezza, e siccome io sono alto ed ero grosso, mi bastava un cavalcavia per andare in crisi. Il primo anno da allievo vinsi una corsa, in volata, e poi la Coppa Adriana, che era una sorta di campionato italiano a squadre. L’anno dopo, nel 1952, partecipai alle selezioni del Trofeo Gardiol, velocità su pista: vinsi le provinciali, arrivai secondo nelle regionali dietro Guglielmo Pesenti, e siccome passavano i primi due, presi parte anche alle nazionali e arrivai secondo, ancora dietro Pesenti”.
Dipende dalla fortuna. “La fortuna – dice Ogna, campione italiano fra i dilettanti (velocità e tandem) e i professionisti (velocità), campione del mondo fra i dilettanti (velocità) e un bronzo olimpico (tandem) – è qualcosa che c’è in quel momento e che poi magari non c’è più. Un’idea, un lampo, oppure un colpo di reni, una codata, insomma un centimetro basta e avanza. Però c’era anche la bravura: non ero un velocista puro, come Maspes, né così potente come Morettini e Gaiardoni. Dovevo impostare la mia volata sul rettilineo opposto, partendo lungo da dietro”.
Dipende dai giorni. “E dalle Sei Giorni – aggiunge Ogna, che abita a Rezzato, fuori Brescia, e gestisce il centro sportivo Olimpica (tennis, calcetto, minigolf e palestra) -. Ne ho disputate una quarantina e vinte due, a Adelaide, in Australia, e a Hobart, in Tasmania, più un secondo posto a Melbourne con Terruzzi, e un terzo a Madrid con Faggin. Tutti compagni, di più, amici, di più, fratelli fuori dalla pista, tutti cattivi e carogne dentro, e poi ancora fratelli fuori. Dividevamo appartamenti, birre e anche donne, ma in gara davi l’anima. Finché ne avevi. A Berlino, con De Rossi, speravo solo di avere il coraggio di arrotarmi perché non ne potevo più. Resistetti tre giorni, poi mi ritirai”.
Dipende dai tempi. “A quei tempi – ricorda Ogna, che ha corso con la Bianchi di Coppi e l’Ignis di Maspes – si andava alle gare in motorino: un amico davanti e io dietro con la bici a tracolla. Oppure in treno, con la bici sul vagone postale. Oppure in macchina, dandosi i cambi alla guida come in un’americana. Oppure in mare: 28 giorni da Genova a Perth, Australia, pedalando sui rulli. Bei tempi, però”.