El Bassòtt, perché l’altezza non era il suo forte. O Napulìn, perché la carnagione era quella scura del sud. O Gazzusatt, perché garzone nel distribuire bibite e acqua minerale a bar e ristoranti. O Cadèna, nel senso della catena, punto debole della sua bicicletta. O più anagraficamente De Angeli Carlo – prima il cognome e poi il nome, sennò che anagrafe è? -, figlio unico di De Angeli Pietro e Magistrelli Ernesta, da Villaggio Cavour, luogo di nascita, o da Baggio, luogo di vita, una vita sulla strada, una vita sulla bicicletta. “El Bassòtt in bicicletta”, titolo di un libro che mi ha incuriosito, rallegrato, accompagnato, commosso, confuso, rapito.
Lo ha scritto Alessandro Avalli, milanese di quelle parti, periferia occidentale, lo ha pubblicato Alessandro Avalli, ancora lui, che di mestiere scrive e produce e di passione corre e pedala, e lo ha distribuito e diffuso Alessandro Avalli, sempre lui, che nell’industria del “lavoro culturale” (copyright di Luciano Bianciardi) si batte e forse talvolta si abbatte, e c’è da capirlo, se sugli scaffali delle librerie si trova molto altro ma lesso o fritto. La data dell’uscita risale al 26 novembre 2024, ma non c’è tempo, perché sempre tempo ci sarà, per una storia che nel tempo corre, naviga, pedala (comunque il libro è disponibile alla Lineadiconfine, libreria di via Ceriani 20, a Baggio, Milano).
El Bassòtt non sarà mai un campione, ma quasi. La sua prima bici è una Magistrelli (tutte le bici sono di genere femminile, almeno a parole), meccanico ciclista di Cisliano. Quando la famiglia De Angeli trasloca a Baggio, El Bassòtt trasmigra di bici in bici, perché questo era il paradiso di telaisti e meccanici, dunque di corse e corridori, dunque di squadre e storie. Due stanze più cucina e perfino il bagno all’Ottantadue, via Alessandro Scanini 82, palazzo con tre scale, tre piani per ciascuna scala, due appartamentini per ciascun piano, e una masnada di bambini che annusano, che sprizzano, che muoiono dalla voglia di vivere.
El Bassòtt racconta la sua Baggio, tra bocciofile e balere, tra la chiesa nuova e la chiesa vecchia, tra il campanile e l’organo, tra il gamba de lègn (tram) e le spicciole (bici), tra il Coppi (alla radio, e poi due volte nelle uniche due volte in cui El Bassòtt ha corso tra i professionisti) e il Zanazzi (al pronti-via: “Occio, ragazz, ch’el ‘riva el Zanazz”), perché qui tutti i nomi e tutti i cognomi sono sempre preceduti dall’articolo determinativo (fa niente se anche sgrammaticato). Il centro del mondo è quello della ruota: le corse come avventure e sventure, come dichiarazioni di appartenenza e certificati di identità, come atti di coraggio e patti di alleanza, ben sapendo che la complicità fa rima con rivalità e che in fuga c’è sempre qualcosa di sotterfugio, le corse soprattutto con modo per stare al mondo, e imparare a stare al mondo. Tutte quelle volte in cui un compagno di fuga si dichiara stanco morto e implora di essere portato all’arrivo, poi ritrova miracolosamente le forze, non resiste alla tentazione, fa la volata e vince.
I ciclisti, nel senso dei corridori, che zoo: i terribili e diabolici fratelli Zanazzi, Renzo, Valeriano detto Iano e Mario, il Carlo Pozzi, pistard e gelatiere, il Cavallini, primo degli isolati in un Giro d’Italia dominato dal Binda, l’Ernesto Colnago, che già allora sa come si giochi d’anticipo, il Luigi Ferrando, tre volte campione italiano di ciclocampestri, il Colombo, che in volata sbatte prima contro uno spettatore poi per terra e non si rialza più, il Carlo Galletti, passato alla storia orfano di una l (Galetti), nonché tre volte primo al Giro d’Italia, il Virginio Dossena, detto El Verza… E poi i ciclisti, nel senso dei meccanici e telaisti, che università: dottori, chirurghi, maghi se non profeti delle bici, dal Paletti al Gramaglia, dal Carlo Monti al Pep Magni. Qui, in questo modo e in questo mondo, è cresciuto anche Luca Guercilena, e così adesso si capiscono tante cose, la principale è l’umanità.
Alessandro Avalli dev’essere orgoglioso di questo suo libro. Lo ha composto ascoltando, traducendo e non tradendo. Lo ha scritto in italiano e in milanese, a orecchio e naso, con la testa e il cuore. Si è infine rimpicciolito per entrare nel Bassòtt e uscirne con due affettuose righe finali: “Quella volta che alla lotteria ho vinto una Monti da passeggio, sono andato via ancora più contento. L’ho usata fino a ieri”.